Giorgio Mascitelli

Narrano Hilary e Steven Rose in un libro importante Geni, cellule e cervelli, dedicato alla ricerca biologica e alle biotecnologie degli ultimi venti anni analizzate sia su un piano squisitamente scientifico, sia nei loro rapporti con il neoliberismo e le sue bolle finanziarie, che negli ambiti della ricerca biologica e genetica a partire dagli anni novanta si diffuse la metafora della ricerca del santo Gral per rappresentare l’importanza degli obiettivi da raggiungere.

Così via via, nel giro di pochi anni, ricercatori attivi nei campi della mappatura del genoma umano, delle cellule staminali e delle neuroscienze, hanno annunciato di essere prossimi al raggiungimento del rispettivo gral.

Gli stessi autori sottolineano con una punta di malinconica ironia che tutti questi nuovi cercatori di gral, ampiamente corredati di finanziamenti e contratti, sembrano essere lontani dalla purezza che dovevano avere i cavalieri della tavola rotonda per coronare la loro ricerca della coppa contenente il sangue di Gesù; mi permetto, tuttavia, di dissentire da una simile osservazione perché ritengo che la presa che ha questa metafora nell’immaginario collettivo non dipenda dai vecchi cicli cavallereschi, ma dalla saga di Indiana Jones, il quale nella sua ricerca è bisognoso sicuramente di alcuni finanziamenti, che gli consentano di girare il mondo e di assentarsi per semestri interi dalla sua università.

In realtà, aldilà degli scherzi, non esistono metafore neutrali, e ognuna di esse veicola con sé una visione del mondo indipendentemente dal fatto che essa possa essere usata in maniera inconsapevole o no. Nella fattispecie quella del santo gral richiama una comunità mistica per iniziati e il miracolo: tutti elementi che sono alquanto distanti dai valori di apertura e discussione critica ai quali la comunità scientifica si è sempre richiamata, ma non certo estranei al mondo mediatico.

Il problema non è solo che la scienza ufficiale assuma un certo sensazionalismo tipico dei media, anche se essa ne ha sempre preso le distanze per sottolineare la serietà del vero lavoro scientifico (si pensi ad esempio al recente caso della cura con le cellule staminali di una bambina affetta da una grave patologia, e alle relative dichiarazioni di Silvio Garattini), ma che il suo discorso sia appiattito su quello dominante, privato della sua autonomia e dunque della sua complessità.

Alcuni anni or sono Silvio Berlusconi, che parlava in quella circostanza tanto in veste di politico che di imprenditore, annunciò che in collaborazione con il San Raffaele, allora di don Verzè, stava cercando di allungare l’attesa di vita media fino a centoventi anni. Molti commentatori videro in questa uscita un’ulteriore prova della sua inaffidabilità sia da un punto di vista democratico sia dell’attendibilità della comunicazione.

Eppure leggendo il libro dei Rose si scopre che annunci altrettanto impegnativi non sono mancati da parte di soggetti politici ed economici più rispettabili: certo espressi con un linguaggio meno semplicistico perché rivolti a un pubblico culturalmente più esigente di quello berlusconiano, ma non per questo meno espliciti.

Il discorso biotecnologico alla e nella società tende ad assumere allora la forma della promessa; indubbiamente un orizzonte di attesa e di speranza informa di sé l’avventura scientifica e tecnologica fin dagli inizi, ma qui si tratta di una promessa quasi in senso pubblicitario o elettoralistico. Quando un qualsiasi tipo di discorso fa delle promesse in questo senso, perde la sua specificità ed entra a far parte del discorso dominante generale, in quanto cerca consenso e audience. Questa spinta influenza e talvolta determina i tradizionali obiettivi dell’impresa scientifica, intesi nel caso della ricerca biomedica come la scoperta dei meccanismi delle malattie e la loro cura.

Si tratta di uno scenario nuovo, che poco ha a che vedere con i rapporti tra scienza e potere storicamente conosciuti, che deve essere considerato in stretta corrispondenza con le logiche economiche oggi dominanti, che influisce pesantemente sullo status della nostra cittadinanza e che, per effetto della depoliticizzazione delle società occidentali, può assumere caratteri autoritari. Il primo dovere per chi non voglia farsi governare acriticamente è però quello di conoscere: mi sembra che il libro di Hilary e Steven Rose in maniera documentata e chiara dia un contributo decisivo in tal senso.

Hilary Rose e Steven Rose
Geni, cellule e cervelli
trad.it di Eva Filoramo
Codice edizioni (2013)
€ 18,90

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4 Risposte a Santi Gral

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