Augusto Illuminati

In sé, che i movimenti sovversivi siano ambivalenti, è la scoperta dell’acqua calda. Innegabile, inoltre, che essi segnalino un limite di comprensione e di composizione di classe delle forze egemoni, anche se di origine progressista. A cominciare da vandeani e sanfedisti rispetto alle contraddizioni e al carattere di una rivoluzione (borghese) nativa come quella francese o di parziale importazione (la Repubblica napoletana del 1799).

Chi si sognerebbe oggi di ridurli all’appoggio militare inglese (che ci fu e come) o alle mene degli aristocratici (che in effetti manipolarono contadini poveri, preti refrattari e nobili spiantati), senza occuparsi della frattura che essi aprirono in un processo rivoluzionario gestito da più o meno consistenti élites proprietarie cittadine?

Il movimento operaio, a sua volta, ha sperimentato sulla propria pelle il ricorso storico di quella situazione, nel 1848-1852 e nel 1871 (le campagne contro Parigi o indifferenti ai suoi sussulti), è passato attraverso gli appelli ambigui del sovversivismo fascista nel 1919 e la tragedia dei disoccupati weimariani arruolati nelle SA nel 1932-33. All’inverso, nefasto fu chiudere gli occhi nel 1962 su piazza Statuto o bollare di diciannovismo la cacciata di Lama dalla Sapienza nel 1977.

Insomma, va bene ricordare l’ambivalenza alla sinistra istituzionale, soprattutto quando si rende corresponsabile della crisi, come fu la socialdemocrazia tedesca nella politica deflattiva di inizio anni Trenta e oggi è il Pd nella servizievole sottomissione al neoliberismo e ai diktat eurocratici, ridondante farne pretesto per polemiche all’interno dei movimenti, che le mani se le sono sempre sporcate, con minore o maggiore avvedutezza e successo, ma sempre senza alzare il ditino e assestarsi in comode certezze. Di tutti i modi per distinguersi e primeggiare è il meno legittimo, il più proclive a derive patetiche.

Il movimento 9D o dei forconi, forse sopravalutato nella sua consistenza e diffusione nazionale e tuttavia a suo modo indicativo della sofferenza sociale e dello sbandamento politico conseguente al fallimento della sinistra e del berlusconismo, da soli o congiunti, ha riproposto quel vecchio nodo e tutta la scontata gamma di reazioni: non è niente in quanto fuori dai giochi parlamentari, è un complotto reazionario, è il pope Gapon che avanza alla testa del quarto, quinto o sesto stato, ecc.

Euforie e allarmismi fuori scala. Sebbene, al pari dell’ossessione giustizialista e manettara di settori che pretendono a ben altra “rispettabilità” mediatica, stiano emergendo componenti virtuali di un blocco d’ordine che, al solito, congiunga individualismo familiar-possessivo, impunità fiscale e legalitarismo contro le classi subalterne. Imprenditori di se stessi, con protezione poliziesca lasca, riti rubati un po’ dai movimenti un po’ dagli stadi e un tocco finale pizzo-squadrista. Un po’ presto per chiamarlo Alba Dorata, al massimo ha indotto Brunetta a promettergli una “casa politica”, robetta.

Qualche tempo fa Spinoza l’aveva spiegato pianamente: siamo attivi quando accade in noi o fuori di noi qualche cosa di cui noi siamo la causa adeguata (cum aliquid in nobis, aut extra nos fit, cujus adæquata sumus causa), esprimibile a noi e agli altri, siamo passivi quando invece non ne siamo che causa parziale (cujus nos non, nisi partialis, sumus causa), insomma un poco c’entriamo, ma in misura minoritaria (Ethica III, def. 2).

Ciò si riflette anche sulla gioia, che è passaggio da minore a maggiore perfezione (ivi, Definizione degli affetti, II), e dunque può essere un affetto attivo o passivo: una gioia passiva è sempre meglio di una passione triste ed è pure inevitabile, essendo noi parte della natura, ma dovremmo cercare di passare dalla gioia passiva a quella attiva, cioè a dare risalto alla nostra azione positiva come causa della perfezione.

In altre parole: naturale sporcarsi le mani per comprendere le passioni tristi e inserirsi in esse per volgerle al meglio, a rischio di essere contagiati dal rancore, decisamente preferibile animare attivamente azioni di contestazione e rivolta secondo i propri programmi, a rischio di trascinarsi dietro detriti ed equivoci. L’iniziativa fa la differenza, sceglie i terreni di scontro, risulta maggioritaria nella parole d’ordine, orienta la composizione, smaltisce le tossine venefiche.

La differenza, appunto, che intercorre fra manifestazioni giustificate ma confusive e inquinate, da seguire e attraversare con attenzione ma senza peana, e lotte che esprimono una composizione sociale già sperimentata (no-Tav e no-Muos, cortei studenteschi di Roma, Torino, Venezia, Milano in questi giorni, lotte dei migranti, assedi, scioperi selvaggi dei tranvieri contro la privatizzazione strisciante, occupazioni abitative, produttive e culturali, progetti di co-working) o più insolite ma chiaramente disposte (il 18-19O, il Fiume in piena della Terra dei fuochi).

In questo secondo ma non meno complicato gruppo la conduzione delle rivendicazioni e i caratteri della repressione (manganelli e caschi ben calcati) non richiedono svolazzi dannunziani o pauperisti, ma faticosa ricomposizione di pezzi di moltitudine e di obbiettivi, sono cose di cui siamo causa più che parziale, se non altro nel gesto di avvio, nella continuità della memoria recente –non di retoriche da fabbrica disciplinata o da sollevazione onirica.

Materia da elaborare e braci da attizzare ce ne sta un sacco: ben vengano nuove soggettività e segmenti inediti di protesta, abbiamo tutto da imparare. Studiando, selezionando, gettandoci dentro. Dentro, ma caute –avrebbe suggerito il Maestro.

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26 Risposte a Forche caudine

  1. […] le analisi e i commenti di molti intellettuali di sinistra in merito al movimento dei Forconi, un bell’articolo di Augusto Illuminati tenta di ricondurre il fenomeno alla sua giusta misura: un sintomo di […]

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