Arianna Bona

È una Biennale ossessiva che costringe a pensieri di barbarie e civiltà imponendo riflessioni su spazio pubblico, politica, individuo, società. A Istanbul, i cani randagi pellegrinano pigri. La polizia sosta notte e giorno nelle vie del centro, fumogeni, manganelli e scudi.

L’uomo del büfe guarda il telegiornale e comunica a segni e suoni, trasmette preoccupazione e rabbia. Si avvicina mostrando la tessera del partito socialdemocratico CHP e dice sussurrando: “Erdogan Diktatör”.

A Kadiköy i vecchi vendono bandiere turche con il volto fiero di Atatürk mentre in piazza, numerosi cittadini ricordano gli eventi di Gezi Park agitando cartelli con i volti dei sette ragazzi uccisi. Il confine tra vita e arte, spazi pubblici ed espositivi, questa volta non esiste. La tredicesima Biennale di Istanbul (14/09 – 20/10/2013), curata da Fulya Erdemci, prende a prestito il titolo da un libro della poetessa turca Lale Muldür, sviluppando un legame tra poesia, letteratura, nuovi linguaggi e la dimensione personale, quella pubblica e politica.

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Annika Eriksson, I am the dog that was always here (2013)

In questa esposizione l’arte si schiera, e alla bellezza immortale aggiunge prepotente la parola, gridando ad alta voce pensieri di responsabilità. Inizialmente, a ospitare la Biennale dovevano essere i luoghi pubblici in disuso, piazze e quartieri con una storia sociale, politica e urbana emblematica (come piazza Taksim, Tarlabaşı Bouevard, Sulukule), ma dopo i fatti di Gezi Park, Fulya Erdemnci ha ritenuto non fosse più possibile realizzare progetti artistici con il permesso di quelle stesse autorità che hanno negato la libertà di espressione ai cittadini. Quei luoghi perciò, sono rimasti vuoti per sottolineare la presenza tramite l’assenza, e i lavori degli ottantotto artisti partecipanti sono adesso ospitati dalle istituzioni Antrepo 3, Galata Greek Primary School, ARTER, SALT e 5533.

Giusta conseguenza: Istanbul diventa protagonista di riflessioni e confronti in alcuni dei lavori esposti e realizzati per la Biennale. A Istanbul, da Tarlabaşı a Taksim, i cani randagi sostano in mezzo alle strade. Si grattano e annusano. Osservano il quotidiano incedere del tempo e degli accadimenti: custodiscono e fanno la guardia alla Memoria. Il video di Annika Eriksson, I am the dog that was always here (2013), è una riflessione sullo spazio pubblico, sul tempo, sull’esilio.

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Diego Bianchi, Market or Die (2013)

A Istanbul, la vita quotidiana è consumo spiccio, commercio minuto che affolla le strade. È l’idea di mercato: luogo davvero lontano - per umanità e bellezza - dal centro commerciale. L’installazione di Diego Bianchi, Market or Die (2013), occupa gli spazi sotto le colonne all’ingresso di SALT. Ci sono pile di ciambelle al sesamo, cozze ripiene e limone, Raki, profumi e Ray Ban contraffati, giornali, scritte e scarabocchi su pareti che ricavano uno spazio intimo ma a volte costretto.

È ben visibile da Istlikal Caddesi, la trafficatissima via pedonale che porta a piazza Taksim. In molti (approfittando della scelta di gratuità per i visitatori) si affacciano curiosi. Se ne vanno con addosso l’osmosi tra realtà e finzione, arte e sociale.

Christopher Schäfer disegna su grandi carte l’occupazione di Gezi Park e scrive pensieri su pagine di quaderno componendo un’installazione di sofferenza e utopia nel tentativo di ridefinire la città. Non è una biennale Istanbulcentrica. La città è solo un punto di partenza forte e centrale - poiché di sconvolgimento recente - per arrivare ovunque. Una ‘prospettiva universale del mondo’ è data da una selezione dell’installazione The Celestial Handbook (2012) di Lutz Bacher: pagine di libro raffiguranti corpi celesti, costellano le sedi della biennale. Non ci sono confini.

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Christoph Shäfer, The City is our Factory (2010)

Da ogni opera esposta, emerge una dichiarazione di impegno, riflessione e discussione. Da Gordon Matta-Clark, Guillaume Bijl, Rossella Biscotti, Elmgreen & Dragset, alla stessa Lale Müldur che qui presenta il film Violent Green (2013) oppure Jorge Galindo e Santiago Sierra. Nel loro video Los Encargados (2012) i ritratti di Juan Carlos I e i suoi ministri sono posizionati capovolti su berline nere che procedono con andatura da funerale sulla Gran Via di Madrid. La città è spazio politico sottosopra, la colonna sonora è la marcia sovietica “Varsoviana Soviética”, l’estetica è fascista e ci rammenta Franco.

È questa la soluzione, l’idea, il messaggio: “Fate che arte e musica siano le vostre armi”. Così cantano a ritmo hip hop i ragazzi di Sulukule in Wonderland (2013) di Halil Altindere.

13th Istanbul Biennial - Mom, am I barbarian?

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3 Risposte a Mom, am I barbarian?

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