Fabio Donalisio

I diari dell’adolescenza (specie di oggetto forse destinata a estinguersi) sono zeppi di frasi che vorrebbero spiegare il senso della vita, variamente attribuite e possedute ormai in una sorta di immaginario banalizzato, ma indubbiamente attinente al vero.

Mi è stato raccontato, negli anni, in più versioni (e avrebbe dato un tono al diario di cui sopra), che per capire se un libro è buono bisogna accostarne le prime e ultime parole, e verificarne il suono. La vulgata, almeno quella che è giunta fino a me, attribuisce il metodo per lo più a Caproni, o comunque a una forma mentis poetica.

Decido dunque di sperimentarlo sulla nuova raccolta di Mario Benedetti, dal titolo folgorante e terso, appunto, sparato dal giallo canarino e dal nuovo-antico minimalismo dello Specchio ultima incarnazione. Anni che non dovrebbero più / guardi con gli occhi della malinconia. E c’è il libro, sì. Funziona. Perché questo è un libro di evidenza, di ostensione a beneficio (e danno) degli occhi, ed è un libro di tempo, indubitabilmente passato, sempre compresso, inafferrabile tanto più viene ancorato al discrimine della data. Un libro in cui si dà per impossibile la compresenza del presente con la morte, condizione intimamente tragica alla quale il poeta, e noi con e per lui, siamo costretti. Procede dall’esperienza di sé, Benedetti. E non è fatto nuovo.

Estirpa dal ricordo insopportabile le persone care che sono diventate, implacabili, lutto, sempre vivo e sempre protratto. Parla parole semplici ma immediatamente ne smantella la sintassi, come se l’unica frase possibile – fu, non c’è, mai più – fosse, com’è, del tutto indicibile. I versi si spezzano tanto più vorrebbero, forse, esalare un sospirato e liberatorio racconto. E dunque il mio nome ha sbagliato a credere nella continuità, e quante parole non ci sono più ma soprattutto non sono per chi non c’è più. La realtà, le cose, ci sono ancora ma non sono guardabili con la veloce transitorietà del prima. Sono lucide. Sono quello che sono. Mandami le ossa, mandami il cranio senza occhi, / la mascella aperta, spalancata, fissa nei denti. Si è costretti a vedere nuda la vita / mentre si parla una lingua per dire qualcosa.

C’è una secchezza antica in questi versi, si sentono gli schiocchi delle cose contro la terra dura. Nonostante la civiltà, nonostante Milano e i luoghi del vivere dati per acquisiti, la morte riporta alla zolla e alla roccia, costringe a scavare la fossa, a guardare quello che, al contrario di noi, non passa, almeno secondo la nostra egoistica scala del tempo. La coazione a guardare, però, non si subisce supinamente, fomenta un rancore che si trattiene a mala pena, verso gli «altri», coloro che il dolore non lo sanno. E io dico, accorgetevi, non abbiate solo vent’anni, / e una vita così come sempre da farmi solo del male.

Chi soffre, chi sceglie di farlo, corre il rischio della mistica del lutto, della superiorità. Che l’ostensione si tramuti in ostentazione. In merce, alla fine della fiera. Benedetti non rifiuta di addossarsi questo pericolo, lo corre, ci cade, e poi si riassume in una nuova, comunicabile, sobrietà. Il libro è anche questo percorso, è aggiungere la parola tersa alla morte senza in qualche modo sentirsene unto, santificato. E così, verso metà strada, il poeta si apre in un accorato consiglio, in un verso e mezzo che valgono il libro. Non distrarti, non eludere / la pura inconcepibile assenza, non distrarti.

Mario Benedetti
Tersa morte
Mondadori, 2013, pp. 92
€ 16,00

 

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9 Risposte a Non distrarti

  1. abigail ha detto:

    Che il recensore non abbia letto né “Umana gloria” né “Pitture nere su carta” lo si percepisce già alla prima parentesi.

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