Roberto Rizzente

Lo avevano dato per spacciato. Questione di debiti: il Crt, lo storico teatro di ricerca che tanti grandi aveva portato a Milano, da Grotowski a Kantor, dall’Odin Teatret al Bread and Puppet, dal Living Theatre a Emma Dante e César Brie, rischiava di chiudere.

Ci hanno pensato i privati a risollevarne le sorti. Per una volta, facendo fronte comune: il Crt con Crt Artificio, insieme con la Triennale. Primo appuntamento della nuova stagione è stato L’ultimo nastro di Krapp nella versione di Bob Wilson (1941). Un gigante dei nostri tempi, presentato in conferenza stampa - caso più unico che raro, nella storia del teatro milanese - a cinque soli giorni dal debutto. Ma tant’è: Wilson fa parlare in ogni caso di sé. Persino dalla Svizzera sono venuti a vederlo.

Le ragioni sono molteplici. Una di queste è la presenza in scena dello stesso Wilson. Abituato da sempre ai grandi interpreti – nientemeno che William Dafoe e Michail Baryshnikov nel recente Old Woman, a Spoleto; Isabelle Huppert, qualche anno fa, in Quartett – è lui la star incontrastata della pièce. Per un’ora tenendo banco con navigata perizia, ammiccando ai maestri del muto, Chaplin prima degli altri, e anzi sdoppiandosi in un suo ‘doppio digitale’, grazie alla registrazione della voce su nastro.

Robert Wilson in rehearsal of Krapp´s Last Tape at Grand Thèâtre Luxembourg

Ma c’è un’altra ragione, più profonda. Ed è il sodalizio con Samuel Beckett (1906-1989). La scrittura calibrata e sorvegliatissima del grande irlandese pare fare a pugni con la sfrenata fantasia del regista texano. Non ci sono spazi, qui, per l’improvvisazione, ogni particolare è descritto su carta: le luci, la mimica dell’interprete, i movimenti in scena. Passo dopo passo, come in una partitura che tutto prevede, nello sforzo titanico di controllare e, perché no, orientare l’esecuzione.

Impossibile esimersi dal confronto: troppo vasta è la letteratura critica fiorita intorno a Beckett per pensare di potersene liberare di un colpo. Wilson segue alla lettera il canone. E ne esce, a nostro avviso, sconfitto. Troppo imbolsito, troppo rattenuto si mostra, in questo spettacolo. Come se, dinanzi ad un drammaturgo troppo grande, il più grande, forse, con Brecht, del Novecento, egli temesse di azzardare troppo, contro la vulgata.

Il risultato è uno spettacolo a mezzo. Beckettiano, certo, è Krapp. Questo uomo solo, escluso dalla vita. Questo derelitto che invano tenta di riannodare i fili della passata esistenza, ordinando i ricordi. Questo ‘clown’ dal sorriso triste, che come un Hans Schnier qualunque tenta di capire perché l’amore, quello vero, se ne è andato.

krapp4

Beckettiano è, poi, l’incedere della pièce. La forma-franta di cui si compiace. Quella struttura incompiuta, incrinata sul nulla, che lascia trapelare i silenzi, il non detto. Quel lento scivolare verso la morte, dove la comunicazione si interrompe, la parola si disincarna, si fa soffio, pneuma, pura phonè, un’istante prima dell’afasia degli ultimi dramaticules, di Footfalls e di Not I.

Beckettiani sono, infine, gli accenni alla comicità. Per dire basta. Per allontanarsi dalle forme compiute della pièce bien fait e le ambizioni egemoniche del pensiero, le ideologie. Quel riso maieutico che tutto annienta, propedeutico alla saggezza, la libera accettazione del niente, via da ogni prebenda letteraria. Come la banana sbucciata, il passo felpato di Krapp. Il loop continuo e ossessivo di situazioni, pensieri, omissioni.

D’altra parte, però, tutta wilsoniana è l’atmosfera di cui è impregnata la pièce. Quel gioco intellettualistico e totalizzante che alla riflessione sulla vita, la morte, il niente, sostituisce la direzione ondivaga delle luci, il decor degli arredi, l’effetto a tutto campo della pioggia, che ossessivamente incombe, come in una tardiva reminiscenza da Blade Runner.

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E poco importa se mancano, qui, gli eccessi cui pure Wilson ci aveva abituati, da I La Galigo alla Tentazione di Sant’Antonio, quando le luci convergono su di un punto e le prospettive si dilatano, lasciando proliferare l’immagine. Lo spettacolo molto deve alla fascinazione del regista per il teatro Nō, il cinema espressionista, l’estetizzazione delle forme.

Compresso tra questi due poli, termini di un’equazione impossibile, lo spettacolo finisce, così, per avvitarsi su sé stesso, traducendosi in una sequela infinita e poco convinta di esclamazioni, interiezioni, manieristi arabeschi di luce.

Senza scegliere tra realismo e astrazione, verità poetica e culto egotista dell’immagine, questo Nastro di Krapp rimane un guscio vuoto, patinato e sofisticato, magari interessante per i fashion victim, al quale però è necessario insufflare la vita.

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10 Risposte a L’ultimo nastro di Krapp

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