Maria Teresa Carbone

Per molto tempo, con alcune notevoli eccezioni che portavano appunto, ben visibile, il marchio di una eccezionale grandeur, la durata media di un film si è tarata intorno ai novanta minuti. Era una misura ragionevole, che consentiva a chiunque di infilarsi in un cinema durante un'ora buca del pomeriggio, o di andare all'ultimo spettacolo tornando a casa in metrò.

Era, anche, l'incarnazione dell'idea che la vita è la vita e il cinema è il cinema (è il cinema). E un'ora e mezza basta e avanza per un oggetto che è, statutariamente, bigger than life. Poi, a un certo punto che potremmo individuare nei fatidici anni Ottanta, i film – parliamo naturalmente dei film Usa, ma presto il contagio si sarebbe diffuso ovunque – hanno avuto bisogno, per dimostrare che c'erano (cioè, in termini economici, che valevano il costo del biglietto) di gonfiarsi, di crescere, di raggiungere e superare le due ore, di passare da uno status di – apparente – interstizio a quello di “divertimento” a parte intera.

Quello che è accaduto in seguito – l'ulteriore dilatazione del tempo cinematografico nella versione home video con l'agglutinarsi dei vari extra, la sua successiva esplosione nella miriade di frammenti di Youtube – è sotto i nostri occhi. A contare qui, per il piccolo discorso che si intende fare, è che Gravity di Alfonso Cuarón dura novanta minuti. È, dunque, già a partire dalla misura, un film antico. Così come è antico, e insieme ineludibilmente contemporaneo, il suo essere girato per intero – a parte l'ultima sequenza – in uno studio cinematografico (due per l'esattezza, Pinewood e Shepperton).

Nulla di quello che vediamo è “vero”: non l'immensa terra vista dallo spazio, che spesso riempie, ferma e mutevolissima, l'intero schermo, non le immagini che si riflettono sui caschi degli astronauti Sandra Bullock e George Clooney, non i detriti che colpiscono come proiettili micidiali la navicella, non la danzante apesanteur all'interno del veicolo spaziale. E non solo tutto questo non è “vero”, perché è stato realizzato grazie a un uso sapiente delle tecnologie digitali, ma anche – soprattutto – perché Cuarón e i suoi collaboratori erano perfettamente consapevoli di, e determinati a, girare un film, quell'altro reale di cui ha scritto Edoardo Bruno in un libro del 1978, che meriterebbe di essere riportato oggi all'attenzione dei lettori.

Accantonate quindi rapidamente le critiche pedestri degli scienziati veri e presunti che hanno rimproverato a Gravity le sue, sicuramente innumerevoli, “inesattezze”, possiamo vedere nel film di Cuarón un oggetto cinematografico che, come lo Hugo di Scorsese (non a caso girato negli stessi studios britannici), si proietta nel futuro, non dimenticando neanche per un attimo la sua storia, a partire dal grande padre Méliès e dal suo Voyage dans la Lune.

Il viaggio in una dimensione sincrona, dove la corsa solo apparente della freccia del tempo abbraccia i segnali dei satelliti spaziali e il latrato primordiale dei cani da slitta è (anche) il viaggio del cinematografo, un viaggio che – proprio come quello dell'eroina del film – impone la fatica di una continua rinascita, così come faticosi e goffi sono i passi di Sandra Bullock sulla terra, la gravità, finalmente riconquistata. Novanta minuti è, anche, la durata di un'orbita intorno alla terra della Stazione spaziale internazionale: un giorno in un'ora e mezza, la durata del film.

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