Giorgio Mascitelli

Da un po’ di anni a questa parte si assiste alla proliferazione di classifiche in ogni campo: da quelli tradizionali dello sport e dell’economia fino alle città in cui si vive meglio o dei migliori vini (e sarebbe interessante a questo punto redigere una classifica anche dei fegati di coloro che hanno assaggiato tutte le bottiglie del mondo per arrivare a produrre la classifica mondiale dei vini).

Vi è in questa diffusione una volontà didattica, probabilmente, di abituare le persone a pensare per classifiche, cioè a pensare che ogni cosa sia traducibile in un equivalente quantitativo.

Le classifiche sono arrivate anche nel mondo della cultura e dell’istruzione: dapprima sotto forma di classifiche di vendite e di incassi, ormai oneste forme promozionali piuttosto attempate, poi come sistemi di indicatori di complesse realtà o fenomeni culturali. E qui, devo confessare, mi sarei aspettato un brusco arresto di questa ascesa perché la riduzione a cifre tonde di fattori assai complicati è un’operazione molto più aleatoria che ordinare le principali acciaierie di un paese o del mondo intero per fatturato o per utili.

Ma il paradosso è che quanto più le classifiche sono basate su fattori aleatori tanto più sono credute senza discussione. E, paradosso nel paradosso, riscontrano molto successo in ambiti come quello culturale o scientifico, dove ci sarebbero tutti gli strumenti intellettuali per un sano scetticismo.

 Prendiamo ad esempio la classifica mondiale delle università, QS World University Ranking del 2013, appena uscita: in essa tra le prime cento università ben sedici sono britanniche e solo tre tedesche. È un dato singolare, perché, come faceva notare un lettore del Sole 24 ore on line, i confronti tra l’economia e l’industria tedesche e quelle del Regno Unito farebbero pensare a un rapporto inverso. Dunque o questa classifica non è attendibile o non è vero, come sostengono tutti gli economisti, che ci sia una correlazione tra sistema universitario ed economia di un paese.

Un altro esempio è relativo agli Stati Uniti: naturalmente gli Stai Uniti hanno undici delle venti migliori università della classifica e ottantatré tra le prime quattrocento. Si tratta di una presenza che rivela sia la presenza di centri di altissimo livello, ma anche una qualità diffusa. Eppur se si incrociano queste posizioni lusinghiere con i risultati dell’indagine PIAAC sul grado di competenze linguistiche e matematiche nei paesi OCSE, troviamo una situazione differente: i giovani statunitensi di 16-24 anni hanno livelli sotto la media internazionale simili a quelli dei giovani italiani, che pure dispongono di una sola università nelle prime duecento.

 La mia impressione è che se anche queste critiche venissero rivolte in forme più articolate e autorevoli di questa, non sortirebbero effetto alcuno. Un po’ come successe con l’abbassamento di rating degli Stati Uniti da parte dell’agenzia Standard and Poor: l’amministrazione Obama fece notare che il giudizio era basato su un errore di calcolo, l’agenzia ammise l’errore e confermò l’abbassamento. Infatti il primo vero messaggio delle classifiche non è nei loro contenuti specifici, ma nell’effetto simbolico di potere di colui che può redigerla e, come per i re dei buoni tempi antichi, eventuali errori e arbitri non fanno che rafforzare questo effetto.

L’altro importante effetto simbolico è quello della trasformazione della classifica in un modello di discorso da imitare, una matrice non solo per altre classifiche, ma per il modo stesso di concepire le priorità, eliminando forme di discorso più consapevoli e analitiche. Al dibattito su ciò che possa essere una buona università, su quali siano i criteri e i fattori per determinarla si sostituisce una posizione o un numero: situazione che potrebbe essere considerata come una procedura di interdetto particolarmente efficace nell’ordine del discorso perché dove regnano i parametri non c’è bisogno di parole.

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11 Risposte a Il discorso delle classifiche

  1. lorenzo galbiati ha detto:

    “Prendiamo ad esempio la classifica mondiale delle università, QS World University Ranking del 2013, appena uscita: in essa tra le prime cento università ben sedici sono britanniche e solo tre tedesche. È un dato singolare, perché, come faceva notare un lettore del Sole 24 ore on line, i confronti tra l’economia e l’industria tedesche e quelle del Regno Unito farebbero pensare a un rapporto inverso. Dunque o questa classifica non è attendibile o non è vero, come sostengono tutti gli economisti, che ci sia una correlazione tra sistema universitario ed economia di un paese.”

    La classifica delle Università è indubbiamente vera, vera secondo i criteri che usa il metodo secondo cui si stila la classifica, che quindi non è traducibile come classifica delle Università. La correlazione tra sistema universitario ed economia di un paese: occorrerebbe capire di che cosa si sta parlando. La correlazione è una questione matematica, cosa si può misurare e si misura di un sistema universitario? e poi come calcolarlo? E cos’è l’economia di un paese? Cosa si prende come parametro dell’economia di un paese, il Pil, è quello che indica l’economia di un paese, o altro, magari un insieme di parametri collegati, e quali? Insomma, non ha alcun senso parlare di correlazione tra sistema universitario ed economia di un paese, sono concetti altamente indefiniti e indefinibili, relativi a sistemi complessi, e quindi non analizzabili in termini di correlazioni matematiche lineari e semplici. Un po’ come se io volessi stabilire la correlazione tra il clima e l’intelligenza delle persone, senonché del clima almeno le temperature e le precipitazioni medie sarei in grado di calcolarle in modo altamente significativo, ma l’intelligenza?

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