enrico ghezzi

Ha un qualcosa di esotico, sentir parlare di cinema angeloguglielmi, o leggere della sua pratica filmica contaminata tra produzione distribuzione promozione e infine sempre in qualche modo ricentrata entro il cono d’ombra televisivo. E esotico, antichissimo e moderno infatti, appare lo stupore scherzoso con cui racconta un aneddoto che subito si fa apologo: la troupe televisiva della RAI mandata a realizzare un reportage sul set del dirompente spoglio bellissimo Francesco della Cavani (inventato da guglielmi per la stessa RAI), si rivela più grossa numerosa opulenta di quella del film stesso.

Fin troppo reverente rispetto all’aura del cinema «bigger than life», il funzionario televisivo si riscopre e mette «qui» a disposizione quasi mezzo secolo della sua vita professionale tra tv e cinema, ridicendola per noi come un piccolo grande rosario di accadimenti fatali, un crogiolo di scritture incrociate in un baluginìo di titoli e di epifanie appena accennate, profumate di oscar e delle essenze ambigue del successo, il curiosissimo e napoleonico guglielmi avanza mascherato da intellettuale puro duro impaziente, ma di impazienza e curiosità insieme illuministe e compunte, di trasognato piccoloprincipe che nella trasparenza del deserto notturno partecipa a riunioni aziendali e sa bene della necessità di optare – potendo disporre di un budget – per le scelte impossibili.

Non so quanto sia davvero appassionato di cinema, angeloguglielmi. Certo è appassionato dal cinema, e non di rado telefona per sapere cosa mi è parso degli ultimi film che ha visto (come fa(ceva) mia mamma con quelli che non ha visto). Ma per quanto non rinunci a schizzare paragoni tra le arti (ovvero tra i linguaggi), accennando qua e là alla chimera dello «specifico filmico» (troppo naturalmente, il montaggio?) il grande critico letterario impaziente trasogna il giocolavoro del cinema, dal cui godimento traspare lo sgomento del giocatore di fronte al gioco delle immagini, con le quali si vince sempre e sempre si perde, nello stesso gesto.

Più volte, in ufficio o correndo i corridoi e la loro estensione aerea romamilano, negli anni della sua Terza Rete (1987/1995) avemmo o ci demmo l’occasione di parlare di questo, da posizioni distantissime o di vicinanza fulminea, col cinema quale pietra di paragone scisssa spaccata tra evidenza del vedersi e più o meno misteriosa invisibilità semplice della banalità tecnica che lo permette. Alla fine (??) credo ci si fosse tacitamente e insieme pubblicamente trovati d’accordo sulla necessità terribile di fare capolavori o null’altro da parte di qualunque scrittore o scrivente nell’oggi del presente eternamente rinviato, quasi schiacciato dalla capacità filmica di registrare automaticamente il teatro del mondo e il suo doppio assente. Del resto, il cinema richiede lo stesso (e più) ai suoi addetti cineasti autori dispersi, quella sorte di eroismo ottuso che è dei più grandi, un’ottusità competitiva con la qualità più assoluta: il fatto che qualcosa (anche solo un’ombra del nulla) venga comunque filmato.

Vagamente scettico sul cinema in tv, e peraltro irritato se non sbigottito dal marchio di «anticinematografico» (basta vedere la lista dei film cui ha messo mano, dai primi della Cavani e dal bizzarro esperimento medievale di Malerba-Guerra-Indovina Tre nel mille con un carmelobene doppiato (!!) per esaurimento del budget, al magnifico Cristoforo Colombo di cottafavi, e a Il gabbiano di bellocchio, oltre che all’indicazione di bertolucci e di fellini per quelli che saranno Strategia del ragno e Prova d’orchestra) che lo marchia per lo scarso peso della programmazione filmica nel palinsesto della sua RaiTre, guglielmi mi chiese di occuparmi del palinsesto per la quale fino a allora avevo curato con selvaggeria ossessiva proprio le proposte di cicli di film tra l’ipercinefilo e il classico, culminate in effetti nel programma-palinsesto di 40 ore non-stop (a finedicembre 1985) inghiottite dal grandecinema di tutti i tempi, La magnifica ossessione, per i novant’anni dalla prima proiezione Lumière.

Mostrando quindi di apprezzare proprio la forma ultrafilmica di un programma che poteva essere considerato un pianosequenza dentro un labirinto filmico di quasi due giorni o un mosaico ipermontato a frammenti, dove qualunque film diventava a sua volta lo stacco o la scheggia di un collegamento in diretta con la testa dello spettatore cinedesiderante e desiderato dal cinema.

