Augusto Illuminati

Storici revisionisti, avvocati apologeti e preti lefebvriani meritano trattamenti personalizzati (Albano insegna), ma è contrario a ogni percorso scientifico e politico, a ogni uso pubblico della storia che si sanzioni con il codice penale un'opinione storiografica, che può essere contestata con gli strumenti scientifici e politici appropriati.

Senza rinunciare, con uso pubblico di altri mezzi ideali e materiali, a esprimere la propria indignazione. Nella stessa misura in cui vanno contrastati i divieti statali di nominare genocidi (la prassi della Turchia rispetto agli eccidi armeni, assiro-caldei e greci del 1915-1922), ci sembra assurdo condannare penalmente chi mette in discussione o minimizza l'esistenza di questi e di altri genocidi (l’Ucraina punisce, per esempio, chi nega le responsabilità sovietiche dello Holodomor, la carestia attribuita alla de-kulakizzazione degli anni ‘30): il caso macroscopico e più frequente è quello della Shoà. Altro discorso giuridico riguarda ovviamente chi ne fa apologia o minaccia di ripeterli.

Il modo tortuoso, abituale nelle procedure parlamentari italiane (un emendamento con cui il divieto di negazionismo è stato introdotto mediante un emendamento al reato di istigazione all’odio razziale e la pretesa di assegnare alla stessa commissione la sede deliberante, scavalcando l'aula), esibiscono la natura di un imbarazzato colpo di mano, che è fallito scatenando una gazzarra di cui sono stati protagonisti l'invadente Napolitano, sempre propenso ad assegnare compiti a casa alle altre istituzioni, il presidente Grasso e la sen. Finocchiaro.

I senatori M5S hanno per ora sabotato l'operazione con una delle poche decisioni intelligenti da loro assunte negli ultimi tempi. La fretta con cui si voleva chiudere la faccenda con sospetto zelo bi-partisan, copriva non solo il disagio per la confusa gestione della discarica Priebke (dietro le giravolte del prefetto Pecoraro c’è la strutturale insipienza della gestione Alfano del Ministero degli Interni, già rivelata nell’affaire kazako), ma voleva essere uno spot per le larghe intese, maldestramente annunciato in occasione della commemorazione in Sinagoga dell’anniversario della razzia nazista del 18 ottobre. Miserie a piccoli passi, memoria con il cacciavite.

Al detto hobbesiano auctoritas, non veritas facit legem non si può opporre la pretesa illusoria di una verità che fa la legge e che troppo facilmente si capovolge nella mistificazione di una verità per legge, ma solo una battaglia per la verità nell'opinione pubblica e nel ramo scientifico specifico, rafforzata al margine dall’opportuno esercizio della potenza extra-legale della moltitudine.

Come scrisse Rodotà in occasione di un precedente tentativo di introdurre nel 2007 il reato di negazionismo con tutto il prestigio del suo proponente, Mastella!, si tratta di misure insieme «inefficaci e pericolose, perché poco o nulla valgono contro il fenomeno che si vorrebbe debellare e tuttavia producono effetti collaterali pesantemente negativi». All’epoca numerosi storici – da Ginzburg a De Luna e Luzzatto – si schierarono contro la statalizzazione della verità e la lesione del libero confronto scientifico e anche oggi si sono levate autorevoli voci (Della Seta sul manifesto, per esempio) che invitano a osteggiare le idiozie negazioniste «sull’unico terreno appropriato, quello dell’educazione, dell’informazione, della cultura», non del divieto e del conseguente vittimismo.

Questo vale non solo all’interno dei circuiti specializzati e accademici, ma soprattutto nella società. Di particolare significato ci sembra allora l’iniziativa del Nuovo Cinema Palazzo – esso stesso testimonianza del recupero di un bene comune strappato alla speculazione e alla criminalità organizzata – di organizzare, dopo il successo della prima edizione su “Roma città ribelle”, una seconda edizione del suo Festival di storia, stavolta dedicato all’American Revolution (da domani, venerdì 25 ottobre).

Il collegamento che in queste manifestazioni si opera fra università e quartiere, fra evocazione del passato e problemi e forme di lotta del presente, è l’unica forma accettabile di memoria condivisa, l’approccio consistente grazie al quale gli uomini e le donne, se ci è consentito richiamare il Proemio dei machiavelliani Discorsi: «possino più facilmente trarne quella utilità per la quale si debbe cercare la cognizione delle istorie».

Quando un paio di anni fa il sindaco curdo di Diyarbakir, Osman Baydemir, inaugurando la restaurata chiesa armena di Surb Kirakos finanziata dal comune, fece un’esplicita autocritica delle corresponsabilità (subalterne) curde nel genocidio armeno-assiro del 1915, compì un gesto assai più significativo del divieto turco di menzionarlo e dei contrapposti divieti parlamentari di altri paesi di negarlo: stabilì un nesso fra un massacro del passato e una rivendicazione di autonomia e di libertà nel presente, una solidarietà degli oppressi contro la continuità della repressione e dell’autoritarismo.

Fare storia è il riscatto dei vinti rispetto ai vincitori, una perpetua revisione dal basso delle verità ufficiali, non la cristallizzazione per legge della penultima verità. E che poi i nazisti dell’Illinois o i fascisti del terzo millennio riscuotano il dovuto.

Festival di Storia - Nuovo Cinema Palazzo
American Revolution - Controstorie da un’America Ribelle
25-26-27 ottobre
Piazza dei Sanniti, Roma

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13 Risposte a Contro il reato di negazionismo

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