alcGioia Guerzoni

Nel 1975 Giorgio Manganelli annotava, nel suo Esperimento con l’India:

La vedo crescere, enorme massa carnosa, con i suoi strapiombi e il suo profumo di sandalo, le sue anime inconsumabili, la sua vita e la sua morte onnipresenti, il luogo delle trasformazioni, la casa madre dell’Assoluto, la fabbrica degli asceti, la catena di montaggio delle reincarnazioni, il grande magazzino dei simboli, uno sterminato paese in cui da ramo a ramo metaforico balzano scimmie allegoriche, e mendicanti volontari, consci di trenta incarnazioni, ti insidiano per salvarti l’anima; il deposito dei sogni, l’unico luogo dove esistono ancora gli dèi, ma come delegati di un Dio sprofondato in se medesimo, e contemporaneamente incarnato dovunque, un luogo di templi e di lebbrosi, dal quale il sorriso di Buddha o di Śiva non sono mai stati cancellati, morbidi e incomprensibili, estatici e mortali.

La nazione con cui si è confrontato Manganelli – e nello stesso periodo anche Rossellini, Pasolini, Moravia, Flaiano e poi Ginsberg, Louis Malle e tanti altri – c’è ancora. Ma sono avvenute mutazioni sorprendenti: città trasformate in distese di grattacieli, centri commerciali di lusso, giganti dell'information technology e call-center che placano le lamentele e soddisfano le più bizzarre richieste di milioni di consumatori occidentali. Il traffico sfreccia nelle sopraelevate ma rallenta al cospetto di carri e mucche, le suonerie dei cellulari sovrappongono le hit di Bollywood alla lisergica cacofonia dei clacson, i cieli sono intasati da compagnie aeree low-cost – persino con il marchio di una birra, geniale stratagemma per pubblicizzare un prodotto alcolico altrimenti tabù –, gli internet cafè pullulano di ragazzini impegnati in partite di cricket virtuali o videogame americani e di nonne che skypano salutando in webcam figli e parenti lontani, mentre cliccatissimi siti internet per annunci matrimoniali iper dettagliati competono con astrologi e sensali.

Eppure, accanto alle gioie delle magnifiche sorti e progressive si trovano baraccopoli decuplicate rispetto alle dimensioni – già commendevoli – degli anni Settanta, città prossime all’esplosione con affitti di poco inferiori a quelli di Londra o New York, con flussi migratori inarrestabili dagli stati più poveri e dalle campagne, dove i suicidi tra i contadini strangolati dai debiti continuano ad aumentare (secondo Outlook del 26 novembre 2007, nel Maharashtra si sono registrati circa 2500 decessi negli ultimi due anni).

Si inaspriscono gli scontri comunalisti, i conflitti fondati sull’appartenenza a una comunità religiosa, etnica o di casta, spesso creati e alimentati da forze politiche che rivendicano la supremazia della cultura indù. Decine di migliaia di persone, grazie alle famigerate SEZ “special economic zones” – zone franche speciali solo per gli imprenditori, visto che si tratta di regimi esentasse e incentivi - vengono cacciate dalle loro terre divenute all’improvviso redditizie aree industriali (vedi Tata e Fiat), oppure per far posto alle dighe o ai nuovi mall suburbani. Le rivolte naxalite-maoiste continuano a insanguinare le regioni nord-orientali, i rapporti con i vicini pakistani rimangono tesi e il Kashmir è in perenne stato di guerra.

E poi un fenomeno relativamente recente, la mobocracy, il potere della folla. Gli episodi di linciaggio avvengono ormai ciclicamente, e non solo negli stati più poveri: la frustrazione di milioni di giovani disoccupati e attratti dal miraggio di una ricchezza solo apparentemente a portata di mano, il fallimento di un sistema giudiziario sovraccarico che trascina i casi per decenni, la letargia burocratica, l’inerzia della polizia – o i suoi criminali abusi di potere – hanno portato il comune cittadino a perdere la fiducia nel sistema e a vedere come unica soluzione il farsi giustizia da sé.

Anche se ormai persino nei villaggi più remoti c’è un televisore e spesso una connessione a banda larga, 400 milioni di persone vivono con un dollaro al giorno, il tasso di denutrizione è ancora doppio rispetto a quello dell'Africa sub-sahariana e più del 40% della popolazione rimane analfabeta.

In India lo chiamano il “Grande Furto”: negli ultimi dieci anni il paese si è imposto come nuova potenza economica ed è ben deciso a continuare la scalata a qualunque costo. Ma la nuova Shining India brilla in modo osceno, nascondendo sotto il tappeto della globalizzazione più sexy il lercio della corruzione, degli “aggiustamenti strutturali”, delle collusioni tra il potere politico-giudiziario e le forze economiche emergenti.

