Milo Adami

Roma, quartiere Pigneto, ore 17.00. “Chiudo”, mi dice rassegnato il proprietario della libreria il Corsaro di via Macerata, “la strada è cambiata, il quartiere non è più lo stesso”. Esco stordito sulla via, sento accompagnarmi il profumo delle vecchie edizioni di letteratura italiana, un senso di vuoto mi attanaglia, penso a tutto questo che a fine luglio se ne andrà per sempre: se ne andrà chissà dove lo scaffale con le prime edizioni, se ne andranno le mensole con la storia del partito comunista, se ne andrà via la sezione cinema e teatro, tutto quanto se ne andrà per sempre via, da un quartiere che di una libreria non sa più cosa farsene.

Mi aggiro pensoso per le strade del Pigneto, appena fuori dalla libreria, trovo un bivacco di ubriachi sbracati sull’asfalto, abbracciano le loro Peroni giganti, a mala pena stanno in piedi, entrano ed escono da un piccolo negozietto che li rifornisce per due soldi di birra, uno di loro se ne sta seduto su una cassetta della frutta, un accento del sud america, ride sdentato e sputa per terra. Giro l’angolo, salgo per via Perugia, poco sopra il piccolo cineclub Kino c’è un bivacco di africani, credo ghanesi, anche loro occupano il marciapiedi, hanno l’aria stordita, intossicata, gli sguardi persi nel vuoto, cocci di bottiglia, sigarette, buste di plastica intorno a loro, parlano ad alta voce, litigano.

Mi guardo intorno, non si vede nessuno, non c’è nulla di aperto a parte il bar dello “Yeti” che sembra un isola felice dove rifugiarsi. Decido di spostarmi sull’isola pedonale, di fronte alla gelateria artigianale che fa uno splendido pistacchio, incontro due ragazzini italiani, avranno sì e no 15 anni, stanno comprando del fumo da un ragazzo nero alto come una statua. Il caldo è insopportabile, l’odore di piscio ovunque nauseante, quei pochi alberi spennacchiati che sono rimasti, gli altri sono stati chissà quando e perchè sradicati, proiettano una timida ombra sui marciapiedi dissestati. Intorno non si vede altro che mondezza abbandonata ad ogni angolo, piccole discariche a cielo aperto che esprimono una sinfonia maleodorante di puzzo umano. Nessun libro che ti potrà in tutto questo più consolare, nessuno, perchè “il Corsaro”, ci ripenso, a luglio se ne andrà.

Assorto nei miei pensieri continuo a deambulare sull’isola pedonale, non c’è nessuno. Un'isola pedonale deserta, penso, è un controsenso, qui la gente del quartiere non trascorre più le sue giornate, del resto non saprebbe cosa fare, non c’è più un negozio, una vetrina da vedere, neanche una panchina dove sedersi, qualcuno si rifugia nella biblioteca comunale protetto dall’aria condizionata, ma nessuno, nessuno passa il suo tempo sull’isola pedonale, questa è una lingua di asfalto caldo desolata e silenziosa.

A quell’ora del tardo pomeriggio gli unici abitanti dell’isola sono gli spacciatori maghrebini all’angolo con “Contesta Rock”, il parrucchiere più alternativo di Roma, di fronte al quale un paio di mesi fa un ragazzo è stato sgozzato per un regolamento di conti, e poi ci sono i proprietari dei locali notturni che si apprestano a montare le loro occupazioni di suolo pubblico: tendoni, tavolini, sedie e quant’altro. Sono diventati loro gli abitanti del Pigneto, arrivano a quell’ora e si impadroniscono del quartiere, e tutti gli altri, noi che qui ci viviamo, ci sentiamo in ostaggio di un baraccone a cielo aperto del divertimento a buon mercato.

Francesco Telese, proprietario del “Corsaro”, mi racconta che quando aprì, nel 2003, aveva vinto un bando del comune che incentivava l’apertura di librerie nelle aree periferiche, c’era venuto pure il sindaco Veltroni all’inaugurazione. Erano gli anni in cui il quartiere sembrava essersi avviato ad una rinascita culturale, “ci si impegnava tutti quanti, ci credevamo”. E oggi di quel progetto che cosa resta? Me lo continuo a domandare mentre torno a casa e proprio non riesco a rassegnarmi al pensiero che la mia libreria, l’unica del quartiere, chiuderà.
Era uno di quei pochi posti al Pigneto dove potersi ancora rifugiare, scappando da un paesaggio umano alcolizzato, fatto, distrutto e degradato. Quei libri erano un rifugio e una speranza, aiutavano a non rassegnarsi, a non sentirsi soli, a non sentirsi ospiti, ostaggi nel proprio quartiere.

Per fortuna “Il Corsaro” non sparirà del tutto, la sua seconda libreria, aperta nel 2010 in via di San Vito nel quartiere Monti, resta aperta, sì ma da qui, dal Pigneto, da questo quartiere che poteva essere e non è, da qui se ne andrà per sempre lasciando vuoto il locale di via Macerata. Un crampo lungo e definitivo mi blocca la bocca dello stomaco, di fronte a me un ragazzotto addenta un succulento kebab, alzo sconsolato lo sguardo cercando una qualche via di fuga, incontro l’obiettivo di una videocamera di sorveglianza installata da poco sull’isola pedonale, mi guarda interrogativa, stupidamente mi fissa ed è come se dicesse: “perché non te ne vai da qualche altra parte?”. Da qualche altra parte sì, io seguirò il mio “Corsaro” e i suoi libri ovunque andranno.

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4 Risposte a L’ultimo Corsaro

  1. Filippo ha detto:

    Che vuol dire “credo ghanesi”, lo sono o non lo sono? Perché potrebbero essere ghanesi.. perché non togolesi o beninesi? E soprattutto, quanto la congettura, anche se fosse stata ben posta, potrebbe essere utile all’economia del testo? Peroni giganti?! Non credo esistano bottiglie più grandi di una comune 66cl… è utile l’enfasi? Giustissimo dare spazio ai giovani, lo stile incerto e l’argomentare acerbo possono migliorare soltanto col tempo e l’esperienza (presumo che l’autore sia giovane… e probabilmente non ghanese.. chiedo venia se sbaglio), ma ci si aspetta comunque una certa cura negli scritti, che si riscontra già nelle piccole cose. Perdonatemi il commento negativo, ma un lettore si aspetta sempre un livello elevato da riviste che annoverano contributi di spessore e un background rispettabilissimo come Alfabeta2. Spero che la rivista si impegni sempre a tenere alta la qualità e coltivi i nuovi contributors. Con stima

    • Lisa ha detto:

      Noto un po’ di invidia nel commento di Filippo… Le Peroni giganti sono solo una metafora, in quale quartiere romano ormai non si vedono abbandonate per terra o in mano a poveri esseri umani barcollanti? L’autore dell’articolo non è di sicuro un giornalista, ma una persona, un cittadino di questa città violentata da una politica che invece di guardare alla cosa comune ha pensato solo ai propri interessi…

      • Filippo ha detto:

        Non avevo capito fosse un blog. Vedendo il logo di Alfabeta2 avevo pensato fosse tratto dall’ultimo numero della rivista. Mi sarei risparmiato il commento negativo sul cittadino

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