Francesco Raparelli

Il pensiero, quando è grande, è sempre fuori posto. Capiterà così, vista la sua grandezza, all'ultima fatica di Paolo Virno, Saggio sulla negazione. Per una antropologia linguistica, da pochi giorni in libreria. Per l'accademia, quella in odore di cognitivismo, l'autore concede troppo a testi esotici quali il Sofista di Platone, Scienza della logica di Hegel o la prolusione heideggeriana Che cos'è metafisica? Per l'accademia di movimento, perché autore di culto dei movimenti è stato Virno nell'ultimo ventennio, il testo risulterà scontroso: possibile dedicare tanta attenzione ad un tema ostile come la negazione linguistica?

Poco importa che Deleuze, tra i pensatori che va per la maggiore tra le giovani generazioni di militanti, abbia dedicato pagine irrinunciabili a Bartleby e all'enunciato «agrammaticale» I would prefer not to, e le sue ricerche più brillanti alla logica stoica, alla «neutralità del senso», alle «sintesi disgiuntive», tutti temi che, da una prospettiva spesso diversa, scandiscono il Saggio sulla negazione. Fuori posto dunque capace di pensare l'impensato: questo il merito più importante dell'antropologia linguistica di Paolo Virno, giunta, con l'ultimo lavoro, ad una maturità potente, capace di fare scuola.

Avvertenza fondamentale. Il libro è complicato, richiede molta pazienza, dedizione, una certa tenacia. Leggerlo a salti, non solo non aiuta a comprendere, ma aggrava la fatica. Proverò, a sostegno del lettore, e seppur in modo molto sintetico, a presentare i tratti salienti del testo, consapevole che lo spazio di una recensione è insufficiente a dar conto della ricchezza che lo contraddistingue.

La tesi di partenza, con le parole dell'autore: «l'indagine sulla negazione linguistica è, fin dal principio e in ogni sua piega, una indagine antropologica. Spiegare le prerogative e gli usi del segno 'non' significa spiegare alcuni tratti distintivi della nostra specie». Del connettivo sintattico 'non' si saggia in lungo e in largo la potenza antropogenetica, oltre a quella specificatamente linguistica. Meglio, afferrato il ruolo decisivo della negazione nella vita della lingua, si mette il 'non' al centro del Menschwerdung. Non solo connettivo sintattico, ma anche e soprattutto «soglia ontogenetica». Le conseguenze dell'irruzione della negazione nel linguaggio, e nel pensiero verbale, vengono da Virno censite attraverso un armamentario teorico eclettico: dalla logica alla metafisica, dalle neuroscienze alla psicoanalisi. Quattro, a mio avviso, sono le mosse decisive dell'autore. Procediamo con ordine.

Il primo movimento ha come protagonista Saussure. È il linguista svizzero nel suo celebre Cours e negli Scritti inediti a chiarire la natura della lingua come sistema di «differenze senza termini positivi». Ancora: i segni sono «fatti negativi» ovvero esito di relazioni differenziali che precedono e producono i termini stessi del rapporto. Per quanto Saussure non si sia mai dedicato a qualificare il connettivo sintattico 'non', Virno non ha dubbi, la trama negativo-differenziale che costituisce la lingua rende possibile «dedurre le prerogative di quel basilare operatore logico che è la negazione».

Proprio perché la lingua in quanto tale è, con parole saussuriane, un «plesso di differenze eternamente negative», allora è possibile afferrare il ruolo decisivo del 'non' nell'eloquio e nel pensiero di Homo sapiens. In questo senso – procede Virno – il 'non' è un segno «anfibio e bifronte»: consente di dire come non stanno le cose, dunque di «prendere le distanze da qualsiasi significato attinente all'esperienza», perché «denota le differenze senza termini positivi da cui dipende la formazione dei segni verbali». Come un commutatore, «trasferisce la negatività primaria della lingua, di cui esso è un'espressione concentrata, ai discorsi sulla realtà extralinguistica». Sono proprio queste definizioni a renderne possibile un'altra di natura economico-linguistica: «la negazione è il denaro del linguaggio». Come il denaro è per un verso merce qualsiasi, per l'altro valore di scambio di tutte le merci, così «il 'non' è un segno tra i tanti, [...] la cui funzione consiste però nell'isolare ed esibire una caratteristica condivisa da tutti i segni».

Il secondo movimento segue, in modo assai fecondo, una traccia che ci consegna Wittgenstein in un appunto del 1914: «Si può negare una immagine? No. È in ciò che risiede la distinzione tra immagine e proposizione». Virno radicalizza: «sono i requisiti del segno 'non' a far sì che i significati verbali abbiano una indole impersonale, [...] irriducibile alle operazione delle singole menti». Ancora: proprio ciò che rende possibile la separazione tra pensiero verbale e rappresentazione psicologica, la negazione appunto, è il tramite grazie al quale l'ambito linguistico si innesta su quello psicologico riorganizzandolo per intero.

