Franco La Cecla

Il nostro paese sta vivendo una fase di puro surrealismo. A fronte della contingenza internazionale e della piega che il capitalismo mondiale ha preso nei confronti della vita quotidiana dell'umanità, l'Italia sembra cullarsi in un sogno di decadenza in cui ai balletti dell'ex primo ministro si sostituisce solo la nostalgia di quei balletti.

Pare che il paese reale non esista e pare che quegli otto milioni di giovani che hanno lasciato l’Italia negli ultimi anni non abbiano alcun peso né voce. A differenza di quanto avveniva nell'era giolittiana l'emigrazione viene vissuta oggi come un fastidio di poco conto e la risposta della politica incartapecorita sembra essere "Lasciateci lavorare ragazzi". Nel frattempo la politica italiana è solo un riflesso della politica tedesca e di quanto la signora Merkel vorrà fare di essa.

Il nostro paese arranca per starvi dentro, ma non esprime da tempo alcuna idea diversa o originale, che non sia la pura patetica buffoneria. A fronte di questo c'è una diffusa esigenza di politica in prima persona,di politica secondo schemi e intuizioni che sfuggono completamente alla sinistra che si arrabatta in questi giorni a fare i conti con risicate e mai votate maggioranze. I giovani all'estero e i meno giovani con loro sanno bene che la partita è un'altra e che richiede una presenza al presente ed una competenza che ben poco hanno a che fare con l'imbarazzante balbettio dei neofiti grilliani o con il rumore di fondo dei neocattolici ecofriendly post-franceschiani.

Quelli che lavorano o studiano "fuori" dall'Italia sanno bene che c'è un salto che occorre fare, proprio perché loro questo salto l'hanno fatto di già a proprie spese e in prima persona. Oggi una politica che voglia essere efficace non può prescindere dall'abbandono del provincialismo e dall'impegno per cambiare le cose in un'area più ampia che per ora è l'area dell'Europa (comprendendo in essa aree che dell'Europa non sono ma che ne influenzano la politica, come la Turchia o la stessa Russia da cui il nostro paese è dipendente in maniera quasi totale per l'energia).

Fare politica significa oggi cambiare le cose a livello europeo ed avere una voce in capitolo in quest'area che ha una storia e una funzione mondiale straordinaria, essendo rimasto l'unico mondo variegato con una vocazione universalista (al contrario degli Stati Uniti che culturalmente variegati non sono anche se si arrogano una funzione universalista). Oggi non si tratta di adorare ( facendo finta di criticarlo) un Imperium in cui si concentrerebbe il potere decisionale, ma di entrare in una Koinè che effettivamente può dare un linguaggio alle istanze di liberazione diffusa.

Queste istanze che oggi arrivano da mondi a noi vicini, da piazza Tahrir alla rivoluzione dei gelsomini, da Gezi Park a luoghi lontani come le piazze brasiliane significano che una nuova coscienza diffusa pretende spazi di libertà per individui e comunità che non vogliono essere soggetti totalmente alle strettoie del mercato e della finanza. Oggi i movimenti come Occupy o le primavere arabe sono inni al volere "essere lasciati in pace" dal potere centrale, inni alla sussistenza, alla possibilità di vivere una vita normale con un accesso normale alle risorse e con una dipendenza inferiore dal mondo salariato e dal mondo assistenziale.

È una rivoluzione delle classi medie quelle che dal presente capitalismo sono condannate a estinguersi. L'Europa è un luogo centrale dei diritti delle classi medie e non è un caso che gli otto milioni di giovani emigrati italiani siano laureati e parte di quel mondo che legge, studia e cerca di capire, un mondo che non accetta di finire nel dimenticatoio degli ex-assistiti.

Qualcuno come Daniel Cohn Bendit ha capito che la partita che si dovrà giocare tra breve richiede un movimento che si ponga a livello europeo. È probabile che la nostra diaspora debba pensare ad una ipotesi equivalente. Un movimento che parta dall'Europa per rivolgersi all'Italia e che abbia tra le sue fila la gente più competente e preparata del nostro paese, cioè quelli che se ne sono dovuti andare via.

Bisogna pensare ad un modo di rendere la diaspora qualcosa di più di una massa di potenziali elettori (rendendola serva così delle logiche provinciali). Credo che i tempi siano maturi e penso anche che non si tratti adesso di inventare strutture o quant'altro e che esse sorgeranno più o meno spontanee nel corso dei prossimi mesi.

Leggi anche:
Franco La Cecla, Manifesto del governo italiano in esilio

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19 Risposte a Governo italiano in esilio/2

  1. franco la cecla ha detto:

    vorrei aggiungere che io sto in italia,anzi a palermo

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