Ornella Tajani

 È il ritratto frammentario di un secolo di contraddizioni quello che ci offre Oliver Rohe con la biografia narrativizzata di Michail Kalashnikov, ideatore dell’omonimo fucile. La mia ultima invenzione è una trappola per talpe intreccia al racconto del ragazzo deportato in Siberia, poi generale dell’esercito e oggi solitario novantaquattrenne, la storia di un’arma che si è imposta nel reale e nell’immaginario con una tale forza da diventare un simbolo, un feticcio politico e persino l’emblema che spicca su una bandiera nazionale, quella del Mozambico.

Dedito a mungere vacche nella tundra, poi a falsificare documenti che gli consentano la fuga dal campo, il giovane Michail ha una rivelazione quando, in un rifugio occasionale, trova e tocca per la prima volta un’arma da fuoco, «ed è come un giovane cane che scopre i propri latrati»: invece di riposarsi, passerà l’intera notte a studiarla, annusarla, strusciarsela addosso; non stupisce dunque scoprire dopo poche pagine che l’arma non lo abbandona mai ed è diventata una protesi, quasi una nuova parte del suo corpo. In seguito si arruola nell’esercito: i compagni di camerata lo chiamano «il poeta», non tanto perché si diletti a scrivere poesie, quanto per quella meraviglia infantile che dimostra verso i segreti dell’ingegneria meccanica – meraviglia che è il rovescio della sua sconvolgente «ingenuità politica», sottolineata da Rohe nella postfazione al volume.

Nel 1947 Kalashnikov, fedelissimo e ammiratore di Stalin, crea un fucile-simbolo che racchiude in sé «l’abolizione della proprietà privata, la nuova politica economica, la pianificazione quinquennale, gli altiforni e le operaie agricole, la battaglia di Stalingrado, l’arte realista e il cinema sovietico, le manifestazioni della gioventù e le grandi parate militari»; di tutte le definizioni che Rohe utilizza per descriverlo, la più incisiva è quella di arma individuale «definitiva»: l’arma perfetta, indistruttibile, «che fa quel che deve fare». Ma il destino ha i suoi percorsi: da stendardo «dello sfruttato contro il capitalista, dell’oppresso contro il colonizzatore», l’AK-47 diventerà il fucile di adozione di rivoltosi, mafiosi, fondamentalisti islamici; la sua diffusione coinvolgerà il mercato planetario.

Nell’era contemporanea, in cui l’attività bellica afferisce ormai al settore terziario, il kalashnikov, per l’immediata disponibilità all’acquisto, è al tempo stesso lo strumento ideale di conflitti civili infiniti e l’icona mediatica di una contestazione pop, «che poggia sul nulla, senza oggetto»; lo si capisce anche dagli incisi in corsivo che Rohe dissemina nel testo, in cui tratteggia rappresentazioni del fucile - estetizzanti, esecrabili, folli - messe in circolazione attraverso video e foto. La più semplice ed efficace è forse l’ultima, in cui un ragazzo salta la lunghissima fila dal panettiere semplicemente poggiando la sua arma sul bancone del negozio, lasciando intendere che deve essere servito per primo.

Cosa pensa Michail di tutto questo? Probabilmente nulla; per tutta la vita l’unica macchia di cui si sia vergognato è stata quella di essere fuggito dal campo siberiano, di aver mentito sulla propria identità. Per il resto, lo abbiamo letto in apertura, una delle sue massime preferite era «Amo la pesca, la caccia e le donne. Niente di ciò che è umano mi è estraneo»; l’eco latina della celebre citazione di Terenzio, tratta dalla commedia «Il punitore di se stesso», sembra sottintendere: «Niente; neanche il male».

Oliver Rohe
La mia ultima invenzione è una trappola per talpe
Vita di Michail Kalasnikov
add editore (2013), pp. 96
€ 12

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6 Risposte a Storia di un uomo e di un fucile

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