Giorgio Mascitelli

I giornali hanno ribattezzato informalmente Erasmus del lavoro, ma pare che l’espressione abbia avuto origine presso le autorità comunitarie promotrici del progetto, un piano volto a favorire la mobilità lavorativa dei giovani a livello europeo, che intende fornire piccoli finanziamenti, nell’ordine di poche centinaia di euro, a coloro che sostengano colloqui di lavoro all’estero e qualche incentivo a piccole aziende che li assumano. In buona sostanza di tratta di un programma di (scarsi) aiuti all’emigrazione dai paesi della periferia meridionale e orientale verso quelli centrali dell’Unione.

Se è permesso rivolgere un rilievo da umile scriba a professionisti della comunicazione, tuttavia, non mi sembra molto saggia la scelta del soprannome per questo progetto perché rischia di ritorcersi proprio contro i riformatori di Bruxelles. Infatti, l’Erasmus propriamente detto, come è noto, è un progetto che consente agli studenti universitari di trascorrere un anno di studi in un’altra università europea per poi tornarsene a casa propria o anche di restare nel nuovo paese, scegliendolo volontariamente tuttavia. Il secondo Erasmus ha invece a che fare con la necessità e, anche se trolley, skype e voli low cost hanno sostituito le tradizionali valigie di cartone, lettere e ferrovie, la sostanza sociale dell’esperienza cambia molto poco.

Credo che il motivo che abbia spinto a chiamare informalmente il nuovo progetto Erasmus sia la speranza che un po’ del profumo di libertà che riguarda l’originale vada a coprire l’odore di necessità che infesta il secondo. Siccome, tuttavia, a chiunque emigri, e anche alle persone a lui vicine, è abbastanza chiaro di stare emigrando, pare piuttosto difficile che qualcuno si lasci abbacinare dalle nuance liberali del richiamo erasmiano.

Addirittura l’effetto rischia di essere analogo a quello ottenuto da un’agenzia di pompe funebri che, qualche mese fa, aveva messo locandine pubblicitarie nei vagoni della metropolitana milanese annunciando la nascita dell’outlet del funerale. Anche in quel caso i committenti avevano sperato che la connotazione positiva della parola outlet, con la sua allusività a prezzi economici e prodotti di qualità, coprisse la malinconia del secondo termine, finendo invece con il suscitare fastidio tra i consumatori sentimentali e una risata in quelli con la predisposizione al grottesco.

Quando le parole fanno degli scherzi, non sono mai scherzi innocenti perché hanno sempre a che fare con l’ideologia. In questo caso è il discorso ideologico delle opportunità che viene a coprire miserie più antiche. Ma gli europeisti non disperino: in fondo l’Erasmus del lavoro è un ritorno alle origini. L’accordo tra Italia e Belgio nei primi anni cinquanta per inviare i minatori italiani nelle miniere vallone è considerato come uno dei prodromi alla nascita della comunità europea.

Quanto agli interessati all’Erasmus del lavoro il loro problema principale è ancora quello descritto da Pagliarani ne La ragazza Carla: quanto di morte noi circonda e quanto tocca mutarne in vita per esistere è diamante sul vetro. Ma non ci sarà nessun progetto per aiutarli in questo lavoro.

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3 Risposte a Da un Erasmus all’altro

  1. Daniele Contessi ha detto:

    Solo per precisare che l’azienda è ancora presente con locandine nei vagoni della metropolitana milanese e la “connotazione positiva della parola outlet” abbinata ad una strategia di marketing particolarmente vincente, semplice e intuitiva sta coprendo “la malinconia” del funerale ed i consumatori, lungi dall’essere “infastiditi” stanno sempre più diventando “fan” di una azienda e delle sue campagne pubblicitarie. Strano non intuire la straordinaria genialità sottostante, testimoniata dal fatto che in neanche cinque anni sia divenuta una delle maggiori realtà del settore a livello nazionale. Di grottesco restano forse solo estemporanee interpretazioni avulse poi dalla realtà dei fatti.
    La predisposizione al grottesco sovente non si accompagna alla genialità.

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