Federico Capitoni

La difficoltà di fare un quadro completo ed esatto dello stato esistenziale del giornalismo culturale è dovuta principalmente allo sfuggente concetto di cultura. Su cosa sia la cultura - e cosa, quindi, sia cultura - hanno, almeno una volta, tentato di esprimersi tutti.

Ovviamente, per quanto riguarda ciò che normalmente attribuiremmo alla competenza del giornalismo culturale, ci dobbiamo far guidare qui dal senso comune, quello cioè che ci suggerisce di assegnarvi letteratura, musica, arte figurativa, teatro, cinema, scienza ecc., e non lo sport, la politica, la cronaca, l’economia. La posizione “aperta” di chi considera tutto “cultura” permetterebbe forse di riformulare interamente l’assetto delle pagine dei giornali, ma non di analizzarli come sono attualmente e cioè con le sezioni culturali ben distinte dal resto (quando non costituenti un allegato a parte).

Il pregio del libro Il giornalismo culturale di Giorgio Zanchini (pubblicato da Carocci in una nuova edizione aggiornata, a quattro anni dalla prima) è quello di sintetizzare una storia della cultura nei giornali (nascita e scomparsa della Terza Pagina, l’elzeviro, l’influenza dei direttori) e cercare di fare una fotografia dello stato attuale delle cose, includendo la radio, la Tv e la rete, in un’analisi – ricca anche di dati economici – dedicata per lo più ai quotidiani.

È quello che invece manca al testo – non per colpa dell’autore, ma perché non era nello scopo del libro – che fornisce qui l’occasione per alcuni spunti di riflessione. Esistono diversi nodi critici i quali costituiscono la problematica generale che rende mal gestita la cultura nei giornali. L’origine della questione è quella già accennata: l’idea frammentata di cultura, inevitabilmente legata – e qui emerge il paradosso circolare – alla cultura stessa di chi il giornale lo dirige.

L’equivoco. Per prima cosa non è da sottovalutare la suddivisione ulteriore che nella cultura si fa a seconda degli argomenti. Numerosi sono i quotidiani che dividono la Cultura dagli Spettacoli, tradendo così alcune discipline artistiche – che all’idea comune di cultura abbiamo già ritenuto debbano appartenere - quali il teatro, la musica, la danza, il cinema, che vengono “abbassate” al livello di intrattenimento. I fraintendimenti qui sono di due tipi. Il primo scaturisce da un banale luogo comune: che la cultura faccia rima con libro, e certi inserti culturali dai nomi significativi - Tuttolibri per la Stampa, La Lettura per il Corriere… - lo dimostrano. L’altro è generato dall’assurdo concettuale della separazione: in pratica, esclusi gli spettacoli, nelle pagine culturali vanno letteratura e arte figurativa; cioè prodotti intellettuali immobili. Ecco allora l’incomprensibile esito: se viene ritrovato un testo teatrale di Goldoni o di Shakespeare, la notizia viene inserita in Cultura; ma se il suddetto testo viene rappresentato, lo ritroviamo negli Spettacoli.. Non appena la cultura inizia a muoversi, diventa spettacolo: il moto stabilisce la pagina di collocazione… Curioso, quantomeno.

Assenza di pensiero. Altra considerazione da fare è di tipo qualitativo. Non parliamo qui della libera selezione che ogni redazione opera su ciò che ritiene debba essere comunicato, ma di una scelta estetica e – appunto - culturale che invece possiamo dire accomuna ormai tutti i giornali: la presentazione in luogo della recensione. Sebbene colpisca soprattutto la musica e il teatro (i libri subiscono meno questo atteggiamento), è generalizzato ormai lo svuotamento del significato di critica. I direttori, che evidentemente non capiscono quale sia il ruolo della critica – usano la formula dell’appuntamento, secondo il motto: “inutile parlare di un evento già svolto se non possiamo invitare lo spettatore a fruirne”. Questo ragionamento non dovrebbe necessitare, al cospetto di un lettore cosciente del compito della critica, di alcun commento.

Ghettizzazione. La striminzita pagina culturale del Fatto Quotidiano si chiama Secondo Tempo, nome che dà perfettamente l’idea di quale considerazione la cultura abbia nel quotidiano. La maggior parte dei direttori ritengono la cultura, nel giornale, una faccenda abbastanza marginale, secondaria appunto. Incomprensibilmente la Repubblica si è inventata R2 (che, al contrario di quanto dice Zanchini, non è un inserto particolare, bensì semplicemente il nuovo titolo alle sezioni di cultura, inchieste, spettacoli e sport, che esistevano anche prima all’interno del giornale) soltanto perché voleva tenere ben distinte le notizie considerate importanti (cronaca, politica, economia, esteri) dal resto, alimentando così tra l’altro il complesso di superiorità dei giornalisti che si occupano di cose “serie” (secondo l’adagio che si è più importanti quanto più si è a rischio di querele o di incolumità fisica). Sezioni speciali e inserti, contribuiscono all’idea che la cultura sia una cosa in più, un passatempo. E spesso escono la domenica, quando appunto non si lavora.

Gli aspetti su cui dibattere, e dai quali dovrebbe nascere eventualmente un altro libro più approfondito, sono ben di più. C’è per esempio l’annoso capitolo della scienza incomprensibilmente bistrattata dagli organi di informazione. E soprattutto c’è quello attualissimo di internet, che richiede davvero una riflessione a parte e da fare in fretta, prima che il giornalismo culturale, oltre i problemi di definizione legati alla parola “cultura”, si trovi a fronteggiare pure la crisi di identità che internet stesso procura alla professione giornalistica in generale.

Giorgio Zanchini
Il giornalismo culturale
Carocci (2013), pp.160
€ 11,00

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10 Risposte a Il giornalismo culturale

  1. […] OGGI ON LINE… Gli equivoci delle Terze Pagine […]

  2. eleonora marsella ha detto:

    Libro letto per la mia tesi in giornalismo culturale.
    ottima recensione

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