Mimmo Grasso

Derek Walcott ha detto che i poeti scrivono per gli altri poeti. Per quanto mi riguarda è così e mi lusinga immaginare di essere incluso tra le persone cui Eugenio Lucrezi ha pensato componendo Mimetiche, raccolta di versi (che esce nella collana i megamicri curata da Mariano Baino) che ambula tra i linguaggi della poesia e della musica.

Nel ritrovarsi delle due discipline in ambito “culto” e nel passaparola del canto da Properzio ai trovatori, agli Spiders of Mars di Bowie, alla Sexton, in una misura metrica levigata come uno specchio, tanto da volerne individuare il punto di rottura, credo vi sia la “voce”, sempre riconoscibile, di Lucrezi.

L’operazione non è di poco conto per motivi sociologici ed estetici: la lettura di poesia tende a essere sostituita dal suo ascolto diretto: Lucrezi è eccellente musicista e il suo gruppo, la Serpente Nero blues band, riserva attenzione da sempre ai poeti senza concedere un palmo di terreno all’accondiscendenza, agli ammiccamenti, richiedendo al lettore-ascoltatore, anzi, una doppia competenza. Siamo, in altri termini, nell’ambito di un’aristocrazia espressiva, che chiede un fruitore dotato di strumenti cognitivi adatti a trasformare in consonanza, mediante il riposizionamento dei dati dell’esperienza, la dissonanza generata dall’interrogarsi sul ”senso” dell’opera a partire da quella relazione di relazioni che è, appunto, il linguaggio, quale che sia la sua sintassi: in forma di parola, di musica, di figura.

Una lettura in tal senso degli “oggetti” di Mimetiche dà esiti interessanti in quanto l’oggetto (intendo per “oggetto” anche l’atteggiamento dell’autore) è osservato per come appare, per come è, per come dovrebbe essere; il tutto, in una densa sintesi di nessi nascosti, mimetizzata d’ordinario: “Ricordare un’amica/può riscaldare il cuore/ cuore che si raffredda/ se tu non te ne vai”. Il ricordare è portare di nuovo nel cuore, antica sede della memoria. Come mai la figura affettiva, per rimanere “calda”, battere in arsi e tesi, ha bisogno che l’oggetto del ricordo rimanga memorabile piuttosto che costituirsi in una presenza reale?

Si aprono qui, a proposito dell’amore, sottili tematiche psicologiche, anche provenzali, un “trobar clus e leu”. O, ancora: “Dora cammina e intorno ha mille me/ giovani e vecchi, agili e in affanno,/ …/ Nel pullulare ne manca solo uno,/ quello che se la guarda da lontano/ qui senza carne e che le dà la mano”. Perché questo poeta ha bisogno di diventare invisibile (la massima mimesi), incorporeo, per dare, carnalmente, la mano, per entrare in un contatto fisico peraltro impossibile, essendo Dora la compagna di Kafka?

Qual è la prospettiva di Lucrezi? È solipsismo o viene individuato un modo d’essere che riguarda tutti, e definita una modalità della mente? Pare che nell’atteggiamento del poeta che all’improvviso fa dietro-front davanti all’oggetto, allo stare in una situazione, si nasconda il vero “operatore logico”, il “non”.

E infatti le cose vengono approcciate con calore, sempre, per poi essere, in modo “perturbante” quando si scopre che sono perturbanti, lasciate alla deriva, negate con variazioni di tono o ambiguità semantiche mentre se ne scruta la capacità e funzione di metamorfosi (esemplare è la sezione “Ovidiana” del libro). L’arricchimento di senso che segue al mutamento dello sguardo porta ad entrare in omeostasi con il mondo; il poeta, eticamente, assume tale compito perché lo riconosce proprio, e da come lo svolge - dagli strumenti che usa, dalle soluzioni che intercetta - possiamo ricavare qualche esempio di comportamento, e dunque di mimetica.

Ma a che vale? Pudet, taedet, per restare nell’ambito latino che introduce e congeda i “canti” lucreziani nel cerchio e nel senso di una prospettiva storica, e si tratta di verbi, come si sa, impersonali. L’idea della mimetica (e del correlativo, su altro piano, pur compresente, di “camuffamento”) opera generando scelte, citazioni, allo scopo di individuare “personae” con le quali confondersi, in una frantumazione dell’io-specchio i cui pezzi mantengono, tuttavia, le qualità dell’intero moltiplicando proprio l’io che non vuole più identità.

Si tratta di “politropia”, della capacità e abilità nel nascondersi dietro (dentro, nel caso di Lucrezi) i modelli culturali, di farsi scrivere da loro, del chiedere a loro l’ “indicibile” della poesia, che, peraltro, è una procedura connettiva più che un mistero. Questa raccolta, simulazione di mimetismi, simmetria formale tra elementi lontanissimi tra loro nel modo di vedere usuale, lo conferma e ci rivela la “sostanza” di una mente che sa essere simultaneamente barocca e minimalista, altamente performativa.

Massimiliano Manganelli nella postfazione alla raccolta (ma è evidente un’intenzione poematica dei testi) analizza il titolo scelto dall’autore ed è indubbio che il suo corredo semantico è ampio, pluriverso e ambiguo come le trappole che il poeta sperimenta e crea.   La prima immagine cui ho pensato leggendo questo titolo è stata quella di una tuta mimetica, il che implica un volersi confondere con l’ambiente (in senso lato) ma non in modo bellicoso, piuttosto come un polpo, un camaleonte, un insetto, come certi uccelli che si fingono zoppi per distrarre il predatore dalla covata, proteggerla. In natura, dunque, gli animali mentono, come i poeti.

Eugenio Lucrezi
Mimetiche
Oèdipus edizioni (2013), pp. 120
€ 10

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Una Risposta a Mimetiche

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