Tiziana Migliore

Il nuovo libro di Franco Zagari è uno studio sul paesaggio nella forma di una Lettera aperta, autobiografica. Un rapporto stretto lega la consapevolezza dell’altro – territorio, comunità, individuo – all’“educazione sentimentale” dello sguardo da bambini, quando il mondo è appeso fra realtà e immaginazione. In una cultura del progetto tenere desta questa capacità percettiva è sacro.

Nel volume momenti dell’infanzia – la visione impressionistica del Colosseo, di giorno e di notte, con il sole o la pioggia; la mappa di Roma deformata dai percorsi in autobus o in bicicletta – si mescolano a scenari di Gadda, Pasolini e De Sica. Non per commemorare il passato, in nome di una difesa dei luoghi, l’“originario”, l’“autoctono”, che blocca l’innovazione, ma per tornare a saper guardare, oltre i panorami da cartolina.

Un riconoscimento non facile né immediato: da adulti, i nostri automatismi incasellano il paesaggio dentro cliché agro-pastorali o turistici, quasi fosse un fondale finto. Zagari stimola a una pratica meno passiva, efficace sul disordine dell’urbanizzazione – sprawl – che lede il patto di cittadinanza.

Mette in guardia dai paladini del restauro a tutti i costi (Settis, Toscani). Scontano la sindrome di Giano, non trovano un equilibro fra sviluppo e storia. E finiscono per fare il gioco dei politici, poco illuminati dal pensiero di interventi sul territorio, fonte di ricchezza economica. La riforma Gelmini, anziché rafforzare la competenza di sguardo nelle scuole, ha chiuso i corsi di Paesaggio negli Atenei. Un’idiozia che, impedendo ai giovani di nutrire idee, cioè eidos – vista, intuizione, immagine delle cose – fa regredire il Paese: toglie opportunità di specializzazione professionale e incide quindi, negativamente, sul mercato del lavoro.

Considerare il paesaggio alla stregua di un monumento e vincolarlo con delle leggi non risolve il problema. I paesaggi non sono etichette di classificazioni rigide (“Carte dei luoghi”), ma linguaggi che evolvono con noi e in possesso del codice genetico dei “Paesi” di appartenenza. Come un volto, ne rivelano passioni e caratteri: il grado di coesione sociale, di libertà, la perizia di governo, il tenore di democrazia, ma anche la cultura materiale, la valenza dei saperi umanistici e scientifici.

Oggi questa cartina al tornasole non è confortante. Tradisce la difficoltà di esprimere principi identitari collettivi, mentre ostenta l’interesse dei privati e delle archistar. Un esempio fra tutti: il ponte della Costituzione a Venezia, che collega piazzale Roma e la stazione ferroviaria di Santa Lucia. Senza citare i danni all’erario imputabili a Santiago Calatrava, per carenze progettuali, il ponte non è accessibile in sedia a rotelle.

Obbliga anziani, infermi e portatori di handicap nientepopodimeno che a un’ovovia, spesso fuori servizio. La costituzione dell’apartheid? Osservare il paesaggio vuol dire distinguere la bellezza, che è un vivere etico, secondo il bene, dalla cosmesi. Quel che vede il progettista non può essere scisso dalle istanze di chi usa un territorio.

Così l’architetto romano suggerisce di partire dagli indizi che i paesaggi offrono e di lavorare per omeopatia, “portando al massimo livello la qualità già in essere” (Tadao Ando). Sostituisce la domanda “che cos’è il paesaggio?” con quella, goodmaniana, “quando è paesaggio?”. Elenca alcuni “sintomi”: la sovrapposizione di scritture nel tempo (il giardino della Challah a Rabat); l’interscalarità, contaminazione reciproca fra dettaglio e sistema (Siviglia, insieme cattedrale e città); la coralità di popolazioni diverse per etnia e tradizioni (stretto di Messina, apice di grandezza e di degrado); l’unione di eternità ed effimero (Petra; Venezia). L’opera d’arte smonta e rimonta la nostra visione dei paesaggi, spesso per sottrazione di segni.

Zagari menziona la Land Art (Robert Morris; Christo), capace di portare a galla il senso del paesaggio, assecondando il “processo umano della mutuazione fra natura e uomo” (Renzo Piano). Rivisitare questo genere artistico consentirebbe di comprendere meglio le trasformazioni che passano sotto i nostri occhi, inclusi i “paesaggi rifiutati” – celebre l’Incompiuto del gruppo Alterazioni Video – e le zone bianche, “non luoghi”, terre di mezzo non presidiate, come il Terzo paesaggio di Gilles Clément.

Un’altra via per leggere il paesaggio è esplorarlo all’indiretto, con modelli che lo traducono: il giardino, campo di sperimentazione dell’abitare in natura; il parco, spazio pubblico urbano molto codificato, dove si vagliano i comportamenti sociali; il labirinto, iniziazione dell’uomo a un percorso cognitivo del paesaggio; l’isola, categoria di pensiero che esemplifica due passioni topologiche contrapposte: l’insofferenza del limite e la sensazione di difesa. Cythera, piazza galleggiante sul lago dell'Eur a Roma (2005), è stata progettata da Zagari sulla scia dell’isola-giardino del Sogno di Polifilo di Francesco Colonna.

Notevole l’apparato fotografico del libro. I Prototipi di Monica Sgandurra, idee non viste di paesaggi, ne illustrano perfettamente l’obiettivo: non condannare lo status quo, ma curarlo dall’interno, nell’immagine ideale che indica.

Fanco Zagari
Sul Paesaggio. Lettera aperta
Libria (2013), p. 244

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4 Risposte a Sul paesaggio

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