Intervista di Virginia Negro

L’architettura è una forma di comunicazione di massa, ci ha spiegato Umberto Eco in Opera Aperta. La differenza con gli altri media, come la televisione o la stampa, è il suo particolare campo d’azione: lo spazio, per definizione modificabile quotidianamente attraverso l’uso che noi cittadini ne facciamo.

Negli ultimi anni l'architettura ha spesso trascurato fattori come funzionalità e sostenibilità, per esaltare estetica e spettacolarità. Tendenze come il city marketing hanno trasformato l’architetto in un designer, accantonando la funzione di guardiano e creatore dell'habitat urbano. Con la crisi però le esigenze sono tornate a essere ben più elementari - come ad esempio riutilizzare spazi in disuso - e sono nate teorie e pratiche alternative sul modo di intendere la città.

Una è la cosiddetta Architettura sociale, e Santiago Cirugeda è sicuramente tra le figure più rappresentative di questa controtendenza. Sivigliano, classe 1971, la sua fama ha oltrepassato i confini iberici dopo aver partecipato più volte alla biennale di Venezia e di Rotterdam, senza contare le personali in tutto il mondo, da Tokyo a New York. Il suo sito Recetas Urbanas, è un vero e proprio ricettario di consigli fai da te volto al recupero di quartieri, strade, spazi abbandonati. Secondo Santiago il punto centrale sta nel coinvolgimento della cittadinanza nell’autocostruzione. Deviare e affrontare i problemi con soluzioni imprevedibili, approfittando di lacune nella legislazione urbanistica.

La sua pagina web e il suo stesso lavoro prevedono una parte di formazione in cui si insegna come recuperare fondi e strumenti e come organizzare il lavoro. Sono nati così parchi giochi per bambini dove prima c’erano parcheggi abbandonati, centri culturali con aule perfettamente insonorizzate dove si riuniscono compagnie teatrali, gruppi musicali eccetera. Intervistarlo non è stato difficile, Santiago è disponibile e appassionato.

Quali sono dal tuo punto di vista i problemi di un’architettura e di un urbanismo intesi in senso tradizionale?

Se per tradizionale si intende quello che abbiamo visto negli ultimi 30 anni… è piuttosto lontano dal pensiero proposto da quei sociologi e architetti - e sono molti - che parlavano di potenziare il diritto alla città, che poi significa il diritto a svilupparsi come individuo e collettività. Guardando alle città europee, dove – presumibilmente – lo Stato ha assicurato educazione, sanità, diritti sociali in generale, il cittadino si è trasformato in un consumatore sottomesso a una politica pubblica venduta al mercato più selvaggio. La mossa più offensiva è stata quella di trasformarci in investitori nel momento in cui sviluppavamo il nostro diritto a una casa. Quello che è successo qui in Spagna con la bolla immobiliare. Finalmente si poteva avere una proprietà (o più d’una), anche una ben al di sopra delle nostre possibilità, e ci hanno fatto credere che in qualunque momento avremmo potuto venderla.
Urge recuperare la coscienza critica e liberarci da un urbanismo manipolato da agenti economici e politici e in cui la cittadinanza ha perso la sua capacità di intervento.

Come vedi il futuro delle città in Spagna e in Europa? Cosa ti spaventa?

La paura è sempre quella che la cittadinanza perda la capacità di avanzare proposte e di mettere in discussione le cose, cioè che la condizione della creatività e libertà umana, disposizioni naturali e innate, finiscano per essere manipolate. Per questo è così entusiasmante vedere collettivi e gruppi di giovani che si organizzano. Noi, da Recetas urbanas alla rete arquitecturas colectivas  pianifichiamo strategie congiunte, con armi legali, attraverso l’architettura, la partecipazione sociale agendo sugli interstizi del diritto.

Come vivi la relazione tra il tuo lavoro e il momento di crisi del tuo paese?

Mi sono formato in parte in America Latina, dove la situazione è estremamente diversa, lì si parte dal fatto che lo Stato ha perso ogni possibilità di risolvere i problemi della collettività, quindi è la cittadinanza che si trova a doverlo fare. In questo momento preferisco lavorare nel mio paese che è un disastro, però non ho smesso di collaborare con l'America Latina, e tra le urgenze più pressanti c’è quella di insistere sul rischio che corrono nel seguire politiche simili alla nostra. Adesso sto lavorando soprattutto a Siviglia, e sto viaggiando molto in Spagna, dove, con alcune associazioni, studiamo delle alternative possibili. Mettiamo in pratica un altro tipo di politica, con la speranza di migliorare ogni giorno, raccogliendo il contributo di tutti e migliorando il nostro supporto legale.

Hai diversi collaboratori italiani, vedi una differenza nel modo di intendere e vedere l’architettura?

Per cultura, diritto e territorio abbiamo molto in comune. Ho avuto a che fare con molti collettivi e gruppi diversi in Italia, da Napoli a Milano, e cerchiamo di mantenere questo trait d’union sul lavoro. Il consiglio all’Italia è quello di rinforzare la rete tra le varie realtà, per poter lavorare insieme con più forza. Alla fine è questa la lotta a cui mi riferisco, perché siamo più forti quando lavoriamo insieme, anche nelle differenze.

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13 Risposte a Santiago Cirugeda. L’architettura è una strategia politica

  1. […] L’intervista all’architetto Santiago Cirugeda su Alfabeta. […]

  2. elvira ha detto:

    E’ possibile conoscere le realtà in Italia che hanno collaborato e collaborano con Cirugeda?Sarebbe interessante per conoscere ottimi progetti che sono portati avanti anche nel nostro paese.

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