Michele Emmer

Sono certo che nessuno si ricorda la sigla della agenzia internazionale che si occupa dello smantellamento dei siti di armi chimiche nel mondo, agenzia alla quale è stato assegnato quest’anno il premio Nobel per la Pace. Certo è un lavoro importante, un lavoro difficile, pericoloso. Ma non sarebbe stato molto meglio assegnare quel premio a una bambina che si chiama Malala Yousafzai, nata in Pakistan, a Mingora, il 12 luglio del 1997?

Che si è battuta e si batte per il diritto allo studio delle bambine nella sua città e nel Pakistan e per questo ha subito un attentato da cui si è miracolosomanete salvata, il 9 ottobre del 2012? La sua vita, come hanno ripetuto i talebani qualche giorno fa, sarà sempre in pericolo, la sua vita sarà per sempre segnata dal timore di essere uccisa, semplicemente perché pretende che tutti vadano a scuola nel suo paese. Il 12 luglio 2013 a sedici anni ha tenuto un discorso alle Nazioni Unite a New York. Un appello alla istruzione di tutti i bambini del mondo.

“Nel Pakistan abbiamo capito l'importanza di penne e libri quando abbiamo visto le pistole. La penna è più forte della spada. È vero che gli estremisti hanno e avevano paura di libri e penne. Il potere dell'istruzione fa loro paura. E hanno paura delle donne: il potere della voce delle donne li spaventa. Per questo hanno ucciso studenti innocenti, per questo hanno ucciso le insegnanti, per questo attaccano le scuole tutti i giorni. Gli estremisti hanno paura del cambiamento, dell'uguaglianza all'interno della nostra società… La pace è necessaria a fini dell'istruzione, il terrorismo e i conflitti impediscono di andare a scuola. Noi siamo stanchi di queste guerre”.

Lo stesso giorno del Malala Day in un rapporto pubblicato da Unesco e Save the Children, si legge che “nel mondo circa 50 milioni di bambini, dai 5 ai 15 anni, non vanno a scuola perché colpiti dagli scontri o arruolati nei corpi armati. Nel 2012, sono stati 3.600 gli attacchi di vario tipo per impedire ai bambini l'accesso all'educazione, tra i quali si contano violenze, bombardamenti di scuole, reclutamento dei minori in gruppi armati, torture e intimidazioni contro bambini e insegnanti sfociate in morti o ferimenti gravi”.

Inoltre, prosegue il rapporto, "resta scandalosamente bassa la quota di fondi destinati all'educazione nelle emergenze umanitarie, passando addirittura dal 2% del totale dei fondi umanitari in emergenza del 2011 all'1,4% del 2012, dunque ben al di sotto del 4% richiesto dalla comunità internazionale nel 2010".

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Savana del Kenia. Due fratellini, due bambini stanno attraversando gli spazi immensi, a piedi, portando con loro una piccola cartella e una bottiglia d’acqua. L’acqua l’hanno presa scavando con le mani in mezzo alla fanghiglia di una pozza asciutta. Scavando per un bel po’ si arriva a trovare dell’acqua abbastanza limpida, filtrata dalla sabbia del terreno e probabilmente potabile. Devono evitare gli elefanti, che si innervosiscono se qualcuno passa nel loro territorio. E i leoni. Mentre le giraffe non fanno paura. Devono camminare alcune ore per arrivare alla loro scuola, per andare a scuola. E poi alla sera al ritorno la stessa strada. Bellissima da vedere per noi che la guardiamo proiettata sullo schermo di un cinema. È un film sulla difficoltà di andare a scuola, raccontando la storia di bambini in quattro posti sperduti nel mondo.

Si tratta di un film, di un documentario, un docufilm, come si usa dire oggi. E non sono pochi gli esempi di documentari che sono molto più interessanti dei film che vanno per la maggiore. Ma so bene le obiezioni di coloro che si sono autoproclamati esperti di cinema, cinefili, critici e simili. Bambini al cinema, che noia, bambini che soffrono, facile facile, bambini che vogliono istruirsi, si può parlare contro? Insomma il sentimentalismo, la ricerca del consenso facile, e via discorrendo. Molto meglio i bei film italiani pieni di figure caricaturali, bozzetti di personaggi capaci di dire una battuta ogni tanto. Quelli sì che sono film degni di essere visti. Anche se la sceneggiatura è penosa e le riprese dilettantesche.

Il documentario sulla scuola si svolge in posti affascinanti, belli, coinvolgenti? Certo! La storia è una sorta di favola che ha un bel finale. Si potrebbe dire di sì, ma dipende dai punti di vista. A cavallo in Patagonia, scalando le montagne dell’Atlante in Marocco. Per finire in India. Jackson, Zahire, Carlito e Samuel sono i nomi dei quattro protagonisti. Il montaggio intreccia le storie per farle essere più accattivanti? Certo! E allora?

Tutto è raccontato come una favola nel film, tutto si svolge come si stesse raccontando delle storie costruite a tavolino. Ed è chiaro che è così, perché c’è un regista che ha scelto luoghi, persone, scene, musiche, commenti. E quindi si tratta di un film lacrimevole sull'infanzia abbandonata che non può insegnare nulla a chi si occupa di cinema, e non solo ai ragazzini che vengono portati a vedere il film?

Sbagliato, la scommessa del regista era persa in partenza, eppure riesce a mantenere un equilibrio tra le immagini e le storie raccontate, con punte di vero umorismo, con immagini splendide e con i quattro personaggi che alla faccia di tanti attori famosi bucano lo schermo. Alla fine ci si commuove, parola da non pronunciare mai sul cinema. È un peccato, andate a vederlo, magari con i vostri figli, e chiedete loro che cosa ne pensano. Imparerete qualcosa di sicuro sul cinema.

Sur le Chemin de l’ecole, (Vado a scuola) regia di Pascal Plisson, sceneggiatura Pascal Plisson e Marie-Claire Havoy, Francia 2013

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6 Risposte a Che noia i bambini, non solo al cinema!

  1. zil ha detto:

    Visto questa app per insegnare la matematica ai bambini? Utile! http://youtu.be/tdHgtmepmrI

  2. […] Emmer su “alfabeta2″, per: Sur le Chemin de l’école, (Vado a scuola) regia di Pascal Plisson, sceneggiatura Pascal Plisson e Marie-Claire Havoy, […]

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