Ma questa è storia – impossibile perché troppo affollata di «testi/testimoni» (immagini), troppo ricca e fangosa – irraggiungibile e sempre più non verificabile e ingiudicabile da quel 28 dicembre 1895 in cui il cinema uscì dalla fabbrica e si fermò in stazione. Si potrebbe dire che guglielmi condivideva con me (che avevo avuto diecianni più o meno nel 1963 della sua avanguardia) proprio l’ossessività del cinema stesso, macchina semplice che complica e rende misteriose le immagini-fotogramma facendole trascorrere e ripetere a diverse velocità, in una sovrimpressione spazialmentale che le muta in corpi/protesi.

Troverete le le tracce di tale ossessione in questo libro, che presto abbandona i fantasmi suggestivi di robertolonghi e le sottigliezze delle differenze tra generi e tra metageneri (gli proporrei per esempio il confronto tra la «lunghezza» del testofilmico più tipico – il lungometraggio – e le serie e miniserie che risultano invece dannatamente troppo «corte» non riuscendo a mimare la vita e le vite nella loro durata, se mai facendo apparire la vita «nostra» un cortometraggio incompiuto) per chiudersi, dopo il racconto dei due mandati (tra il 1995 e i primi anni Duemila) come presidente dell’IstitutoLuce, in un mirabile e malinconico sbriciolarsi di titoli cifre lettere rendiconti elenchi che inseguono e suggellano lo svanire di molte illusioni e intenzioni

Secondo una percezione del cinema fatalmente «esatta» e scolpita nello s p a z i o e non nel tempo, mediante la quale condurre l’assalto al ruolo retrogrado pluridecennale di distribuzione e esercizio, provando a ignorare e oltrepassare la «lentezza» costituita della produzioni (me lo ricordo scorato dalla prospettiva di non poter dare impulso a un’idea di cinema ma di doversi limitare a curare il girarsi o il completarsi di tanti progetti e film approvati da anni) lanciando dal quasi nulla un circuito parallelo e perfino realizzando un sogno di livello europeo nelle due sfortunate edizioni (1998-2000) de Il Grande Cinema, rassegna di proiezioni in copie nuove a roma milano e in qualche altra città di più di ottanta film (americani soprattutto; e italiani, e europei) scelti tra i più «belli» della seconda parte della storia del cinema (proposta generosa e intempestiva, comunque memorabile anche se utopistica nell’intento di trapiantare di colpo in un paese drammaticamente in ritardo rispetto a francia e gran bretagna ma anche a germania e spagna, l’attenzione e il gusto di un cinema meno affidato allo sfruttamento del mercato più brutalmente immediato; guglielmi ricorda di aver avuto il suggerimento da walterveltroni: credo si possa perdonare molto al sereno nichilismo veltroniano, più ancora che per questo abbozzo di iperfestival postmoderno, per la candidatura calda di guglielmi a direttore della Terza Rete).

Io, così contorto e infantile da osservare che l’elenco dei film del Grande Cinema permette al libro di chiudersi con Viaggio in Italia di rossellini, posso ringraziare l’autore di avermi menzionato (a proposito dei film aiutati e cofinanziati dalla nostra rete) quale sponsor del primo film di mariomartone; ma proprio nei giorni di quella segnalazione, di cui mi compiaccio benché non credo sia stata decisiva, guglielmi fu ancor più asimmetrico generoso fiducioso e autonomo, assicurando un contributo sostanzioso per la sonorizzazione di uno dei primi intensi film di pasqualescimeca, Un sogno perso, e comprando (per una cifra tre o quattro volte superiore a quella che riuscivo di solito a destinare un film del genere) lo stupendo La morte di Empedocle. Fortissima fu poi la sua empatia per il cinematelevisione di Cinico tv (di ciprì-maresco), dal primo momento in cui ne vide un tre minuti occhieggiare e bruciarci gli occhi dal mio monitor, e lo stesso accadde con Tetsuo di tsukamoto: cos’è questo capolavoro che stai vedendo? Bello vero? – l’ho strapremiato al festival di fantascienza a roma, ma non riesco a trovare i diritti, il critico giapponese cui ho chiesto il telefono e il fax del regista mi deve aver dato numeri sbagliati, ho capito che ha odiato il film e me… – tu compralo, facciamo come con le riviste, tu dichiari che la RAI pagherà i diritti a chi si farà vivo, intanto lo mandiamo in onda, ti copro io non ti preoccupare.

