Francesca Scotto Lavina

Se da un lato molte pellicole della 70° mostra del cinema di Venezia trovano il loro fil rouge nella messinscena di un eros perverso, altre mettono la carnalità del corpo a servizio della rappresentazione di un disagio tanto dell’adolescente quanto dell’adulto nella loro relazione intersoggettiva.

I protagonisti di Palo Alto di G. Coppola, di Eastern Boys di R. Campillo, di Un pensiero Kalashnikov di Giorgio Bosisio (tutti nella sezione Orizzonti) e dell’Intrepido di G. Amelio (in concorso) appaiono come funamboli destinati ad un equilibrio costantemente precario sulla linea di confine tra desiderio e godimento.

Il coach quarantenne di Palo Alto, se da un lato è la guida delle ragazze della squadra di calcio, dall’altro intrattiene con loro relazioni erotiche. Daniel, omossessuale cinquantenne medioborghese, adesca uno degli Eastern Boys, un gruppo di immigrati illegali di varia etnia, che vive di espedienti. Il suo appartamento sarà devastato dai bagordi e dalle razzie dell’intera banda, senza che lui opponga resistenza. L’intrepido cinquantenne Charlot-Antonio Pane di Amelio recita il ruolo del rimpiazzo in un volontario esilio identitario, che lo solleva dall’interpretazione di un ruolo sociale stabile e allo stesso tempo lo separa irrimediabilmente dalla sua famiglia.

Il padre di Pietro, l’adolescente di Un pensiero Kalashnikov, è una presenza percepita solo nei gesti del figlio, che ne indossa un vecchio cappotto. La madre si barcamena nel ruolo sgradito di padre, di madre e di donna legata ad nuovo compagno. Le figure fragili di questi adulti non garantiscono i fondamenti di una legge simbolica, necessaria secondo Lacan all’istaurarsi del desiderio come mancanza da colmare nei termini di una propria vocazione. Essi stessi vivono la condizione di desiderantes dell’irrealizzabile, che si manifesta in un godimento seriale di situazioni, corpi e oggetti, che perdono valore nella loro reiterazione.

Gli adolescenti, assoggettati al modello della ripetizione senza differenza, trovano la propria legge nell’omologazione al gruppo dei pari. All’interno di esso cercano un qualsivoglia altro, che riempia il loro vuoto d’amore e dia senso a una pubertà straripante e alla deriva, ricacciando il disagio ai margini del corpo. Valicare i margini del corpo, per alcuni, vuol dire oltrepassare il confine di uno spazio bianco, la cui scrittura in termini di gesti e parole equivale alla caduta oltre il confine del desiderio, alla resa incondizionata al disagio, alla manque à être, cagione per Lacan del desiderio stesso.

La vita di Pietro è un pensiero kalashnikov, è un sogno allo specchio nei panni ancora troppo grandi di suo padre, è uno sguardo attraverso la tenda bianca della finestra, con cui si avvolge il viso. Anche l’amore per Martina è sospeso nel tempo di una corsa in bicicletta dietro l’auto del fidanzato, che la porta lontano, un segreto che la madre può solo intuire da un fugace scambio di silenziosi sguardi. April è una degli adolescenti di Palo Alto, che cercano l’approvazione dei pari nel sesso occasionale, nella droga e nell’alcool. Nella sua relazione con l’adulto interpreta il ruolo della figlia responsabile, dell’amica accondiscendente del patrigno cocainomane e dell’amante acerba del coach, che la tradisce con altre sua coetanee.

Teddy, che cerca di reprimere l’amore per April, vive l’ambiguità e l’intransigenza degli adulti, tanto nel rapporto con il padre omossessuale dell’amico Fred, quanto in quello con i supervisori delle ore di servizio sociale, che sconta per guida in stato di ebbrezza. Seduti l’uno di fronte all’altra all’ennesima festa, April e Teddy varcano il confine del proprio desiderio e ammettono il loro sentimento reciproco, che li rende mancanti l’uno all’altra. Grazie ad esso Teddy trova il coraggio di troncare l’amicizia morbosa con Fred, che nei suoi eccessi di droga e alcool, i discorsi folli, le corse in macchina, rappresenta l’alter ego della pulsione di morte come ritorno ad una quiete, che pone fine alla compulsione dell’io.

La voce fuori dal coro degli Eastern Boys è quella di Rouslan. I suoi occhi neri sono quelli che seducono Daniel, quelli che spiccano (nei primi piani) fra i corpi anonimi del branco. Il suo sguardo racconta la morte dei genitori nella guerra in Cecenia e il bisogno di colmare l’amore perduto nella relazione con Daniel. L’iniziale natura sessuale del loro rapporto si trasforma in quella di un amore filiale ed implica per Rouslan l’abiura della legge del branco, che sarà pagata al caro prezzo di uno scontro fisico col capobranco Boss.

L’approdo allo spazio del desiderio non procura solo le ferite del corpo, ma anche la frattura intima, attraverso cui il disagio può fuoriuscire come vera e propria patologia. Ivo e Lucia, rispettivamente il figlio dell’intrepido Antonio e la ventenne, da cui egli è attratto, sono figure ai margini della vita di relazione.

Nemmeno Antonio comprende i loro attacchi di panico, gli eccessi d’ira, che culminano in atti estremi, come il suicidio di Lucia e l’abbandono da parte di Ivo della band con cui suona. Mentre l’adulto Antonio trova la sua vocazione nella trasmigrazione identitaria (che si perpetua anche nel rimpiazzo del figlio sul palco), i giovani Ivo e Lucia vivono il loro désêtre (il deserto, che è per Lacan il dis-essere), cui solo la morte può porre rimedio.

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2 Risposte a Lo spazio bianco del desiderio

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