(Racconto del viaggio del reporter volontario Davide Agnolazza - giugno 2013)

Quando sono arrivato a Istanbul, quasi mi chiedevo cosa ci facessi lì. “Non è la tua lotta, cosa vai a fare fino in Turchia. Devi stare qua e combattere le tue di lotte”. Queste parole, le parole di mia madre preoccupata, riecheggiavano continuamente nella mia mente. In effetti non riuscivo a spiegare perché 24 ore prima avevo prenotato un biglietto in tutta fretta e mi fossi catapultato a piazza Taksim.

Avevo passato le giornate precedenti a cercare di tenermi in contatto con amici del posto, a cercare di farmi spiegare cosa stessero vivendo in quei giorni. Tutto quello che si sapeva nel resto del mondo, tutto quello che si vedeva o si leggeva, riguardava gli scontri. Ma potevo percepire dai racconti delle persone un’eccitazione enorme, segno che qualcosa di veramente importante stava avvenendo.

Sono corso lì per vedere, respirare e sentire sulla mia pelle, queste energie così forti che mi avevano trasmesso solo poche frasi scrittemi qualche giorno prima. Siamo partiti in tre, con le valigie piene di attrezzatura audio e video. Non che avessimo un progetto vero e proprio, ma sentivamo la necessità di documentare quanto più possibile, di riportare a casa le testimonianze e le istantanee di quello che sembrava avere l’aspetto di un momento unico, del quale valeva la pena di assaporare ogni istante.

Il tempo è la prima cosa che si vive diversamente, all’interno di Gezi Park perché non è più rappresentato dal susseguirsi dei minuti e delle ore, da attimi definiti. La sensazione è quella di vivere contemporaneamente centinaia di attimi diversi. Quando ci si avvicina a piazza Taksim, si viene investiti da un’energia potentissima, nuova, che ti trascina e coinvolge immediatamente. La prima volta poi che si entra in quel quadrilatero di 600 alberi, gli occhi vanno da tutte le parti e ovunque ti giri, vedi persone all’opera intente a collaborare per la gestione e l’evoluzione dello spazio circostante.

Ogni metro quadrato di parco è occupato da tende e gazebo e dovunque sono stati allestiti luoghi di scambio e aggregazione. Ci sono librerie book-crossing, mense, caffetterie, una tv e una radio autogestite che trasmettono ininterrottamente in diretta dal parco. E poi un cinema all’aperto, vari luoghi per esibizioni artistiche, luoghi di dibattito, assemblee permanenti, punti medici e l’ospedale.

La cosa sconcertante ed entusiasmante di Gezi, è la composizione variegata del movimento che si è creato al suo interno. Infatti per la prima volta forse nella storia della Turchia, movimenti, gruppi e partiti che fino a quel momento non erano stati capaci di dialogare fra di loro, hanno iniziato ad operare uniti in un unico corpo multiforme composto dagli organi più disparati: si va dai partiti politici più storici e radicali, a piccoli collettivi che operano localmente passando per le associazioni, i collettivi artistici e le tifoserie calcistiche fino ad arrivare ai semplici cittadini. Per rendere possibile questa fusione, si è dovuto trovare e sperimentare un nuovo linguaggio da applicare alla lotta, qualcosa che prescindesse completamente dai vecchi metodi e che venisse largamente adottato da tutti.

Non credo che ci sia stato un vero lavoro di ricerca dietro questa metamorfosi della partecipazione politica, piuttosto una naturale evoluzione spinta dal bisogno delle persone meno legate alla militanza, di partecipare attivamente, di dire la propria, di uscire dalle case e urlare al mondo che vedevano i propri diritti di cittadini calpestati senza pudore da un governo autoritario e opprimente. E l’apertura delle realtà più legate ai vecchi metodi di lotta a questo nuovo tipo di confronto, ha contribuito a creare una sorta di “effetto calamita” per una miriade di persone che finalmente si sono trovate in uno spazio in cui poter esercitare il loro diritto ad esprimersi, ad essere parte di qualcosa, a partecipare.

