monsoon-bike_1449924cLaura Bocci

Ho coltivato il desiderio dell’India per moltissimi anni: credo fin da quando, ancora prima dei miei vent’anni, all’inizio degli anni ’70, a Londra, entrai per puro caso in contatto con la comunità indiana dell’East End (che ricompare nel capitolo “La prima India” del mio romanzo La Seconda India – Manni 2013). Poi, alcuni anni dopo, a Heidelberg, in uno Studentenheim dove abitavamo entrambe, feci la conoscenza di una giovane donna indiana, anche lei germanista. Oltre trent’anni più tardi, è stata lei, Neeti, ormai Ordinaria di letteratura tedesca all’università di Pune, a condurre me e la mia vecchia amica Barbara, una psicoanalista tedesca, in un viaggio piuttosto on the road nell’India sud-occidentale, lungo quello stesso itinerario che ho poi riprodotto nel romanzo: questione – per me essenziale - di scrivere solo quello di cui si sa, specialmente nelle parti per così dire saggistiche. Come è ovvio, nella mia “formazione indiana” hanno inevitabilmente avuto la loro parte prima il Kipling dell’infanzia e il canonico Herman Hesse (in questo, la germanistica da un lato e l’essere stata ragazza negli anni ’70 hanno giocato un ruolo innegabile, anche se per fortuna mi sono salvata dal misticismo New Age che ha poi massacrato la mia generazione, specialmente in America e, una volta davvero in India, mi sono tenuta sempre rigorosamente alla larga dalla tanto celebrata spiritualità indiana in tutte le sue varie declinazioni ed epifanie ad usum di noi occidentali); infine Carl Gustav Jung e tutto l’apparato archetipico con il suo corredo di immagini originarie, che in India viene riproposto a ogni passo.

Il viaggio in India è stato il solo viaggio della mia vita che io abbia veramente preparato, ma non certo perché avessi, prima, l’intenzione di scrivere un “romanzo indiano”: anzi, l’idea non mi aveva nemmeno sfiorato e il romanzo ha cominciato a prendere forma solo molti mesi dopo il mio ritorno dall’India (avevo solo vagamente, dentro di me, l’idea di un personaggio maschile che si sarebbe chiamato Giuliano e che avrebbe rappresentato la questione dell’incapacità di amare.)

No, mi ero preparata come - certo ingenuamente - nella vita, si cerca di prepararsi ai grandi eventi, e i grandi viaggi sono certamente, almeno per me, dei grandissimi eventi; ma non è una questione di distanza geografica: infatti, il Nord Africa, in cui ho trascorso circa tre anni nella seconda metà degli anni ’70, malgrado la sua estrema vicinanza all’Italia, è stato per me vera Verfremdung, reale spaesamento, mentre i vari viaggi negli Stati Uniti non lo sono stati affatto. Perdermi nei tanti Kietz berlinesi è per me ancora avventuroso, anche se il volo dura appena un’ora e mezzo. Insomma - ma è quasi banale riaffermarlo – tutto dipende dalla dimensione personale che ogni viaggio assume, dalla sua intensità come esperienza, e in che misura un viaggio sia non – soltanto – scoperta di luoghi geografici reali, ma anche e soprattutto scoperta di geografie interiori.

 E dunque, nei mesi precedenti il viaggio in India - durato sei settimane, all’inizio del 2008, ma la cui intensità è stata per me paragonabile a un soggiorno molto più lungo, di mesi, o forse persino di anni – avevo accumulato le letture più varie: dai classici Moravia-Pasolini-Manganelli a un bel numero di romanzi indiani (i miei preferiti: Il Dio delle piccole cose, Maximum City, Padrona e qmante, Il cromosoma Calcutta, ma la lista sarebbe ancora lunga); poi un‘infarinatura di storia e di mitologia-religione, e un po’ di antropologia della povertà estrema (da Niente, di A. Salza alle idee di Arjan Appadurai); informazioni sulle caste e sui cosiddetti senza-casta o intoccabili, i Dalit; notizie “militanti” sulle popolazioni autoctone e originarie, i tribali o Adivasi (benevolmente definite a suo tempo dai colonizzatori inglesi criminal tribes by birth), sulle loro drammatiche sorti e sui movimenti di Naxaliti o Naxalbari – i “maoisti” indianiche tentano una loro difesa (P. Pagliani: Naxalbari – India: l’insurrezione nella futura “terza potenza mondiale”); alcuni scritti politici di Arundati Roy e di Vandana Shiva, e quelli economici di Amartya Sen, senza dimenticare gli squarci (allora ancora carichi di quasi smisurato, rampante ottimismo per le sorti della globalizzazione economica e del progresso indiano nella forma dello sviluppo capitalistico avanzato) di giornalisti economici come Rampini su “la Repubblica” e Bill Emmott sul “Corriere”. Qui, citando Pasolini, potrei dire che, se anche io sono sempre stata favorevole al progresso ma sfavorevole allo sviluppo, ancora di più lo sono diventata nel corso del viaggio indiano, e dopo, quando mi sono resa conto di quale bestiale ed esplosiva miscela sia la convivenza di resti di medioevo, come le caste, con le anticipazioni forzate di un capitalismo avanzato: di tutto questo purtroppo il recente crollo del palazzo di Dacca, con i suoi mille morti, ha dato in forma tragicamente plastica la più riuscita delle rappresentazioni.

