Roberto Rizzente

«Una cortina di ferro è scesa attraverso il continente». È con queste parole che Winston Churchill, il 5 marzo 1946, commentò i nuovi equilibri europei, emersi dopo la Seconda Guerra Mondiale. Il tracollo della Germania nazista aveva diviso il mondo in due. Da una parte gli Usa, dall’altra l’Urss. Buoni e cattivi. Capitalisti e comunisti. Stava a ognuno decidere da che parte stare.

Quando, nel 1989, il muro di Berlino cadde, furono in molti a parlare di libertà. La Storia ci ha insegnato che così non è stato. Perché la rapida decostruzione voluta da Eltsin ha generato un vuoto di potere in cui sono stati lesti a inserirsi gli oligarchi dell’ultima ora. Troppo in fretta messe a confronto con l’Occidente, le neo-repubbliche dell’Est hanno patito, inevitabilmente, il confronto col passato.

Ogni epoca di trapasso ha ispirato generazioni di artisti. Le ex Repubbliche Sovietiche sono diventate, da allora, il centro nevralgico di un nuovo Rinascimento artistico, ancora in parte da scoprire. Di questa stagione, la galleria Laura Bulian di Milano è stata un portavoce tra i più accorti. Prova ne è “Provincial Sets”, la personale – curata da Marco Scotini – dei kazaki Yelena Vorobyeva & Viktor Vorobyev.

2) Yelena Vorobyeva e Viktor Vorobyev 2

A differenza dei tanti colleghi, i due fotografi non parlano, tuttavia, del recente passato socialista. O, per lo meno, non direttamente. Andrej Tarkovsky diceva che «il mondo intero si riflette in una goccia d’acqua soltanto». Ebbene, di quel mondo al collasso i Vorobyev non ci mostrano che i brandelli. Fatti atomici, per dirla con Wittgenstein. Microstorie, magari banali, che rivelano però, nel loro insieme, una macrostoria.

Occorre un grosso sforzo per ricomporre le fila. È un po’ come guardare un film di Bresson, con la sua ossessione per i dettagli. Non ci sono che tracce, nelle fotografie dei Vorobyev. Compongono, sì, un archivio. Ma anarchico, senza direttive. C’è tutto, ancora da costruire: i nessi logici, la consequenzialità dei fatti. Proprio per sfuggire a quella “dittatura del pensiero” contro cui gli artisti si scagliano.

Ed ecco spiegata, allora, l’attrazione per il presente. Se il passato è storicizzato, il presente è lì, troppo prossimo allo sguardo per essere circoscritto da una teoria. The Fence (2004-2012) è, in questo senso, esemplare. Si è detto che la cortina di ferro era stata smantellata, con la caduta del muro. Ebbene, i Vorobyev ci dimostrano che così non è. Solo che, nel farlo, non ci mostrano le masse in movimento ma un muro, insignificante, di periferia, ad Alma Ata. Dove il verde islamico ha coperto il rosso comunista, e i simboli affogano sbiaditi, in una recinzione che pure rimane, a tutela del privato.

3) Yelena Vorobyeva e Viktor Vorobyev

Più ‘metafisico’, Day Night (2007) è un tassello-chiave nell’anti-epica dei Vorobyev. Il sole unisce, dà la vita. La notte separa. Per secoli, i popoli delle steppe sono vissuti nell’alternanza delle stagioni, idolatrando il sole e aborrendo la notte. Oggi, non è più così. Si è chiuso, l’uomo, in un esilio volontario. La tecnologia frappone, vuole barriere. Il sole vale come modello lontano: le grate della finestra, filmate dai Vorobyev, ne riproducono i raggi. E rendono, per questo, tanto più drammatica la condizione umana, segnata dalla costrizione.

Si allarga, lo sguardo, in Photo for Memory. If a Mountain doesn’t go to Mahomet… (2002) Tutto nasce da un viaggio, Non-Silk Way, organizzato dagli artisti di Alma Ata e da Asia-Art nel sud del Kazakhstan. I Vorobyev caricano sul bus poster delle capitali turistiche internazionali, occidentali e non. E a quelle ricorrono, servendosene come di un fondale per i ritratti fotografici dei pastori. Che, inspiegabilmente, accorrono in massa, prestandosi all’esperimento; i loro volti sono la migliore testimonianza del senso d’attesa che attanaglia una generazione, sospesa tra presente e passato.

Chiude la mostra Documentary photo. Necessary additions (2010). L’analisi si concentra, qui, sul privato. Era un’usanza della burocrazia sovietica quella di chiedere ai cittadini delle foto-tessere. I Vorobyev recuperano i propri album del passato. E li ribaltano creativamente. Perché quelle foto non hanno, oggi, valore legale. Sono gusci vuoti, sopravvissuti alla Storia. Utili, tutt’al più, per una composizione museale. Che alla politica del controllo sostituisca il gusto per la decorazione, indice di una “democrazia” che è, di fatto, ornamentale.

1) Yelena Vorobyeva e Viktor Vorobyev

Potrà, lo spettatore occidentale, sorprendersi dinanzi a una tale parsimonia di mezzi espressivi. Semplicemente, i Vorobyev hanno trovato un modo nuovo per dire ciò che è troppo grande, o semplicemente troppo scandaloso per essere descritto dalle solite, vecchie immagini. Essi mettono in scena ‘finzioni’. Dal poco, (ri)costruiscono mondi. Sta a noi seguirne, a ritroso, il gioco. Nella convinzione che solo in questo modo ci è dato capire. E, perché no, ritrovare briciole di autentica emozione.

Yelena Vorobyeva & Viktor Vorobyev. Provincial Sets
Laura Bulian Gallery, via Montevideo 11 - Milano
fino al 30 novembre 2013

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2 Risposte a Le ex Repubbliche sovietiche, tra passato e presente

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