Giorgio Mascitelli

Alcuni giorni or sono navigando in rete mi sono imbattuto, sul sito del Corriere della sera, in una simulazione informatica dell’aumento in tempo reale della popolazione mondiale. Sul piano grafico questo programma si presenta come un planisfero terrestre continuamente solcato da minuscole finestre, che si aprono e si chiudono istantaneamente, recanti il nome di un luogo e l’annuncio di una nascita o di una morte; sopra il planisfero campeggia il numero totale degli abitanti del pianeta in perenne aggiornamento. Si tratta di una tecnologia messa a punto da alcune istituzioni, statunitensi credo, nell’intento di sensibilizzare il pubblico sui rischi connessi con l’aumento demografico.

L’effetto che ha avuto su di me tale programma è stato vagamente ipnotico, per esprimermi in maniera forbita, o, per dirla più semplicemente, sono stato a fissarlo come uno stoccafisso, come mi capitava talvolta nell’adolescenza osservando partite di flipper giocate da gente più brava di me. Ritornato in me, la memoria colta mi ha sostenuto sotto forma di due reminiscenze. La prima, abbastanza scontata, relativa a quei film catastrofisti in cui a un certo punto c’è sempre la scena che si svolge nella sala controllo del Pentagono e in cui appare il planisfero del mondo illuminato da puntini rossi in movimento che rappresentano i missili nucleari nemici che stanno per piombare su città inermi.

La seconda invece era relativa al prologo di Nonluoghi, il noto libro di Marc Augé, nel quale l’autore descrive la partenza standard dall’aeroporto di Parigi di un uomo d’affari standard verso l’estremo oriente per un viaggio d’affari. In quest’ultimo caso ho però attribuito a questo personaggio, nel mio ricordo, l’azione di guardare dal finestrino al decollo Parigi illuminata di notte, che in verità nel testo non c’è.

Se il primo dei due ricordi è banalmente difensivo di fronte all’angoscia procuratami dalla visione inglobando in un immaginario fantascientifico e dunque fittizio questa simulazione fin troppo reale, meno evidente è il secondo. In effetti non c’è un collegamento diretto tra l’inizio di un viaggio che si concluderà in un posto del tutto simile a quella in cui comincia e la planimetria del mondo, tant’è vero che la mia memoria ha dovuto creativamente aggiungere un’azione, quella di guardare dal finestrino il mondo con le sue luci, per trovarlo, attingendo ad altri ricordi.

In realtà un’analogia tra queste due cose esiste ed è quella che entrambe rappresentano una perdita: quella della storia attraverso il territorio nei non luoghi, quella dell’eccezionalità della nascita e della morte nella simulazione in tempi reali. Non si tratta in questo caso della percezione scioccante di un pericolo imprevisto, perché il fatto che la morte e la nascita non siano fatti eccezionali era un’informazione già in mio possesso, come del resto quelle relative ai rischi dell’incremento demografico. La differenza è dovuta al fatto che questo programma annuncia nascite e morti perfettamente generiche con le modalità che si riservano a nascite e morti che per noi significano qualcosa (l’ora, il luogo ecc.). Esse vengono però anche rappresentate secondo ritmi incalzanti che trascendono quelli dell’esperienza individuale.

Questo programma non produce una migliore conoscenza del problema, non informa in maniera più immediata di un saggio di duecento pagine (o anche di un articolo di due) nel quali siano discussi rischi e prospettive del problema, si limita a evocare la sua presenza colpendo l’emotività dello spettatore. Questa emotività si dibatte tra senso d’impotenza per l’impossibilità di fare qualcosa e smarrimento per la riduzione di un vissuto eccezionale nell’esperienza del singolo a standard collettivo.

L’effetto angosciante che produce non è casuale, ma voluto, e sembra suggerire che nel nostro tempo sia molto diffuso il principio per cui non è possibile comunicare qualcosa efficacemente senza spaventare qualcuno. L’adrenalina dell’emotività dura poco, tuttavia, e una volta passata lascia spazio a una tabula rasa pronta per essere riempita da una nuova emozione. E questo stato di cose non è il prodotto di una congiura delle élite transnazionali, ma più prosaicamente l’ovvia conseguenza di una cultura che ha perso qualsiasi fiducia nella discussione politica, cioè razionale, dei problemi.

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