Cristina Romano

Nell’ampio spazio dello Shed di Hangar Bicocca, articolato in una sorta di galleria delimitata dagli schermi per le proiezioni video, The Visitors mostra l’artista e alcuni amici musicisti impegnati in una performance, nelle stanze e nel patio della residenza di Rokeby Farm. Una villa della prima metà del XIX secolo costruita lungo il fiume Hudson per la celebre famiglia Astor. Un luogo che ha esercitato una forte attrazione sull’immaginario romantico di Kjartansson, già scelto in precedenza per Blossoming Trees Performance (2008).

L’ingegnoso dispositivo è formato da nove proiezioni video in scala 1:1, su schermi che, accostati uno all’altro, risultano, come in un polittico rinascimentale, a spazio unificato. Qui però tutto si articola nello spazio. Gli schermi sono usati come pareti, ognuno con la rispettiva proiezione e traccia sonora, e vengono utilizzati da Kjartansson per realizzare il concetto di “Music in Space”, che trae origine dal principio di spazializzazione del suono di Karlheinz Stockausen. Si tratta di otto sintagmi filmici, o piani sequenza, per una durata di 64 minuti, eccetto uno, quello che presenta la visione esterna del patio e che accoglie il finale dell’opera. In quest’ultima ripresa la telecamera si muove ruotando su se stessa per creare l’inquadratura finale, che mostra gli artisti mentre lasciano tutti insieme Rokeby Farm.

The Visitors è il risultato di una ricerca sperimentale nell’uso della tecnica cinematografica nel corso della quale la regia passa attraverso più fasi: Kjartansson che concepisce il dispositivo e insieme ai suoi compagni compone rigorosamente l’andamento musicale, l’azione performativa realizzata dall’artista e dai compagni musicisti girata in un giorno in un’unica ripresa, e lo spettatore che viene messo nelle condizioni di operare il découpage di montaggio, in modo del tutto arbitrario, a seconda dei suoi movimenti all’interno dello spazio delimitato dagli schermi. In questo senso l’opera può essere vista infinite volte in altrettanti modi diversi, rendendo il punto di vista del singolo l’unico possibile.

Ragnar Kjartansson, The Visitors, 2012 (Stills)

Ragnar Kjartansson, The Visitors, 2012 (Stills)

In The Visitors Kjartansson riesce a rompere le barriere spazio-temporali suggerendo la presenza di Rokeby Farm all’interno di Hangar Bicocca, e la possibilità di muoversi al suo interno. L’idea è quella di poter osservare gli artisti nei singoli ambienti, che con i loro strumenti suonano e cantano simultaneamente una melodia composta da Kjartansson, con alcune aggiunte di David Thor Jonson, sul testo poetico dell’ex moglie Ásdís Sif Gunnarsdóttir. Come spiega l’artista: “L’opera è una serie di ritratti, il ritratto della casa, il ritratto dell’artista, il ritratto di una serie di musicisti, il ritratto di una comunità, il ritratto di una generazione…”.

Anche in questo caso, come a Venezia, per il Padiglione islandese (2009), arte e vita si incontrano, diventando l’uno il nutrimento dell’altro e viceversa, Kjartansson e i suoi compagni interpretano loro stessi. L’opera sembra essere anche l’ultimo omaggio a un rapporto esaurito e concluso, una sorta di elaborazione per la separazione dalla moglie Ásdís. “…There are stars exploding / and there is nothing you can do”, sono i versi finali della poesia Feminine Ways di Ásdís Sif Gunnarsdóttir, ripetuti in modo estenuante, come ritornello della melodia.

Essi risuonano in profondità e pongono l’accento sulla ricerca di una dimensione universale di matrice romantica. In questo modo Kjartansson pone come punto di partenza concettuale e nodo centrale di tutto il lavoro una poesia, recuperando anche le sue radici culturali. Per l’artista: “l’Islanda è un paese di cantastorie e novellieri. Prima della fine del XIX secolo non esisteva una produzione di arti visive né di musica, ma solo poesia e letteratura. Proprio per questa ragione in tutti i miei lavori creo delle situazioni che si prestano a diventare delle storie” (2009).

Ragnar Kjartansson, The Visitors, 2012 (Stills)

Ragnar Kjartansson, The Visitors, 2012 (Stills)

Il tema principale dell’opera è la riflessione sul significato dell’amicizia, sul legame tra l’individuo nella propria intimità e il gruppo. Kjartansson mette in scena la sintonia armonica che la musica è in grado di generare tra un gruppo di individui, destinando solo al momento della proiezione, l’unione delle nove singole tracce sonore e dei rispettivi video. L’artista con The Visitors ha sviluppato ulteriormente la tipologia della videoinstallazione che ha come antecedenti più prossimi God (2007), e The End (2009), ma che qui trova un compimento straordinariamente equilibrato e forte.

Ora Kjartansson allenta la tensione verso un protagonista per cedere il passo e celebrare una potente coralità che ritma tutti i diversi gradi d’intensità dell’opera e lascia allo stesso tempo ampio margine di partecipazione al pubblico.

Ragnar Kjartansson
The Visitors
A cura di Andrea Lissoni e Heike Munder, Hangar Bicocca - Milano fino al 17.11
In collaborazione con Migros Museum für Gegenwartskunst, Zurigo

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2 Risposte a Ragnar Kjartansson – The Visitors

  1. irmacaspani ha detto:

    nostalgia e vitalità , qualcosa finisce ma l’amore resta!
    e diventa arte.
    Articolo ok. efficace e sentito. irmacaspani

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