Lorenzo Esposito

Una domanda forse oggi più consistente dell’insulsa congerie di polemiche che lo caratterizzano, è cosa rende ancora così resistente, e anzi in continua moltiplicazione, un oggetto a tal punto anacronistico come un festival.

Morte e sepolte, appannaggio dei giochi mortali della cosiddetta comunicazione, dove si affrontano ogni giorno belve feroci e affamatissime (altro che Hunger Games), le discussioni teoriche su una possibile forma-festival, stupisce invece la caparbietà con cui questa tradizionale panoramica dell’immagine si imponga in un’epoca in cui il cinema (in perfetto e esattissimo trionfo, che lo si voglia o no, dell’idea rosselliniana), soprattutto se invisibile e difficilmente reperibile, è in realtà visto e disponibile ogni momento e su un numero illimitato di schermi.

E non si tratta tanto del cuore che si riscalda nell’archeologia di una liturgia smarrita (la visione collettiva: ancora Hunger Games: chi non lo ha visto insieme a un migliaio di giovani adolescenti sussultanti a ogni stacco e inquadratura, si è perso una bella lezione), al confronto invece dell’apprendistato frammentario e randomizzato della Rete.

Quanto proprio dell’eterna battaglia fra visibile e invisibile, all’interno di un’illusoria ultima propaggine di esposizione universale, per cui dovrebbe risultare evidente (e a quanto pare non risulta) che il problema non sono il numero di attori e attrici che calpestano tappeti rossi, ma in quale punto della panoramica ci sarà dato di cogliere la sutura incandescente che chiamiamo cinema, e ancora di più il fatto che chiunque oggi può finalmente trovare la propria zona di combustione e situarsi lì dove il cinema stesso anticipa sempre i carrozzoni che credono di metterlo in scena.

Il Festival Internazionale del Film di Roma non fa eccezione. La questione sono i film. I film di cui è ormai accettata l’idea di ri-visione, o di parallela zona di reperimento nonostante l’anteprima mondiale; e i film che letteralmente non si vedono, o che sembrano giungere da un altro pianeta. Non c’è spazio qui per parlare di tutto (solo tre esempi di film invisibili passati a Roma: Zanji Revolution dell’algerino Tariq Teguia, Blue Sky Bones del cinese Jian Cui, A vida invisível del portoghese Vitor Gonçalves), se non dell’oggetto più alieno, È difficile essere un dio del cineasta russo Aleksej Jurevič German.

In verità si è già scritto molto di questo capolavoro. La gestazione più che quarantennale, l’omonimo romanzo di fantascienza dei fratelli Strugatski, il debito insieme nei confronti di Bosch, della mitologia golemiana, del Tarkovski di Andrei Rublev, l’estrema dimensione allegorica, terrificante perché nata in epoca brezneviana e perfettamente a suo agio non solo nella Russia odierna, ma sul pianeta Terra tutto.

Resta il fatto che ci si trova di fronte a un gesto filmico unico (peraltro non separabile dai due precedenti Il mio amico Ivan Lapshin e Khroustaliov, ma voiture!), che alla pura fisicità dell’insieme aggiunge il mistero assoluto della sua fattura, l’avventura visionaria di non sapere come possa essersi costruito un set del genere, né da dove si sia generata un’immagine a tal punto labirintica, famelica, babelica, così intrisa di buio, di luce, di storia, di politica, di vita, di pittura, di pensiero.

Un magma dove l’erranza e la dispersione coesistono con la limpidezza e direi proprio la danza dell’occhio che filma, che avvolge tutto fingendo di essere un movimento esterno e che invece coinvolge nel suo disegno musicale lieve e potentissimo un intero set truculento e sovrappopolato.

È come se noi stessi e i corpi che lo abitano fossimo lentamente, implacabilmente, sottratti a un primo strato di esistenza (il film) e riequilibrati in un territorio sconosciuto dove però diventiamo inarrestabili, nonostante tutti gli sguardi in macchina, nonostante tutti i passaggi sbarrati, nonostante tutte le deviazioni e le perdite di orientamento (il cinema). L’intersecarsi miracoloso dei piani sequenza sospende il caos primordiale del mondo alla deriva, e galleggiando ci dona, pur nella disperazione, qualcosa di simile a una politica, a una speranza.

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3 Risposte a È difficile essere un festival

  1. Vito ha detto:

    Parte bene e chiaro e poi nei due paragrafi finali il bravo Esposito sente il bisogno di esibire un inutile complicazione, “ghezzeggia”, e chi non è dentro la sua testa rimane nella nebbia. Perché? E’ così che vogliamo resuscitare la critica cinematografica italiana? Che significa “l’intersecarsi miracoloso dei piani sequenza sospende il caos primordiale del mondo alla deriva”? Ragazzi, un po’ di misura, per favore.

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