Giorgio Mascitelli

Non essendo un esperto di ciclismo non sono in grado di valutare se il ciclista Lance Armstrong, vincitore di ben sette tour de France nonché reo confesso di doping, abbia detto la verità da un punto di vista tecnico quando ha dichiarato che è impossibile vincere il tour de France senza doparsi.

Numerosi campioni e tecnici di ciclismo hanno reagito negativamente, come comprensibile, a una dichiarazione del genere. Mi sembra, tuttavia, che la sua dichiarazione abbia una portata che travalichi l’ambito prettamente ciclistico e sportivo per investire alcuni aspetti simbolici e ideologici del discorso dominante.

Il fenomeno del doping è infatti quello che più inficia l’idea nobile di competizione, sulla quale la nostra società ha fondato molto di quel poco di ethos che le serve per non essere percepita come una società dell’esclusione. Il doping ossia la via chimica alla vittoria non mette solo in dubbio la lealtà della competizione, ma offusca l’immagine del vincitore come versione secolarizzata di colui che gode della grazia di Dio. Non è un caso che la federazione ciclistica, non avendolo mai colto sul fatto, abbia tolto ad Armstrong le vittorie a posteriori, dopo alcuni anni, con un atto quasi ieratico che ricorda una damnatio memoriae.

Certo il doping sembra funzionale alle esigenze dello spettacolo sportivo in due sensi: da un lato per rendere tollerabili calendari agonistici così fitti che impongono impossibili prestazioni continuative ad alto livello; dall’altro il doping serve a ottenere risultati clamorosi, record infranti, vittorie a ripetizione. Si tratta di tutto ciò che rende interessante lo sport nei media e che individua la figura del campione.

Se Armstrong avesse ragione, ci sarebbe il rischio che uno dei pochi spettacoli sportivi credibile resti il palio di Siena, nel quale, se non erro, è consentito tutto, compresi il doping, la corruzione dei fantini avversari e scorrettezze plateali, come prendere a nerbate il cavallo di un altro concorrente o disturbare la partenza. Il che è ben curioso perché, tranne che dai senesi, il palio non è affatto sentito come uno spettacolo agonistico ma folclorico: qualcosa di più simile al concerto di capodanno che a una corsa. Insomma, si direbbe che la verità della competizione possa apparire soltanto nella forma del retaggio turistico del passato.

È interessante notare che il modo in cui due genetisti, Helga Nowotny e Giuseppe Testa in Geni a nudo (ed. Codice, Torino 2012), riflettono sul fenomeno del doping è assolutamente controcorrente rispetto al discorso ufficiale di condanna. I due scienziati, infatti, ritengono che il rifiuto di questa pratica si basi su una distinzione tra ciò che è naturale e ciò che è artificiale (e tra ciò che è interno e ciò che è esterno all’organismo) assolutamente fittizia e smentita non solo dalla scienza, ma anche dalla storia.

Inoltre la possibilità prossima ventura di arrivare a un doping genetico attraverso la manipolazione del genoma renderebbe questa distinzione obsoleta. Essi però aggiungono che le prestazioni, anche quelle sportive, dipendono da fattori epigenetici (cioè non dipendenti dalle sequenze del DNA e in senso più lato ambientali) senza i quali una predisposizione genetica non può nulla; pertanto questo nuovo tipo di doping non sarebbe nient’altro che un contributo a quella ricerca del miglioramento delle prestazioni, che è insita nello sport moderno.

Non credo che questa visione disincantata e un po’ insofferente delle regole, tipica delle èlite internazionali, farà breccia nelle masse perché toglierebbe ogni alone mitico all’evento sportivo; non solo, le stesse èlite internazionali dovranno prendere le distanze da una simile visione perché minerebbe alle basi la funzione etico-ideologica dello sport, quella variante secolarizzata del campione come vincitore per grazia di Dio, senza la quale tutta l’opulenza del mondo sportivo, e non solo di quello, risulterebbe insopportabile, come peraltro è già successo in Brasile in occasione della Confederations Cup di calcio.

In fondo il lavoro delle autorità sportive non è per nulla invidiabile: da un lato tutta una razionalità organizzativa e tecnologica consiglierebbe la legalizzazione di alcune forme di doping, dall’altro il peso dell’immaginario sociale impone una lotta a questo tipo di pratica pena il rischio che frani uno dei principali bastioni del discorso dominante sulla competitività, che è anche, non casualmente, un ottimo affare commerciale.

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3 Risposte a Geni del doping

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