Mauro Petruzziello

Forse l’unica cosa che funziona in The Four Seasons Restaurant, il nuovo spettacolo di Romeo Catellucci/Socìetas Raffaello Sanzio (visto il 3 novembre al Teatro Argentina di Roma per Romaeuropa Festival 13) è il suo totale fallimento, ovvero l’impossibilità di tener fede al proposito che lo regge. Lo spettacolo fa parte di una trilogia sulla negazione dell’immagine, inaugurata da Sul concetto di volto nel figlio di Dio, proseguita con Il velo nero del pastore e ultimata da questo lavoro.

Al contempo, la riflessione è calata in un contesto più ampio che ha profondamente a che vedere col teatro inteso come dispositivo di produzione di immagini. Nel primo episodio della trilogia, la dialettica instaurata fra il massimo dell’incarnazione dell’immagine - ovvero la figura di Gesù Cristo, il Dio cristiano fattosi uomo e quindi immagine - e la massima putrescenza dell’immagine umana – ovvero quanto di più residuale dell’umano: le feci di un vecchio padre malato, amorevolmente assistito da un figlio devoto -, produce l’ossimoro della bestemmia, cioè traduce su un piano visico-iconografico (il dettaglio del volto del Cristo benedicente di Antonello da Messina che campeggia sulla scena e su cui cola inchiostro nero che lo oscura negandolo) ciò che dal punto di vista fonetico è l’articolazione di una bestemmia.

Nel secondo episodio, ispirato all’omonimo racconto di Nathaniel Hawthorne in cui viene presentato l’enigmatico caso del pastore Hooper (“Soltanto una cosa dava nell’occhio, nel suo aspetto: un velo nero cinto sulla fronte e sospeso sul volto fin dove era scosso dal suo alito. Visto più da vicino, il velo sembrava comporsi di due falde di crespo, che celavano completamente il volto, tranne la bocca e il mento, ma probabilmente non gli ostruivano la vista, se non per mostrargli un aspetto più scuro di tutte le cose viventi e inanimate” in Nathaniel Hawthorne, Racconti raccontati due volte, Milano, Garzanti, 2007, p. 36), il negarsi del pastore all’immagine non chiama in causa una drammaturgia visiva che incorpori realmente il problema. A generare la riflessione su cui si innerva questo terzo episodio è un atto del pittore Rothko.

A costui, nel 1958, furono commissionate delle tele da esporre al Four Seasons Restaurant sulla cinquattaquattresima strada a New York. Dopo aver realizzato una serie di tele, il pittore decise di ritirare il permesso di esporle nel ristorante (oggi si trovano alla Modern Tate di Londra). In altre parole, un nuovo atto di sottrazione, così come aveva fatto il reverendo Hooper di Hawthorne. Quella di Castellucci è una riflessione sulla “via negativa” dell’immagine, in un’epoca dominata dalla ridondanza di quest’ultima. Tale riflessione viene calata nel teatro, dispositivo che, pur allineandola agli altri linguaggi, negli ultimi spettacoli di Castellucci ha fatto dell’immagine la sua eccellenza.

Può darsi un teatro senza immagine? Può il dispositivo, così com’è stato costruito dal regista di Cesena, sovvertire a tal punto il suo codice da mettere in pericolo la sua stessa sopravvivenza? Ad aprire lo spettacolo e a farne da leit-motiv è il suono inquietante di un buco nero, ovvero una serie di impulsi di raggi x codificati in segnali sonori: il buco nero è un concetto limite, un “corpo celeste, avente un campo gravitazionale così intenso da non lasciare sfuggire né materia, né radiazione elettromagnetica”. Qualcosa che tutto risucchia e tutto nega. Il punto massimo di una tensione negativa in cui Castellucci intenderebbe far sprofondare le immagini e con esse il teatro. Come se dopo non potesse esistere più il teatro.