(La sera del giorno in cui la nomina al Luce fu ufficiale, guglielmi mi telefonò, senza illusioni ma eccitato. Volevo pensare a una sala romana dove proiettare un cinema tutto «mio», eccentrico fuoriorario? Pensando al pubblico ma secondo il mio girar di testa; mi misi subito a scrivere una pagina su come avrei voluto far girare la testa al pubblico. Dopo tre o quattro anni, ancora continuava l’odissea nello spazio, a conferma dello spazio come dimensione estetico-politico assolutamente cinematogafica e filmica; piccoli film del centro, sedicenti in affitto in locali pubblici, in mora o insolventi da decenni, venivano ricuperati (da chi non ne aveva mai fatto nulla se non lasciarli degradare) versando qualcosa all’ultima ora possibile per bloccare stabili o appartamenti; altri esercenti e gestori puntavano chiaramente a approfittare in vario modo di nuovi «flussi» di spettatori eventuali, con rari fiori all’occhiello ma senza alcuna intenzione di una programmazione innovativa. Il cinema Trevi, affascinante resto tra i ruderi sotterranei della zona, chiuse quasi subito i cantieri per giusta decisione della sovrintendenza; solo dopo diversi anni di lavoro (ma il progetto era già tramontato) è diventato un sublime incanto archeologico in cui ogni volta che si apre il sipario sulla vista dei resti da cui spessi vetri ci separano sentiamo alitare gli occhi degli sguardi ultramillenari che sfiorano i nostri scivolando verso quelli che soffian via dallo schermo).

E voglio rassicurare angelo. Il film che pochi giorni dopo mi chiese di inventarmi al volo per sbloccare due o tre centinaia di milioni di lire altrimenti a rischio di perdersi senza esser stati spesi, si farà. Si, lo finirò, cioè lo farò, prima o poi, nel prima di poi o nel poi di prima. Luce in macchina: un assemblaggio di almeno tre ore di sguardi in macchina, da quelli dei divi del muto a quelli televisivi dei boss che agganciano e ancorano il pubblico al loro «a me gli occhi», agli scugnizzi napoletani che attraversano di sguardi l’automobile del re o della regina, per schiantrsi morbidi sulle palpebre meccaniche invisibili che ancora non conoscono. Un gatto a nizza che si guarda guardare dal genio di jeanvigo. Occhi che non guardano mai il «noi» che fu(mmo) davanti a loro, né qualcosa o qualcuno «oltre», probabilmente. Forse il nulla denso e trasparente che sta nel mezzo, l’unico spazio di cui si nutre il cinema, occhio di tutti proteso – dagli angeli, o dal diavolo probabilmente, il lucifero la cui luce tecnica sembra intercettare e amare e riunire tutti e tutti nella protesi dello sguardo.

Infine. Quindici giorni fa a un tavolo di ristorante. Angelo parla del libro con alcuni amici.

Viene fuori il nome di fellini, che sembrò a un certo punto davvero interessato a fare un qualcosa per RaiTre. Guglielmi, mentre si dispiace di aver dimenticato l’episodio – avrebbe chiuso benissimo il libro – pare ricordarsi che fosse il seguito di un Bloc notes di un cineasta. Altri ricordano proposte – una con i giapponesi – bizzarre e arzigogolate, poco plausibili.

Io di colpo mi ricordo, anche se forse non ero presente all’incontro che ricordo vividamente. I giapponesi erano nel film, ma non come produttori. Si trattava di una spedizione giapponese in antartide, alla ricerca di qualcosa di strano non visto ma in vari modi avvertito: un suono, un’ombra immensa senza corpo, una violenta spinta dell’aria. Si ascoltava rapiti dalla sua voce di miele. Qualcuno cominciò a immaginare lo studio 5 di cinecittà bardato da polosud. Si interruppe: «veramente’, questa volta sarebbe meglio girare metà film nella location reale, al Polo...»

Nessuno rise, poi fellini uscì stringendo mani, serio ma sgravato dal dover pensare a un film. Anche noi sollevati dall’esser stati presi magistralmente in giro. Ora si sarebbe messa in moto – se la cosa fosse scaturita da un presente non troppo inventato – una rapida «causerie» vertiginosa con angelo, uno di quei giri scoppiettanti o già scoppiati: «ma tu cosa hai capito? Io nulla!»

Oggi ci sarebbe venuto in mente quentintarantino, il più colossalmente maestro tra i registi nuovi e quindi già vecchi. O Savinio. Ma cosa vuoi capire, importante è non capire, o capire senza aver capito? E il cinema… Pensa se al polo si trovasse una specie di Invenzione di Morel ghiacciata, forse già in procinto di sciogliersi… prendiamo un gelato, non voglio che la mia memoria si mostri, frittatella flaccida. Gelato di cervello per tutti!

Si riproduce – per gentile concessione dell’autore e dell’editore – la prefazione al volume appena pubblicato di Angelo Guglielmi, Cinema televisione cinema. L’ultima volta dell’Istituto Luce (Bompiani, 153 pp., € 11,00).

 

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