Accompagnato alle rappresentazioni psicologiche, infatti, il 'non' «rileva il divario cronico che sussiste tra qualsiasi Vorstellung e l'oggetto raffigurato». Dalla separazione tra dire e percepire alle fratture interne all'enunciato: «la semplice possibilità di asserire che 'il prato non è verde' attesta che il senso di 'il prato è verde' non coincide con la sua denotazione». Virno definisce ontologica o primaria la negazione che esprime la differenza tra senso e denotazione, da distinguere da quella empirica o contingente che «mette in risalto, già nel senso di un particolare enunciato, la mancanza di denotazione di cui è affetto quest'ultimo». Di più, ed è questo un passaggio decisivo, l'autonomia del senso dalla denotazione (ossia dal fatto) così come dalla forza illocutoria (lo stimolo) ne qualifica altri due tratti fondamentali: la sua inattualità, la sua neutralità. Proprio l'inafferrabilità del senso alla presenza «comporta un costante distacco del parlante rispetto all'ambiente e alle pulsioni psichiche». Altrettanto, «in virtù dello scarto che lo separa dalla denotazione e dalla forza illocutoria, il senso di un enunciato è sempre sospeso tra sviluppi alternativi».

La terza mossa, con uno sguardo spregiudicato e rigoroso nello stesso tempo al Sofista di Platone, insiste sulla conquista del 'non' come «tappa saliente dell'ontogenesi». Come il bambino, parola di Piaget, fino ai sei o otto anni di età ha un linguaggio dominato dalle affermazioni, così Parmenide, bersaglio polemico del dialogo platonico, esclude il non-essere dalla scena metafisica. Distinguendo l'enantìon (il 'contrario') dall'héteron (il 'diverso'), invece, Platone qualifica, meglio dei linguisti di professione, la traumatica irruzione del 'non' nella vita umana.

Scrive Virno: «il connettivo sintattico 'non', anziché forgiare un nuovo significato, opposto a quello racchiuso nell'affermazione, rimanda a una diversità non specificabile positivamente, [...] indica la differenza come tale, non qualcosa di differente». In questo senso l'héteron è una «soglia» ontogenetica: garantisce, continua Virno, «la transizione da un linguaggio infantile-parmenideo, nel quale la negazione si risolve in una nuova affermazione ('Paolo non è bello' = 'Paolo è buffo'), a un pensiero verbale in possesso di tutti i suoi mezzi, capace di negare un contenuto semantico pur occupandosi soltanto di esso, dunque senza bisogno di ventilarne uno alternativo ('Paolo non è bello' non ha altro tema che la bellezza di Paolo)».

L'ultimo movimento riguarda la retroazione del linguaggio, segnato dal protagonismo del 'non', sugli affetti. Virno è perentorio: l'intersezione tra sintassi e pulsioni è realizzata dalla negazione linguistica. Così come il 'non' garantisce l'indipendenza/differenza del senso dalla denotazione, altrettanto, «se sottoposte alla negazione, le pulsioni pre-linguistiche conseguono una certa indipendenza dalle situazioni che dovrebbero scatenarle, cessano di aderire incondizionatamente all'“adesso”, sono passibili di inibizione e di differimento». Emergono in primo piano le conseguenze etiche di tale autonomia: per un verso la negazione linguistica può tenere a freno le pulsioni distruttive, per l'altro «genera una distruttività assai più intensa e diffusa di quella che promana dalle pulsioni pre-linguistiche». Veleno capace di distruggere l'empatia neurofisiologica, garantita dall'azione dei neuroni specchio, ma anche «antidoto al veleno che ha inoculato nell'innata socialità della mente»: la negazione ci consegna, del linguaggio, la sua potenza antropogenetica e, nello stesso tempo, la sua, che è la nostra, costitutiva ambivalenza.

A conclusione del volume, due appendici che insistono sul nesso tra negazione linguistica e prassi. La prima dedicata ai tratti distintivi delle azioni negative (omettere, disobbedire, esitare, differire ecc.); la seconda all'esito, tutt'altro che pacificatore (e dialettico), di una doppia negazione. In entrambi i casi torna in gioco la combinazione, su cui più volte ha riflettuto e scritto Virno in passato, tra negazione e modalità del possibile. Motore del conflitto sociale più aspro, la negazione definisce «zone di indiscernibilità» dove il comportamento contingente acquisisce l'autorevolezza di una nuova regola. Dalla filosofia del linguaggio all'antropologia, alla ricerca di una teoria politica dell'Esodo all'altezza del presente.

Paolo Virno
Saggio sulla negazione. Per una antropologia linguistica
Bollati Boringhieri (2013), pp. 204
€16,00

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Una Risposta a Il ‘non’ che fa la differenza

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