Un incipit che rischia di essere una perentoria dichiarazione di intenti. Subito dopo, un gruppo di ragazze in abiti amish compie un atto di automutilazione in cui si recidono la lingua: anche la parola, portatrice di immagini acustiche, è qui negata. Per quasi tutta la durata dello spettacolo le dieci ragazze recitano i versi de La morte di Empedocle di Friedrich Hölderlin (nella traduzione di Cesare Lievi) evocando un altro fitto rifiuto: quello del filosofo agrigentino che si getta nell’Etna. Il movimento delle performer è fluido anche se tende momentaneamente ad attestarsi in figurazioni che ricordano quelle di antichi tableaux vivants, cioè un costante tentativo di arresto di quel movimento che, nel teatro di Castellucci, tende ad affastellare immagini.

La parola è detta secondo gli stilemi del cattivo teatro ottocentesco, un teatro che della messa in scena della parola fa il suo centro nevralgico. Gradualmente alle voci live delle dieci ragazze va sostituendosi un playback spesso fuori sincrono, in cui la meccanizzazione produce una sorta di ossificazione del flusso vitale che produce immagini sonore e che sembra agire sullo stesso piano del congelamento dell’azione nei tableaux vivants. La parola di Hölderlin, istituto poetico della parola stessa, allora sembra svuotarsi di senso in una sequela di puri significanti sonori, quasi un balbettio della lingua alla maniera dell’ultimo Carmelo Bene, e continua a prodursi anche quando le dieci performer non sono più sul palco, ma scivolano in un indefinibile altrove dopo essersi autopartorite.

Ed è proprio allora, quando qualsiasi forma di produzione di immagini visive e sonore sembra tendere verso un grado di totale appiattimento, che il meccanismo (s)fortunatamente si inceppa facendo fallire, come si diceva, il proposito che anima The Four Seasons Restaurant. Il dispositivo teatrale ha la meglio dimostrandosi inespugnabile di fronte a qualsiasi tentativo di manomissione. Perché quello cui abbiamo assistito altro non è che un’ipnotica sinfonia per immagini visive e acustiche che, pur nel loro minimalismo tendente a una nullificazione, si dimostrano costruite con una leggiadria senza precedenti. Perché il finale dello spettacolo, sprofondato in un buio claustrofobico solo occasionalmente squarciato da infernali lampi di luce stroboscopica e dal suono ossessivo del buco nero, altro non è che un’immagine fra le più sublimi.

E allora la proiezione delle parole “non lasciarmi”, che in questo buio si fanno sempre più piccole fino a sparire, risucchiate dal buco nero visivo-sonoro, altro non sono che l’invocazione di un regista al suo teatro e al mondo delle immagini minato dalla banalità, di un innamorato all’oggetto del suo amore, di Orfeo a Euridice che scompare negli inferi. Ed è qui che il dispositivo teatrale si fa inespugnabile e anche nella tensione al grado zero del suo linguaggio – l’assenza delle immagini – trova la sua forza producendo la più forte delle sue immagini: quella della vertigine generata dallo sporgersi sull’orlo del suo buco nero.

L’immagine di una prostituta di New Orleans, fotografata da Bellecq, fotografo che di solito grattava via dalla sue fotografie il volto dei suoi soggetti e che questa volta, invece, la lascia intatta: è quello che rimane a giganteggiare sul palco, dopo il terrore scatenato da una tempesta nera. A restare indelebile è solo l’affermazione di un’immagine che sembra chiudere il cerchio aperto nel nome della negazione dal Cristo benedicente di Antonello da Messina in Sul concetto di volto nel figlio di Dio.

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Romeo Castellucci / Socíetas Raffaello Sanzio, The Four Season Restaurant – photo Sonja Žugić

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Una Risposta a The Four Seasons Restaurant

  1. Lello Masucci ha detto:

    La bestemmia non è la negazione dell’immagine di Dio (Cristo, Gesù, Madonna, santi) ma l’ammissione implicita della sua esistenza e quindi della sua immagine. Infatti una bestemmia ha forza solo se si crede in Dio, mentre in caso contrario non sarebbe proprio utilizzata come mezzo di protesta, di rabbia, di violenza, disprezzo…

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