Intervista di Sara Sullam

Già traduttrice di un’altra grande “signora del racconto” – Flannery O’ Connor – Marisa Caramella ha fatto conoscere Alice Munro al grande pubblico dei lettori italiani. E nel 2013 ha curato il Meridiano dell’autrice canadese.

Il Nobel alla Munro è il primo Nobel al Canada. Pensi sia un dato significativo?
Io non credo tanto al Nobel al Canada. Nel 2003 ho accompagnato John M. Coetzee a ritirare il premio a Stoccolma: durante la cena mi sono ritrovata seduta accanto all’addetto culturale del Canada e gli ho chiesto subito: “Perché non Alice Munro?” Lui mi ha risposto che prima c’erano Mordechai Richler e Margaret Atwood, molto più conosciuti e popolari, mentre la Munro era troppo schiva; insomma l’avrebbe difficilmente avuto..

E invece…
E invece il Nobel è arrivato: sicuramente ci sono state pressioni, anche se non quelle della “lobby” canadese. In fondo, nel 2009 era già stata insignita di un premio importante come il Man Booker International Prize.

Però in lizza c’era Philip Roth
Roth scrive benissimo: se ti interessano le sue storie, però. E se ti interessa lui. Le scene di sesso sono così aliene! Trovo sciocche le accuse di misoginia ma Roth è troppo spesso autoreferenziale, mentre la Munro è il contrario, parla a tutti.

Perché?
Perché la sua scrittura funziona come la memoria: tira fuori cose che di solito affiorano in tutti noi, che però ignoriamo, e che comunque non siamo capaci di mettere insieme. E questo viene fuori anche dalla sua immaginazione, non dalla sua realtà vissuta: la realtà serve per cominciare, poi la l’immaginazione si scatena e la Munro attinge a cose che ha dentro. E che riesce a comunicarci. La realtà storica, sociale non le interessa, la lascia agli scrittori di sesso maschile. Lo dice lei stessa in una delle prime interviste. Quello che le interessa è la realtà “marginale”.

È per questo che non ha mai scritto un romanzo?
Non so se abbia mai davvero voluto scrivere un romanzo. Ci ha provato, gli editori glielo hanno chiesto. Il tentativo è stato Lives of Girls and Women: ma non è un romanzo. I suoi non detti sono difficili da mettere in un romanzo: diventa noioso. Se si inizia a dare una scansione cronologica a storie come le sue che cosa viene fuori? La storia di un divorzio faticoso con le bambine che restano con il padre: si può benissimo presentare tre famiglie diverse per allargare il contesto, ma alla fine che cosa si ottiene più che con un racconto?

E il Nobel alla Munro, fin nella motivazione – “maestra del racconto breve contemporaneo” – è anche un riconoscimento a un genere letterario. Bisogna risalire al 1910, al Nobel del teorico della novella Paul Heyse, per ritrovare un precedente simile. Eppure – almeno da noi – i racconti brevi rimangono un genere di minore successo, da cui spesso gli editori rifuggono.
Vero; anche se va detto che la Munro scrive racconti lunghi. In America il genere gode di maggiore successo: basta pensare a Flannery O’Connor, a Raymond Carver, e tanti altri, ma nessuno ha preso il Nobel. Munro però ha una produzione sterminata, e non fa che migliorare.

E non a caso è approdata nei Meridiani. Il volume da te curato è uscito con un tempismo perfetto. Ti aspettavi già il Nobel?
Sì, me l’aspettavo già l’anno scorso, e tremavo perché il libro non era ancora pronto!

Come hai selezionato i racconti? La maggior parte appartengono alla fase più tarda della scrittrice.
Ho cercato di scegliere una quantità equa di racconti delle prime raccolte; quelli che mi piacevano di più, ma soprattutto quelli che hanno conosciuto un’evoluzione in racconti successivi. Questo è importante: per esempio “Botte da re” viene ripreso in Dear Life, diventa un piccolo memoir. E poi da Il sogno di mia madre la Munro diventa molto più brava, non c’è dubbio.

Quindi c’è anche un giudizio di valore
Certo. Lei migliora tantissimo da quando torna nella sua terra, l’Ontario, da quando lascia Vancouver e le figlie – scelta difficile, certo. Gli ultimi dieci anni della sua produzione sono diversi dagli altri. In ogni caso è difficile scegliere: la Munro si sarebbe meritata due Meridiani, per dare conto di tutta l’opera, ma c’era urgenza di pubblicare.

Nell’introduzione al Meridiano ti soffermi a lungo sul rapporto, in Munro, tra scrittura e geografia.
È la cosa che mi interessa di più. In Canada non ci sono altri “scrittori geografici,” tranne la Laurence. Mavis Gallant – che è bravissima – scrive di Parigi o della Guerra Mondiale, che ha vissuto. Richler avrebbe potuto scrivere ovunque, Robertson Davies anche. Lo stesso vale per gli scrittori di lingua francese. E poi non esiste un’epopea della frontiera canadese, che pure c’è stata: del Canada come continente e come geografia non ha scritto nessuno tranne, in parte, la Laurence.

Mentre nella Munro il Canada è molto presente: non tanto negli spaccati sociali, ma nel paesaggio, nella sensazione che ti dà. Non a caso è sposata a un geografo, con il quale ha approfondito le conoscenze che già le aveva trasmesso il padre raccontandole le origini geologiche del continente: in questo senso il ritorno in Ontario ha rappresentato una svolta. Non credo che esista uno scrittore bravo che non si ancori nella sua geografia, anche immaginaria. Ma deve essere radicato da qualche parte.

E tu hai fatto mettere radici alla Munro in Italia.
Sì, l’ho proposta io a Einaudi. Serra e Riva, La Tartaruga ed e/o avevano pubblicato già alcuni racconti, in parte a cura di Oriana Palusci. Poi la sua agente volle cambiare editore e mi propose The Love of a Good Woman (Il sogno di mia madre) e Hateship, Friendship, Courtship, Loveship, Marriage (Nemico, amico, amante).

Allora lavoravo alla Einaudi, che secondo me era il marchio giusto per un’autrice come questa. Ed è stato un successo, anche grazie alla traduzione di Susanna Basso, che è in perfetta sintonia con lo stile della Munro. Poi è arrivata la recensione entusiasta di Pietro Citati. La Munro ha spiccato il volo. E ora, finalmente, è arrivato il Nobel.

Alice Munro
Racconti
Mondadori - I Meridiani (2013), pp. CXVI - 1840
a cura di Marisa Caramella
traduzione di Susanna Basso
65, 00

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11 Risposte a Su Alice Munro

  1. […] intervista di Sara Sullam a Marisa Caramella Su Alice Munro […]

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