Mauro Petruzziello

26 marzo 1999: Margaret Thatcher incontra Augusto Pinochet. È il giorno in cui la Camera dei Lord ha deciso che l’ex dittatore cileno, in quel periodo in Inghilterra, può essere estradato. L’ex primo ministro inglese lo ringrazia per aver appoggiato il Regno Unito nella guerra delle Falkland (1982), fornendo informazioni di intelligence sull’Argentina, e, cosa ancor più paradossale, lo ringrazia per aver portato la democrazia in Cile, paese che prima del golpe poteva vantare la più antica tradizione democratica latinoamericana.

In altre parole, lo ritiene un aliado, un alleato. Questo incontro, opportunamente documentato, è lo spunto su cui Esteban Buch costruisce il libretto di Aliados opera “da camera” musicata da Sebastian Rivas e messa in scena dal regista Antoine Gindt in prima nazionale l’11 ottobre al Teatro Palladium per RomaEuropa Festival.

L’architettura dell’opera è un’interessante e monumentale operazione di dislocazione di segni appartenenti a codici diversi. Sullo sfondo del palcoscenico, dietro ad un velatino scuro, i sei componenti dell’orchestra diretta da Léo Warynski; sul palco, i cinque interpreti dell’opera che per potenza espressiva trascendono la definizione di cantanti; a chiudere il quadro scenico, sulla sommità del palco, un enorme schermo che trasmette le immagini dell’azione scenica riprese in tempo reale da alcuni cameramen.

Siamo di fronte, quindi, all’intrecciarsi di un articolato sistema di codici – musicale, attoriale e televisivo –, ciascuno dei quali sondato con tensione massima e contemporaneamente in cortocircuito con gli altri sistemi messi in campo in un meccanismo di rimandi. Agganciandosi alla tradizione della musica classica primonovecentesca,volta ad esaltarne la timbrica, gli strumenti, il cui suono è trattato digitalmente in tempo reale, richiamano con la loro peculiare voce i personaggi in scena: un trombone, correlativo oggettivo di machismo e violenza per Pinochet; un clarinetto basso dal suono ornamentale e retorico per Thatcher;

un pianoforte e un violino, archetipi della sonata classica, per gli aiutanti/infermieri dei due leader politici; una chitarra elettrica, ad indicare il rock’n’roll compresso fra la sua potenza eversiva e il suo contemporaneo assorbimento nell’industria, per la recluta morta nell’affondamento dell’incrociatore Belgrano; percussioni per evocare il potere ossessivo dell’immagine televisiva, considerata dagli autori dell’opera un vero e proprio agente dello spettacolo.

Ma è l’elettronica a far da padrona, a volte in maniera sin troppo discreta, innestandosi nell’esecuzione attraverso arditi software di gestione del suono e della voce e andando ulteriormente a generare un soundscape impervio e gonfio di dissonanze. I suoni dell’orchestra vengono talvolta intrecciati a file sonori, potentemente destrutturati, che rimandano a inni nazionali, canzoni, discorsi, usati in chiave violentemente impressionistica.

Le voci, in particolar modo quella della Thatcher e di Pinochet, si dissolvono spesso in una vocalità diffusa, che comprende colpi di tosse, rantoli, gorgoglii e, al contempo, vengono processate quasi chirurgicamente secondo meccanismi di scomposizione-ricomposizione-spazializzazione nella sala teatrale, volti a sottolineare quanto esse si facciano presenza fantasmatica nel discorso dei due leader che rievocano il passato: è la riscrittura della storia a partire dalla memoria di due persone ormai affette da disturbi senili (lei dal morbo di Alzheimer e lui da demenza vascolare sub-corticale).

La Thatcher e Pinochet sono colti nello iato che si crea tra il personaggio pubblico e la persona, tra titanismo e corruttibilità umana. Tale iato è amplificato dall’occhio della televisione che, grazie alla potenza della commutazione quale specifico del mezzo, mette in risalto sia umanissime liturgie quotidiane (su tutte, il dettaglio della costante assunzione di farmaci) sia i rigurgiti di un vecchio culto della personalità.

Si diceva di una stratificazione di segni appartenenti a codici diversi il cui senso globale è, tuttavia, non sempre decifrabile e la cui tenuta logica non è sempre testata, tanto da trasformare costantemente il processo in una polverizzazione di segni, in pansemiotismo diffuso che si agita, come pulviscolo, in uno scenario già frammentato perché innervato sulla memoria.

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6 Risposte a Thatcher e Pinochet: Aliados

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