Lapo Berti

Fin dalle prime pagine del suo nuovo libro Aldo Bonomi usa termini pesanti per descrivere la fase attuale del capitalismo italiano: «una metamorfosi sospesa tra ciò che non è più e ciò che non è ancora» (p. 7).

La crisi in cui siamo immersi, dice ancora Bonomi, è una crisi che investe l’antropologia (ivi), una crisi che ha distrutto e ancora sta distruggendo ciò che di più «intimo» e prezioso possiede una comunità, il suo capitale sociale, quell’insieme, spesso difficile da definire, di saperi, di consuetudini, di rapporti sedimentati, di istituzioni formali e informali, che affonda le sue radici nella storia peculiare e irripetibile di una dato territorio.

Bonomi, insomma, non ha difficoltà a riconoscere quello che ancora in troppi esitano a riconoscere, ovvero che la crisi in cui stiamo affondando è una crisi di sistema, di fronte alla quale non è possibile riproporre il vecchio paradigma con il semplice corredo di qualche aggiustamento o di qualche regola in più. Ma che neppure può essere affrontata con salti in avanti che ignorano la dura realtà dei fatti o addirittura si affidano a utopie, come quella della «decrescita», di cui non dovrebbe sfuggire l’impianto elitario né la prospettiva potenzialmente non democratica.

Bonomi ripercorre con dovizia di particolari la lunga agonia del mondo fordista che ha fatto da incubatrice del capitalismo molecolare di cui ha pazientemente e acutamente seguito le vicende. Il blocco fordista della grande fabbrica ha improntato di sé il «secolo breve» con i suoi conflitti, le sue contraddizioni, le sue ideologie/narrazioni e si è dileguato con esso. A quel blocco facevano da contraltare nella società le grandi organizzazioni sindacali con il loro contorno di cooperative, associazioni culturali e con la rete dei luoghi deputati a raccogliere e organizzare la vita collettiva; nella politica gli corrispondevano i partiti di massa, espressione delle grandi culture popolari, quella cattolica e quella comunista-socialista.

Si è dissolto, quasi silenziosamente, disperdendo nello spazio economico una galassia di piccole imprese, di imprenditori individuali, che cercavano di salvare se stessi salvando un patrimonio di conoscenze, di esperienze lavorative, di saper fare che era parte e sostanza della loro identità umana e sociale; e innescando nel sociale il lungo ciclo del rancore.

È cominciata allora una prima metamorfosi, che Bonomi ha raccontato nei suoi libri, da Il capitalismo molecolare (1997) a Il capitalismo personale (2005). Si è trattato, probabilmente, di una grande lotta di resistenza economica, addirittura di un’epopea in certi casi, cui lo sconquasso generato dalla crisi finanziaria mondiale ha posto crudelmente, ma irrimediabilmente, fine.

Nella parte centrale del libro, «La resilienza dei territori», Bonomi rende generosamente l’onore delle armi alle migliaia di imprese che hanno combattuto quella guerra, facendo appello alle energie secolari di cui erano e in parte ancora sono depositari i territori in cui si articola il vitalismo economico italiano.

Lasciati spesso soli da uno Stato centrale sempre più cieco e sordo rispetto alle domande e alle sofferenze che agitano i territori, alla fine molti hanno dovuto arrendersi, talora riconoscendo drammaticamente il fallimento di un progetto di vita oltre che di produzione e ricorrendo al gesto estremo che nega ogni speranza.

Ma sarebbe sbagliato non vedere e non apprezzare i protagonisti della «resilienza», prima di tutto quello zoccolo duro di circa quattromila imprese piccole e medie che mentre infuriava la crisi hanno continuato a produrre e a esportare, innovando, conquistando spazi di mercato; ma anche i soggetti della società di mezzo che, tra mille difficoltà, hanno cercato di ridarsi un’identità e di accompagnare la trasformazione delle imprese e delle piattaforme territoriali.

Aldo Bonomi è stato uno dei primi a rendersi conto che la crisi determinata dal crack della finanza globale non era una delle crisi che periodicamente scuotono e rilanciano il sistema capitalistico, che delle crisi ha fatto una sorta di meccanismo di autoregolazione e di autoriforma.

Questa volta la crisi che ha investito il nostro paese non è una crisi nel sistema, ma del sistema, è una crisi che ne mette in discussione proprio la capacità di autoregolarsi e di autosostenersi. È una crisi, dunque, che richiede una risposta a livello di sistema, che impone di escogitare misure che, senza pretendere miracolose quanto improbabili palingenesi, impongano al capitalismo di cambiare rotta. Ancora una volta, come in tutte le grandi crisi che hanno scandito la storia del capitalismo, si ripropone il fondamentale, e irrisolto, problema della modernità, quello di come rendere il capitalismo «sostenibile», prima di tutto socialmente e, quindi, compatibile con la coesione sociale e con un regime politico democratico.

