Giacomo Pisani

Alcuni sembrano già essere spaventati dalla manifestazione prevista sabato 19 Ottobre a Roma, per il reddito minimo e il diritto alla casa. In molti sembrano aver già cominciato a tessere la tela della denigrazione e della demolizione mediatica.

Era scontato. La manifestazione di sabato mira al cuore del sistema. È differente dalle mille rivendicazioni corporative tese a difendere il proprio spazio di esistenza nell’attuale modello economico capitalista. Rivendicando un reddito per tutti, la manifestazione del 19 punta a strappare spazi di autonomia all’interno del sistema. E lo fa riappropriandosi di un diritto che è già maturato in seno alla società. Perché non c’è più spazio di esistenza nell’economia della finanza e degli standard europei, non c’è alcuna possibilità per le eccedenze nelle politiche dell’austerity.

Ma è proprio quando non c’è più argine di iniziativa nel sistema, quando una generazione resta tagliata fuori dal lavoro e dalla possibilità di progettare la propria esistenza a lungo termine, e i diritti sociali risultano inadeguati, che si apre una possibilità. Il reddito minimo universale è il riconoscimento della possibilità di esistere al di fuori del mercato, senza la necessità di dover sottostare a qualsiasi ricatto pur di sopravvivere. È la rivendicazione della libertà di decidere la propria esistenza senza essere mortificati da una realtà che non accetta la diversità, che si nutre dell’immobilismo per riprodursi.

Oggi non c’è più spazio per aggiustamenti. C’è una generazione che preme e che irrompe sulla scena del mondo con i propri bisogni e le propria istanze, inconciliabili con il paradigma dominante. Incontenibili persino da quel postmoderno che ha anestetizzato le differenze con la neutralizzazione degli spazi e delle identità, pur di mettere a valore i soggetti. È in atto una rottura paradigmatica, data dall’insufficienza delle categorie del mercato. Persino il welfare e la sua matrice lavorista perdono presa di fronte alla dilatazione estrema dell’inoccupazione.

Quella di sabato a Roma è la cifra di una spaccatura fra il reale e la vita, è il segno di un cambiamento che è già in atto e che chiede spazi di crescita e di riconoscimento. È la riaffermazione della dignità, che non può essere legata agli standard del mercato, alle regole della produzione, ed esige uno spazio di affermazione autonomo. Il reddito minimo, strappando la sopravvivenza al mercato, non sottrae l’individuo all’ambito sociale in cui si è formato, ma gli permette di decidere ed, eventualmente, di rimettere in discussione le categorie sistemiche.

Sabato a Roma si sperimenta un nuovo modo di costruire il reale, condiviso, per una politica che non sia ancorata alla gestione tecnica del potere ma che si apra ai movimenti costituenti e ne riconosca la dignità al di fuori delle regole del mercato. Perché è proprio al di fuori di quest’ultimo che si sta costituendo uno spazio di rielaborazione che preme sulle forme di riconoscimento giuridico costituite per sopravvivere alle miserie di una gestione tecnica dell’esistente.

Non c’è tempo per strumentalizzazioni e provocazioni. La posta in gioco è troppo alta. La fissazione del reale che si contorce pur di sopravvivere alle proprie contraddizioni è una morsa mortale che schiaccia i sogni e distrugge esistenze. Ma quando il reale raggiunge l’apice della disumanizzazione, lì c’è lo spazio per ricominciare, per riappropriarsi delle possibilità e per riscrivere la storia.

Per farvi penetrare la voce degli uomini e delle donne che lottano per la casa e per un’esistenza dignitosa, il grido dei migranti assassinati ogni giorno al di là del Mediterraneo. Roma non è un evento fra gli altri, Roma è già qui.

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12 Risposte a Per il reddito e la dignità

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