Maria Teresa Carbone

Come un sofisticato Pollicino della letteratura, Teju Cole dissemina nel suo romanzo d’esordio Città aperta, a mo’ di luccicanti pietruzze bianche, diversi indizi, piccole frasi o riferimenti che aiutano il lettore a orientarsi in questo testo denso e affascinante, dove racconti e citazioni, riflessioni e rimandi si susseguono ininterrotti.

Tanto più utile dunque che, in una delle primissime pagine del libro, l’io narrante spieghi di avere appreso da un docente molto amato «l’abilità di costruire una storia partendo dalle omissioni». A parlare è il protagonista del romanzo, Julius, specializzando in psichiatria, figlio di padre nigeriano e di madre tedesca, trapiantato da anni a New York e appassionato flâneur, che rievoca quello che gli è accaduto negli ultimi mesi (il libro è ambientato fra il 2006 e il 2007): le lunghe passeggiate per Manhattan, la ricerca quasi volutamente vana della nonna materna a Bruxelles, il ritorno a New York.

Ma potrebbe benissimo essere Teju Cole, nigeriano statunitense, fotografo e storico dell’arte, esperto di pittura olandese del XVI secolo, che proprio intorno alle ellissi e alle omissioni fonda il suo libro. Lo stesso Julius non viene mai mostrato in piena luce, dal momento che – sembra dire lo scrittore – a dispetto dei nostri sforzi nessuno riesce a conoscersi per intero («a un certo livello ciascuno di noi […] deve immaginare che lo spazio della sua mente […] non può essergli interamente opaco» osserva il personaggio, sottintendendo l’illusorietà di questa idea).

E sulle assenze del nostro presente, su quello che non vediamo (taciuto o dimenticato) e che tuttavia continua a proiettare la sua ombra su di noi, punta Cole il suo radar. Sono ovviamente, nell’America degli anni Zero, gli spettri delle Twin Towers e del conflitto iracheno, lontano e già pronto a essere sostituito da nuovi scenari di guerra; ma sono anche, per l’africano Cole, le tracce di stermini antichi e recenti (il cimitero degli schiavi i cui resti riaffiorano a pochi passi dai grattacieli di Wall Street, i ragazzi ruandesi che ballano in un locale di Bruxelles e appaiono sereni a dispetto del genocidio alle loro spalle), o semplicemente la scoperta tardiva della morte di una vicina, proprio al di là della parete di casa. «Non ti accorgi mai dell’ossigeno finché non finisce», dice a Julius uno dei tanti messaggeri di vita, se non di verità, che l’uomo incontra lungo i suoi percorsi.

Molti gli raccontano storie, alcuni gli scaraventano addosso ossessioni e aggressività, con altri (in particolare il marocchino Farouq, dotto e disilluso impiegato di un internet café belga) intavola discussioni di politica e filosofia alla luce delle comuni letture, da Foucault a Serres a Chomsky. «È, questo, uno dei rari libri contemporanei, dove la teoria critica e letteraria non sia oggetto di satira o pretesto per sfoggiare la cultura dell’autore, ma faccia parte del contesto di una persona», ha scritto sul «New Yorker» James Wood, fra i più convinti sostenitori di un libro che ha avuto notevole successo negli Stati Uniti e nei vari paesi in cui è stato tradotto, e che è stato paragonato con insistenza a Austerlitz di Sebald, sicuro modello di Cole.

E tuttavia l’accostamento, per quanto fondato, non mette in risalto forse l’elemento più interessante del romanzo: la sua tecnica agglutinante, che giustappone i materiali e solo poco alla volta lascia intravedere un tessuto coerente. Autore di tweets fulminanti e sarcastici, Cole ha dichiarato di avere costruito Open City per un lettore lento, pronto a riprendere in mano il libro appena finito, per cogliere gli indizi sfuggiti nella prima lettura. Segnale, se non altro, di una sicurezza di sé che pochi scrittori hanno di questi tempi.

Teju Cole
Città aperta
traduzione di Gioia Guerzoni
Einaudi, (2013), pp. 270

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3 Risposte a Città aperta

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