Giorgio Mascitelli

Nelle recenti manifestazioni che a partire dal 9 dicembre si sono tenute in vari luoghi d’Italia lo slogan che è risuonato di più è “Siamo italiani”. Interpretato ora come prove delle pulsioni fasciste e razziste della piazza, ora come segno di uno smarrimento di qualsiasi identità e progettualità anche vagamente politiche, ora come sintomo della disperazione di chi ha perso tutto, non ha trovato una spiegazione univoca e anzi è probabile, come usa dire oggi, che abbiano tutti ragione i vari interpreti.

Se partiamo, però, dal presupposto che molti di quelli che sono scesi in piazza sono degli ‘impoveriti’, per ricorrere all’espressione usata da Marco Revelli nel suo bell’articolo sul Manifesto del 13 dicembre scorso, lo slogan “Siamo italiani” assume un valore del tutto oggettivo, aldilà di ogni connotazione soggettiva, alla luce della globalizzazione, non tanto perché la loro posizione di impoveriti è connessa con quella perdente dell’Italia nel sistema internazionale di concorrenza tra paesi. Infatti anche i paesi vincenti, a cominciare dalla Germania, producono i loro impoveriti benché in quantità inferiore.

Il fatto è che questi impoveriti per ragioni di età, di formazione professionale e di cultura difficilmente possono prendere in considerazione l’unica prospettiva che le classi dirigenti italiane ed europee hanno seriamente previsto per questo genere di problemi: l’emigrazione verso le regioni forti dell’euro. In questo senso essi davvero sono italiani nel senso che non sono smistabili altrove e non possono accedere a identità più confortevoli, come quelle che gli uffici stampa dello stato di cose esistente di solito riescono a confezionare, talvolta con trovate veramente geniali, per i settori emigrabili della popolazione. Evidentemente quando la comunicazione professionistica non trova l’eufemismo giusto per designare una condizione sociale, significa che essa è considerata senza speranza né interesse.

In fondo la condizione di chi è sceso in piazza, al netto dei vari fasci, ultras e qualunquisti professionali, non è dissimile da quella di compare Cosimo, il protagonista del classico racconto verghiano Cos’è il re. Costui era un lettighiere rovinato dall’unità d’Italia: infatti finché il re era il Borbone che non costruiva le strade lui faceva affari d’oro, ma sotto il Savoia che portò le carrozzabili e poi le ferrovie, nessuno aveva più bisogno delle sue mule e della sua lettiga in grado di andare dove gli altri mezzi non arrivavano. Come è noto, la generazione di compare Cosimo, dopo una ventata ribellistica dalle venature nostalgiche con il brigantaggio, non in Sicilia per la verità, si risolse all’emigrazione. Ma all’epoca le Americhe erano semivuote e perciò di manica piuttosto larga sulla qualità degli immigrati in arrivo.

Compare Cosimo, tuttavia, poteva essere detto una vittima del progresso perché la costruzione delle strade rappresentava un progresso per la maggior parte della popolazione, mentre gli impoveriti attuali, anche quando rivendicano piccoli privilegi corporativi, hanno di fronte un potere che garantisce solo la prosecuzione delle politiche che hanno prodotto l’impoverimento. D’altra parte, non bisogna farsi illusioni sugli sbocchi politici delle proteste del 9 dicembre, anche se non vi fossero le prevedibili strumentalizzazioni: la storia e, per quanto riguarda per esempio l’Ungheria, anche il presente sono lì a indicarceli.

Eppure quelli che si sentono italiani, perché sono quelli che restano, seppure in una forma becera e largamente inconsapevole, pongono una richiesta di più società, alla quale una sinistra ormai avvezza a pensare in termini di diritti di individualità, in armonia con l’individualismo competitivo promosso dalle classi dirigenti neoliberiste, non è in grado di rispondere (non è un caso che le poche risposte collettive che la sinistra è riuscita a dare in questi anni sono quelle che possono essere copiate dal passato e che le hanno fruttato l’accusa di conservatorismo da parte dei reazionari). Resta da capire chi occuperà questo terreno lasciato libero non tanto nelle prossime settimane, ma nei prossimi anni.

 

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5 Risposte a Quelli che restano

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