Forse, come ha scritto il Nobel per l’Economia Amartya Sen su The Hindu del 15 agosto 2007, in occasione dei 60 anni di indipendenza, “Il nostro paese ha dimenticato la grande lezione di Gandhi, Nehru, e Tagore. Pensiamo solo agli affari nostri e non siamo più una guida morale”.

L’India è una formidabile cornucopia di sogni e incubi, e anche di triti cliché e di esausti esotismi. Certo, li creiamo noi cosiddetti occidentali, ma spesso l’India ce li offre su un piatto d’argento, allettando il consumatore/lettore con una spolverata di curcuma, una fragranza di rosa, una sari di seta impalpabile. Peccato che da decenni in India si vendano soprattutto sari di nylon, perché sono meno care e più resistenti e la fragranza di rosa aleggia sublime soltanto nelle dargah o nella hall di qualche boutique hotel.

Dopo numerosi viaggi nel subcontinente, colpita dalla voracità delle trasformazioni e dalla portata di alcuni drammi davvero epici, mi si è presentata finalmente l’occasione di offrire al lettore italiano una lettura meno patinata e partigiana di quella che la trionfante vulgata giornalistica ci consegna quotidianamente. Dietro i miracoli di Cindia e le prodezze dei “new nabobs” – i nuovi nababbi, principi dell’economia – si celano abissi di dolore che non sempre i sorrisi splendenti degli indiani riescono a nascondere. In tal senso mi sembrava interessante far vedere questo paese attraverso lo sguardo di chi ci è nato e cresciuto, oppure lo ha pensato da migliaia di chilometri di distanza (da Londra, New York o Singapore), e poi è tornato in patria conservando quello sguardo distaccato e partecipe al contempo – una specie di terzo occhio metaforico, un valore aggiunto, una chiave di lettura supplementare.

Molti scrittori di questa generazione, che ho conosciuto in India o nelle varie fiere del libro e feste del cinema che spuntano come funghi nel vecchio come nel subcontinente, vogliono sbarazzarsi dei luoghi comuni, degli elefantini nei loghi del “Made in India”, delle montagnole colorate di spezie, dei sedicenti guru, degli aristofreak occidentali che ancora vagano per l’India in cerca di una “settimana bianca” di spiritualità.

Vogliono sbarazzarsi dei racconti di matrimoni combinati, suocere cattive e nuore succubi che già incombono sia nella realtà che nella Second Life delle seguitissime soap-opera, per non parlare dei film di Bollywood, che immancabilmente hanno cominciato a essere di moda anche in Italia o in Germania, mentre sono popolari da anni in Africa e in Giappone (con tanto di canzoni tradotte da sfoggiare nei karaoke).

Da noi arrivano le pellicole più costose e glam, ma nei contenuti sono identiche a quelle proiettate nelle sale di tutta l’India, dove qualcosa come tredici milioni di spettatori ogni giorno si svagano – mangiano, applaudono, chiacchierano, entrano ed escono – all'interno di innumerevoli sale. Tanto sanno già come va a finire.

Nel campo della letteratura ci arrivano i figli e i nipoti della mezzanotte – quasi tutti NRI, Non Resident Indian, Vikram Chandra, Suketu Mehta, Kiran Desai - e anche, sfortunatamente, una valanga di prodotti mediocri, conditi - come spesso accade ai cibi insipidi o andati a male - con salse fortemente speziate. Per converso, e lo dico con rammarico, sbarca sul mercato italiano una frazione minuscola di ciò che viene stampato dalle case editrici indiane: pochi libri di grande valore, che sfortunatamente scompaiono nella bulimia della produzione editoriale. Per non parlare poi della miriade di lingue locali che formano microcosmi letterari a se stanti – o meglio macrocosmi, ufficialmente 22, visto che parliamo sempre di un pubblico di milioni di persone, e di lettori forti – e che per emergere necessitano comunque di una traduzione in inglese.

Sarebbe interessante investigare, e non solo a livello accademico, sugli autori che scrivono nelle lingue vernacolari, ma gli ostacoli sono numerosi e spesso di carattere economico – penuria di traduttori professionisti, nessuna stelletta su Amazon, scarso appeal editoriale. E poi l’inglese, anzi l’Inglish, contrazione di India e English, che era già la lingua franca della piccola e media borghesia oltre che dell’alta società, adesso è proprio di moda – è la lingua di Bollywood, delle radio nazionali e della pubblicità. A sessant’anni dall’indipendenza, che piaccia o no, l’inglese è diventato una lingua indiana.