Occorre, sempre di nuovo, porre mano alla scomposizione/ricomposizione dei soggetti e dei meccanismi economici, alla ricerca di un modello di sviluppo che incorpori le esigenze e le attese di oggi senza rinnegare le conquiste sociali di ieri. Tenendo ben ferma nella mente l’idea, partorita con dolore dentro gli sconquassi del Novecento, che nessun progetto politico, seppure necessario per dare forma e senso ai processi di cambiamento, è destinato a realizzarsi integralmente secondo le intenzioni che lo hanno ispirato.

Da buon osservatore delle dinamiche sociali Aldo Bonomi preferisce parlare di metamorfosi del capitalismo, piuttosto che di crisi, perché questo gli consente un approccio dinamico orientato a cogliere, nel divenire della crisi, i segni di ciò che non è ancora. Affondando lo sguardo nel magma economico e sociale della metamorfosi in atto, Bonomi cerca di discernere le tracce di un futuro possibile. Lo sguardo si sofferma a lungo sugli spunti, sui conati, gli esperimenti che sembrano incorporare una speranza di futuro insieme con la prospettiva di un modello di sviluppo che sappiafare i conti, troppo a lungo rimandati, con la lunga deriva del capitalismo novecentesco, insensatamente proteso a travolgere qualsiasi vincolo, qualsiasi limite, in nome di una crescitasenza fine che inondando la società di beni e servizi in continua trasformazione avrebbe dovuto stordire la società dandole l’illusione di sperimentare, per la prima volta nella storia e per un futuro ormai stabilmente conquistato, la promessa finalmente realizzata della felicità in terra.

Da ottimista impenitente Bonomi è convinto che anche questa volta ce la faremo, ma non si nasconde i rischi, le condizioni difficili che devono darsi per questo ennesimo passaggio a nord-ovest. Occorre che «proliferino e si diffondano un’antropologia e una cultura del progetto affidato a una nuova generazione sociale e imprenditoriale che scavi dentro le nostre piattaforme produttive, costruendo geocomunità per andare oltre il “non ancora” in un intreccio tra il saper fare, il ripensare merci e consumi, forme dei lavori, welfare community» (pp. 186-187).

La soggettività imprenditoriale dovrà sempre più incorporare l’abilità di produrre e vendere beni di diverso tipo: funzionali all’espansione delle capacità e della creatività autonoma dei consumatori e della componente relazionale della vita» (p. 187). Ci si riuscirà e, soprattutto, basterà? Anche Bonomi se lo chiede, e sa bene che «difficilmente potrà esserci green economy e sviluppo senza una green society o green politics».

È questo il punto. Bonomi insiste molto, nel libro ma anche nei suoi frequenti interventi, sul fatto che la via d’uscita dalla crisi, almeno in Italia, passa necessariamente attraverso la ricomposizione delle energie produttive che emergono dalla decomposizione del capitalismo molecolare, attraverso «la costruzione di un patto tra composizione sociale terziaria e manifatturiera» che si concretizzi in un’incorporazione dell’intelligenza professionale del Quinto Stato dentro le filiere produttive delle imprese piccole e medie che lottano per sopravvivere.

Categoria altamente composita, cresciuta sull’onda della «terziarizzazione» dell’economia, il Quinto Stato raccoglie tre habitus diversi: quello del capitalismo personale; il lavoro della conoscenza, culturale e creativo; quello dei servizi alla persona e della logistica. Più che rappresentare un soggetto unico e omogeneo, il Quinto Stato è il nome del processo che ha progressivamente precarizzato i rapporti di lavoro, svuotato i territori e i rapporti produttivi.

Questo processo ha investito tanto i precari tradizionali quanto il lavoro autonomo professionale che Sergio Bologna ha definito di «seconda generazione». Bonomi non trascura la contraddizione interna al Quinto Stato, tra la lower middle class e il proletariato dei precari che non hanno nulla da spartire con i ricchi professionisti o gli attori della speculazione finanziaria. Tra loro i legami sono tenui e, quando ci sono, il conflitto è aspro.

In questo caso parlare di «Quinto Stato» significa descrivere un orizzonte che contiene scandalose differenze di classe, ma anche una vita sociale aperta al conflitto. La plasticità di una categoria che indica una condizione, e non solo un soggetto produttivo o contrattuale, impedisce di identificare il Quinto Stato solo in una classe creativa, un ceto professionale o imprenditoriale.

Quinto Stato non allude solo allo status di una categoria professionale, ma incarna il futuro di un lavoro che sarà sempre più indipendente, intermittente e autonomo e già oggi indica la condizione di una vastissima porzione della forza-lavoro attiva, al di là delle nazionalità di riferimento.

Aldo Bonomi
Il capitalismo in-finito
Einaudi (2013), pp. 250
€ 17,00

Dal numero 33 di alfabeta2 (novembre-dicembre 2013) in edicola e in libreria

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