Proprio per la natura di un’azione di questo tipo, quella di un’occupazione che implica la cura e il mantenimento di uno spazio collettivo, si è potuto gettare le basi per la realizzazione di questa idea. Potrà sembrar banale, ma la pulizia dello spazio è una delle cose che più rappresenta questo concetto. Vivere in migliaia di persone concentrate in un luogo relativamente piccolo, significa produrre rifiuti e sporcizia. Per questo a qualunque ora del giorno e della notte, c’è un viavai di persone intente a spazzare, a sostituire i sacchi dell’immondizia pieni, ad accatastarli nelle aree di raccolta, a rimuovere i mozziconi, a pulire i vialetti dalla terra e dalle foglie. E non si tratta di personale addetto a quello scopo, sono ragazzi e ragazze, anziani, signore, bambini che vedono un sacco pieno e lo cambiano, che vedono dei mozziconi di sigaretta e li raccolgono.

Questo tipo di approccio, la collaborazione per il mantenimento di un’area che rappresenta in quel momento il significato comune del trovarsi tutti assieme nello stesso luogo, ha favorito lo sviluppo di questi nuovi linguaggi e metodi di confronto adottati nel parco che dopo i primi giorni incentrati sulla logistica e l’organizzazione fisica dello spazio, hanno iniziato a contaminare anche gli ambiti meno operativi e più decisionali e di confronto. Ciascuno dei 7 distretti territoriali definiti nel parco, aveva la propria assemblea che riportava tramite dei delegati ad una grande assemblea plenaria che aveva lo scopo di raccogliere tutte le voci e le proposte dei distretti per poi arrivare a prendere delle decisioni più condivise possibile e che tutti avrebbero rispettato. Solo il fatto di creare dei distretti territoriali (quindi basati solo da una spartizione dello spazio fisico) ha favorito il mescolarsi delle idee e delle posizioni e ha “costretto” a praticare dialogo e ragionamento collettivo anche chi non era abituato a farlo.

Questo miscuglio di menti, corpi e idee ha fatto risvegliare la speranza a tutti coloro che ormai si sentivano soli e isolati rassegnati all’idea di combattere una battaglia già persa in partenza. E quando la speranza si risveglia e gli animi si innalzano in una direzione positiva, l’atmosfera e lo stile con cui vengono fatte le cose cambia radicalmente. La rabbia e l’odio verso l’oppressione si trasforma in ironia. Gli slogan in musica. Le marce in balli di gruppo. La gioia, dettata dalla certezza di non essere soli, è il sentimento dominante. L’occupazione del parco diventa un presidio festoso, genuino e divertente. Un luogo dove anche famiglie con bambini o coppie di anziani, possono trascorrere fra musica, balli e improbabili rappresentazioni teatrali di scontri con la polizia, una serata piacevole e respirare un’aria leggera e confortante, che gli ricordi ad ogni passo che un nuovo modo di essere è possibile e sostenibile.

Questo è quello che spaventa le autorità perché mette a nudo la loro inefficienza e i loro linguaggi arroganti e distanti. E’ la stessa paura che ha portato alle repressioni violente nelle piazze americane dei movimenti Occupy e nelle piazze spagnole dei movimenti Indignatos. Fa molta più paura vedere persone che pacificamente coltivano un’orto in piazza o che sfamano gratuitamente migliaia di persone al giorno, piuttosto che qualche militante che lancia pietre e molotov perché è molto più difficile erodere a poco a poco i diritti dei cittadini, quando questi sono consapevoli che un altro stile di vita è possibile, che ci sono altri linguaggi, che uniti si è fortissimi e che non si è più soli.

Per questo, esperienze come l’occupazione di Gezi Park, sono state represse da una violenza inaudita e ingiustificata. Per nasconderle, per cancellarle, come se non fossero mai esistite. Ma finché verranno contrastate con metodi antichi e ignoranti, come l'esercizio della violenza, non potranno essere sconfitte, come non si può sconfiggere un virus per il quale non si è ancora trovato un antidoto. Certo lo si può indebolire, ma esso ritornerà, mutato e più forte di prima.

Quello che sta succedendo adesso è esattamente questo. Ad ogni azione repressiva, sempre più persone hanno sentito la necessità di unirsi con i propri corpi e le proprie menti a questa rivoluzione che pare più culturale che politica. Ad ogni attacco violento, l’unione e la solidarietà fra le persone si è stretta e consolidata. E anche se ora il parco è stato sgomberato con le ruspe e con i lacrimogeni, anche se non c’è più quello spazio fisico comune di cui prendersi cura collettivamente, la consapevolezza che sperimentando nuovi percorsi si possa costruire qualcosa di estremamente positivo è ormai radicata in tutti coloro che hanno attraversato quel parco e quella piazza. E adesso, lo sgombero del parco, non sembra più un triste epilogo, ma solamente un splendido inizio.

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3 Risposte a Cinque giorni al Gezi Park

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