In India trascorro almeno due mesi in inverno più o meno da vent’anni. Per una semplice ragione: mi piace. Mi piacciono le città caotiche e i villaggi sonnolenti, e soprattutto mi piace la gente, risata svelta e occhi curiosi. Mi sono sentita subito a casa ed è ancora così. Nel corso degli anni ho cercato di leggere e capire e imparare, di sapere di più di un paese dove, nonostante tutto, sognare non è ancora proibito.

Molto tempo prima di entrare in contatto con alcuni scrittori, nella mia veste umile ma confortevole di traduttrice, ho semplicemente osservato la realtà di villaggi, “paesi” da 300.000 abitanti, città e megalopoli. Negli infiniti viaggi in treno, sui letali autobus a lunga percorrenza o nei decrepiti alberghetti a gestione governativa ho conosciuto insegnanti, impiegati, attivisti, trans, operatrici di call-center, ricamatori e venditori di tè, musulmani, giaina, indù, cristiani e persino qualche ebreo nella minuscola comunità in via d’estinzione di Cochin, in Kerala. E praticamente tutti, parlando del loro paese, dichiaravano “I love my India” oppure “Our mother India is best”. Negli ultimi due anni però, sempre più persone ripetevano: “La nostra India diventa moderna e ricca, ma i poveri rimangono poveri.”

Poi ho incominciato a conoscere romanzieri, registi e artisti. Un giorno, un giovane scrittore di Bombay, compagno di tante esplorazioni e discussioni, mi ha mandato una e-mail che diceva: “Tutte queste chiacchiere sull’India che cresce e si sviluppa sono una tale panzana… e la cosa triste è che la gente vive in baracche davanti a fogne straripanti e continua a credere nel mito revivalista perpetuato dalla puttana mediatica. Questo paese non ha bisogno di intuizioni o pensatori, per ora. La festa è troppo rumorosa e scatenata e sono tutti presi a mungere la vacca prima che crolli a terra stecchita. Quando i capitalisti se ne saranno andati in Africa o in Groenlandia, si lasceranno alle spalle un paese distrutto, una landa desolata di caos e rifiuti in attesa di qualcuno che la ripulisca.”

E’ stata una conferma: volevo restituire un’idea di popolo, di vita quotidiana, e avevo la sensazione che gli scrittori delle nuove generazioni sentissero il bisogno di fotografare la stessa quotidianità, senza l’obbligo di spiegare, di decifrare il loro paese; insomma che avessero l’urgenza, nelle parole di Arundhati Roy “di dare un senso a vicende e storie magari note ma così secondarie che non fanno Storia.”

Di cosa vogliono parlare allora? L’idea di scattare un ritratto dell’India contemporanea è piaciuta subito: gli autori che ho contattato in pochissimo tempo – 5 mesi tra ricerca, selezione, editing e traduzione – si sono mostrati entusiasti. La scelta dei tempi brevi era voluta, mi interessava un’istantanea di questo preciso periodo storico, e poi si potrebbero trascorrere anni a setacciare le infinite proposte editoriali o gli articoli in rete. Dopo una ricerca e una selezione iniziale - contatti forniti da amici scrittori, letture di blog, riviste e antologie stampate in India - ho selezionato un gruppo di autori che, nella maggior parte dei casi, non erano mai stati pubblicati in Italia e lavoravano al primo libro: chiedevo materiale inedito ma non scritto appositamente per l’antologia. Volevo dare loro la possibilità di scegliere argomenti che li appassionassero, quindi le uniche linee guida erano proprio quelle – esperienze e personaggi dell’India contemporanea e prevalentemente urbana.

Ne è risultato un collage abbastanza imprevisto, un susseguirsi di incontri disposti su un percorso immaginario in un viaggio nella realtà: la storia di una donna delle pulizie, la filosofia di vita di un guidatore di risciò, un regista di porno che si ribella al colonialismo dei divi del sesso occidentali, un giovane regista costretto a sfornare brutti documentari per sopravvivere, l’incredibile comunità trans di Mumbai, un paio di jeans di marca che passa di mano in mano, studi fotografici dove ci si può inventare una nuova identità…

Racconti ben lontani dalle saghe familiari e sempre più vicini alla denuncia sociale, ma in stili diversi e non necessariamente in toni arrabbiati: la sfiducia nelle istituzioni, il buco nero dei bambini dispersi, il degrado urbano di città che conservano ghettizzazioni secolari a prezzi astronomici.

Questo era lo strato di India che mi interessava, quello appena sotto la superficie. Gli scrittori, i registi, i disegnatori mi hanno aiutato a trovarlo. La parola va a loro.

 

 Il testo che qui proponiamo è la prefazione all'antologia di racconti India. Cinque racconti, sei reportage, tre fumetti, curata da Gioia Guerzoni nel 2008 per Isbn, di cui recentemente è uscita una nuova edizione. 

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