Enrico Donaggio

“Che cosa è necessario sapere, o meglio, che cosa i cittadini italiani vogliono sapere, affinché i prossimi dieci anni della loro vita non siano loro sottratti (come è stato per gli ultimi dieci )?”. Iniziava così una delle ultime Lettere luterane di Pier Paolo Pasolini, uscita sul Corriere della Sera circa un mese prima del suo ammazzamento. La “litania” di enigmi e misteri sgranati nella requisitoria andava dagli esecutori e i mandanti delle stragi di Milano, Brescia e Bologna, fino al degrado urbanistico, paesaggistico e antropologico di un paese sempre più afflitto.

La soluzione invocata da Pasolini consisteva in un “Processo Penale” nel quale tutti questi reati potessero venire svelati e puniti complessivamente: “Fin che non si sapranno tutte queste cose insieme - e la logica che le connette e le lega in un tutto unico non sarà lasciata alla sola fantasia dei moralisti - la coscienza politica degli italiani non potrà produrre nuova coscienza. Cioè l’Italia non potrà essere governata”. Quale termine di raffronto e decenza minima di questa sua visionaria sanatoria, Pasolini indicava il processo contro Richard Nixon; la sua “cacciata” in seguito allo scandalo Watergate. A quel fatto del luglio 1974, veniva ancorata la tenuta, se non altro formale, del “gioco democratico”.

Pasolini si mostrava scettico riguardo alla effettiva volontà di sapere degli italiani, alla forza di cui realmente disponevano per costringere il potere ad “autocriticarsi e smascherarsi”. Cosa che, per altro, sino alla primavera del 1977, non fece nemmeno Nixon. L'impeachment, le dimissioni e le condanne dei suoi collaboratori non coincisero infatti con un'ammissione di colpevolezza da parte del presidente rispetto agli insabbiamenti e agli ostacoli alle indagini e alla giustizia di cui si rese responsabile. Questo sino al momento in cui, incalzato dalle domande di David Frost, nel corso di una serie di interviste televisive destinate a fare epoca nella storia della politica e del giornalismo, confessò finalmente quella verità che aveva ostinatamente negato a magistrati e commissioni d'inchiesta.

Rileggete la lettera luterana di Pasolini - sostituendo “venti” a “dieci” per quel che riguarda gli anni di vita, pubblica e privata, scippati e avviliti dal potere – e guardate su Youtube i video originali delle interviste o la loro trasposizione cinematografica da parte di Ron Howard nel 2008. Poi andate a teatro, a vedere quello che Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani hanno saputo fare di quella straordinaria vicenda e del testo di Peter Morgan a cui anche il film si ispira. Godetevi anzitutto lo spettacolo di due vecchie volpi con il talento e il mestiere cuciti sulla pelle, supportate da alcuni tra i migliori giovani che il teatro italiano abbia espresso in tempi recenti.

E l'effetto che tutto ciò produce su un pubblico – siamo in uno dei pochi lembi di Europa che Milano, dal punto di vista culturale, possiede: l'Elfo Puccini – che da quarant'anni vive insieme a una compagnia. Sentirete cosa significa per attori e spettatori “giocare in casa”, nel senso meno enfatico e autoindulgente che si può attribuire a questa formula.

Ma poi allargate lo sguardo e il ricordo. Quella che l'Elfo sta proponendo negli ultimi anni, con la valorizzazione di testi anglosassoni di grande qualità e impatto critico, è una sorta di archeologia del nostro presente individuale, politico, sociale. Angels in America, The History Boys, in fondo anche Red, e ora il duello tra Nixon e Frost sono scene madri, prime assolute, miniature e affondi profetici di quel che sarebbe poi accaduto in Italia, con qualche decennio di ritardo rispetto ad avamposti come Stati Uniti e Inghilterra: l'imporsi della società del consumo e dello spettacolo globale, con tutti gli effetti di manipolazione delle coscienze e involgarimento dei comportamenti che oggi ben conosciamo.

Si tratta di una strategia culturale e politica di ampio respiro. Di un antidoto intelligente per affrontare una crisi che infuria come una catastrofe naturale, tutto riducendo algrado zero dell'oblio, alla linea di galleggiamento brutale del giorno per giorno e della sopravvivenza.

Vedere sul palco la maschera dell'uomo più potente del mondo che si liquefa sotto i colpi di un giustiziere improbabile - qualcuno che, fatte le debite proporzioni, sarebbe per noi una sorta di mix tra Enzo Tortora, Pippo Baudo e Fabio Fazio. Scoprire il giro di denaro, sponsor, interessi che lega intervistato e intervistatore (il compenso e le percentuali stellari che Nixon pretese per la sua imprevista catarsi catodica). Questo e altro, portano infatti a chiedersi – il pensiero è inevitabile – se, quando e come qualcosa del genere potrebbe mai avere luogo in Italia; dove l'intreccio di potere mediatico, sfruttamento a fini privati della politica e oscena attitudine alla menzogna dei leader riproduce in sedicesimo quello che Morgan e l'Elfo hanno messo sulla scena.

Sperando, malgrado troppe apparenze di segno contrario, che la posta in palio di questo processo necessario sia sempre quella fiduciosamente fissata da Pasolini: “Gli italiani vogliono dunque sapere ancora cos’è con precisione la «condizione» umana - politica e sociale - in cui sono stati e sono costretti a vivere quasi come da un cataclisma naturale: prima, dalle illusioni nefaste e degradanti del benessere e poi dalle illusioni frustranti, no, non del ritorno della povertà, ma del rientro del benessere”.

di Peter Morgan
uno spettacolo di Ferdinando Bruno e Elio De Capitani
Teatro Elfo Puccini
18 ottobre - 10 novembre
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9 Risposte a Il processo necessario

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