Manuela Gandini

Con il cappellaccio sopra le liane argentee, appare in tutto il suo essere. Comincia il monologo surreale, continuo, surriscaldato. Le parole rotolano le une sulle altre e, con la loro cadenza bolognese, si staccano dalla bocca di Alessandro Bergonzoni, prendono vita e corpo in un teatro invisibile.

Sono gli attori protagonisti, i padroni della scena, i rivelatori. Alla fine dello spettacolo, dopo i saluti in camerino e la cena, Bergonzoni continua a creare. E loro, le parole, seguitano incuranti il loro corso “a rotta di collo”. Escono in forma scritta, orale, accennate, incise, disegnate, senza freni. Si impongono nella materia, su legni, disegni tecnici, avanzi tipografici, chiodi, cemento, ferri, e poi si riversano fittissime in decine di quaderni.

L’amorte è l’ultimo libro di Bergonzoni. È un libro estremo di poesia, una scalata su vette che rovesciano il senso comune e mostrano il limite delle nostre rel(azioni) con le persone e le cose, con la malattia e l’imprevisto, con lo smottamento delle placide certezze. Qui l’aria è pericolosamente rarefatta: un precipizio, un libro inizio-fine, amore-morte, a morte! Un libro sull’impermanenza, il suo primo libro di poesia. Attraversiamo un segmento di molteplici micro-quotidianità con una comicità serissima strizza-budella.

Mi accompagni in bagno?/Non puoi andarci da solo?/Mi sto preparando per quando sarò paralizzato …/Mi accompagni o no?/No, mi sto preparando per quando sarò sorda.

La migrazione tra una disciplina e l’altra ha per Bergonzoni tempi brevissimi, è simultanea. Non ci sono muri, ci sono piuttosto frammenti di muro dei quali si serve per realizzare installazioni. Tutto avviene in tempo reale, organicamente, nello spazio della vastità, della vacuità e dell’invisibile. Il teatro è il luogo dell’arte e l’arte è il luogo della poesia e “La Casa dei Risvegli” di Bologna – una struttura che si occupa delle Gravi Cerebrolesioni Acquisite (GCA) cioè delle persone in coma - alla quale Bergonzoni è legato, è il luogo della vita che contiene la morte, l’arte, l’amore, la parola, il silenzio.

Perché, afferma: “La poesia va applicata, raccontata, nei luoghi della sofferenza. Bisogna lavorare col sangue non con le grammatiche”. È così che adopera le parole: come oggetti solidi, azioni pratiche. Ne rompe la semantica per reinventare panorami cripto-domestici da gettare nell’arena della fisicità. Usa l’arte per penetrare nell’essenza della malattia, della patologia sociale. Per svelare le credenze che inquinano e frenano il flusso della vita collettiva e individuale.

Ci saranno incidenti immortali/per cambiar connotati alla certezza,/di ferale bellezza/e che resteranno uguali/all’immediatezza./Tornare indietro dalle cose successe,/non è detto che risucceda,/forse alle onde/ e poi e poi./ Adesso è uno di quei poi./ Il mare si ritira,/ ma è per pensare./ Non è più né un diritto/né un’ombra/ è un margine.

In quel margine - dove stiamo ammassati per difenderci dalla folla di avarizie con cui si vuotano granai e possibilità - lo ritroviamo nella sua anti-spettacolarità. Bergonzoni – che non è l’autore ma l’autorizzato – ha le maniche rimboccate e le braccia alzate contro il cicaleccio della vita-talk-show e la rappresentazione edulcorata della stessa. Anche per lui l’arte è un’arma e la rivoluzione non è di piazza (almeno non subito di piazza) perché non può esservi cambiamento se non cambia prima la condizione interiore, se non cambiano i codici morali, etici e linguistici dal basso.

E la strada de L’amorte continua tra un braccio rotto della morte, la paralisi, la bambina dai capelli, i soldati da morire, la trincea fatta di figli. Brevi, brevissimi versi surreali ci accompagnano sin lì: Come ci metteremo/da morti?/A disposizione./Un’idea, la più pallida.

Alessandro Bergonzoni
L'amorte
Garzanti (2013), pp. 168
€ 12.00

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7 Risposte a Alessandro Bergonzoni: Lavorare col sangue

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