Mario Gamba

Strano che l’unico festival jazz italiano di livello internazionale si svolga in un piccolo povero paese del Sulcis, in Sardegna. Si parla di festival jazz con un’idea musicale dignitosa, non di un baraccone di musiche varie di successo come è da tempo Umbria Jazz. Strano ma vero.

Da 28 anni a Sant’Anna Arresi, provincia di Cagliari, arrivano a fine agosto, per una decina di giorni, musicisti di punta americani (di preferenza) ed europei. Jazzmen per niente mainstream, per quanto è possibile in questo campo, oggi, non essere risucchiati in una sorta di corrente principale pur tenendo aperta la porta della ricerca.

A meno di agire esclusivamente in circoli underground di improvvisazione totale (e si tratta di circoli, anche italiani, non solo rispettabili ma importanti). Per trovare in Italia jazzmen di punta presentati come protagonisti non si deve cercare nei festival, estivi o no, ma nelle rassegne diluite nei mesi che si tengono in club non clandestini come sono Area Sismica a Forlì o il Centro d’Arte degli studenti a Padova. Oppure si ascoltano come ospiti curiosi, come squisitezze, nei festival tipo Bergamo (l’anno scorso Craig Taborn, quest’anno Peter Evans e Mary Halvorson) e Vicenza (quest’anno Henry Threadgill).

Invece a Sant’Anna Arresi sono protagonisti. Un festival esterofilo quello intitolato Ai confini tra Sardegna e jazz? No. Resiste saggiamente al nazionalismo dilagante nell’ambiente del jazz italiano. Il motivo conduttore è il fattore distintivo del festival sardo. In genere nelle ultime edizioni si preferisce l’omaggio a un grande scomparso. Omaggio critico, omaggio «nel divenire». Dopo Don Cherry e Albert Ayler è toccato quest’anno (22-31 agosto) a Sun Ra di essere indagato per gli stimoli nuovi che la sua musica può suscitare.

Nessun tono commemorativo, quindi, ma ricerca di altre strade da percorrere sulla scia di quelle planetarie di uno dei più straordinari inventori della musica del ‘900. Sfavillante, inquietante, estremo, impuro. C’era un lato sperimentale della musica di Sun Ra, c’era un lato di ritrovamento dello stile swing, c’era un lato circense sostenuto da coreografie che oscillavano tra il magico e il pacchiano. Tutti sono stati illustrati nello straripante show conclusivo del festival: il concerto della Sun Ra Arkestra diretta da Marshall Allen.

Ha 89 anni, Allen. Sassofonista. Suona con la stessa feroce energia di un tempo i suoi assoli ultra-free (è entrato nella compagine di Sun Ra nel 1958), forse più dettati da una appassionata routine che da una speranza di novità. Ha voluto continuare a far vivere il defunto leader e si è messo a capo di una sapiente, orgiastica, big-band. Come coordinatore di questa Arkestra nel concerto a Sant’Anna Arresi ha puntato su una semplificazione affascinante del composito idioma sunraiano.

Ha fatto bene, anche perché nelle folate di swing alla Fletcher Henderson con qualche punta di Ellington, persino, non ha trascurato di inserire le sortite «informali» (furiose) nel linguaggio di quella che fu l’avanguardia jazzistica degli anni ’60 e ’70, votata a una complessità vitalistica. Il risultato è stato che – dopo un ballabile Smile, dopo capriole sul palco dei musicisti ovviamente bardati con sgargianti costumi tra l’antico egizio e l’astrale, secondo i dettami del loro antico maestro - il finale con l’inevitabile Space is the Place è parso nuovissimo e ha convinto tutti.

In termini musicali limitati la sintonia con Sun Ra è stata accennata durante il festival con l’uso ricorrente di un tempo «afro-beat» coniugato nei più svariati modi con tocchi elettronici. Si è rinvenuto questo «leitmotiv strutturale» nella musica di strada degli United Vibrations («non c’è spazio/non c’è tempo/c’è solo qui/c’è solo ora», hanno cantato) come nella elaborazione raffinatissima di una musica minimale ipnotica del trio Natural Information Society diretto da Joshua Abrams, a conti fatti il momento più importante della rassegna.

Nel caldissimo set dell’ensemble di Dimitri Grechi Espinoza (quando scegliere in Italia vale la pena…) animato dai recitativi musicalissimi di Amiri Baraka, il celebre LeRoy Jones, poeta e militante rivoluzionario. Nei curiosi scapestrati Talebam! che fanno avant-rock e lo fondono col free più avanzato e originale del trombettista Peter Evans.

Nei tre concerti (un festival nel festival) di Rob Mazurek, trombettista e compositore: in trio (Sao Paulo Underground), in quartetto (Pulsar Quartet), in orchestra (Exploding Star Orchestra), ritratto di un artista eclettico, colto, conoscitore delle tradizioni, da Roy Eldridge a Miles Davis, ed esponente della «seconda ondata» del jazz di Chicago, autore di tante belle pagine nelle quali si cercherebbe invano la radicalità.

 

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6 Risposte a Tra Sardegna e jazz

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