Questa dunque la mia biblioteca indiana: mi sembrava di essermi attrezzata a dovere, ma solo dopo il viaggio, in realtà, mi sono resa conto di quanto un simile apparato di pre-conoscenze non fosse altro, in sostanza, che un poderoso strumento difensivo e di controllo nei confronti dell’India, e delle emozioni che la vita laggiù temevo avrebbe scatenato in me – come poi è effettivamente avvenuto; e, a dispetto del tanto lavoro preventivo fatto, la prima ammissione, una volta arrivata a destinazione, è stata riconoscere che prepararsi per l’India è di fatto impossibile. Perché l’India ti piomba addosso e ti lascia senza fiato, e sostanzialmente fa paura: la prima reazione so che per molti è non mettere neanche piede fuori dall’albergo, intanto perché si sa che appena lì fuori c’è il gruppo di mendicanti, donne e bambini, che già ti hanno puntato, e aspettano. Sanno benissimo che, se non riprendi il primo volo di ritorno, prima o poi dovrai uscire, e per strada non ti puoi nascondere né puoi scappare; loro ti si attaccheranno al vestito, ti tireranno per la manica fino quasi a strappartela, esporranno malattie della pelle, a partire dalla dilagante lebbra infantile (molta più lebbra in India che in Africa, sosteneva Rita Levi Montalcini) al morbillo ormai endemico (contro il quale l’India non riesce ancora a mettere in atto risolutive campagne di vaccinazione), e deformità di ogni genere, fino a che, solo per liberarsene, si entra nel primo emporio e si comprano generi di primo conforto: latte in polvere, pannolini, banane; a quel punto il sodalizio è stabilito, e si appartiene in esclusiva a quel gruppo. Ogni mattina saranno lì fuori ad aspettare, si getteranno a terra con il gesto di baciarti i piedi, ti seguiranno in fila, pazienti e sorridenti, fino all’emporio, i bambini ti guarderanno fisso senza osare chiedere quello che desiderano di più, le patatine, ma già al secondo giorno tanto lo sai da te. Anche agli occhi di un distratto viaggiatore occidentale appare immediatamente chiaro che dalle strade delle grandi città indiane, così come dalle campagne riarse, sembra proprio che il tanto decantato miracolo economico neoliberista sia lontano, lontanissimo, o forse del tutto assente e inesistente. Al tempo stesso, ognuno di loro è una persona, di cui magari dopo si scopre la storia: ad esempio, le storie di vere e proprie deportazione di massa dei contadini, per far posto a insediamenti industriali o persino turistici, e così milioni di persone piombano nelle periferie delle grandi città, e si accampano sui marciapiedi, in attesa di poter entrare nello slum, che però è già una comunità organizzata benché misera, e comunque un punto di arrivo. Come infatti sostiene Arjan Appadurai, antropologo sociale alla New York University (con altri studiosi dello stesso orientamento riuniti intono alla rivista on line “Salon” e al relativo blog), autore di Cosmopolitismo dal basso: lezioni di etica dagli slums di Mumbay, questi luoghi rappresentano centri di aggregazione sociale dove i più poveri del mondo sentono l’urgenza e il desiderio di attuare “politiche della speranza” e una forma detta di deep democracy che sintetizza l’aspirazione al diritto di abitare, a servizi igienici, alla sicurezza dal crimine e dalla polizia. (Vedi lo Speciale di “Legendaria”, India, mappe-mondi, luglio 2012, pp.27-28).

Ma non è solo in città che si fanno scoperte di questo tipo: se si va in campagna, nelle zone interne più colpite dalla siccità, ad esempio dell’Andra Pradesh dove anche io sono stata e dove tutto dipende dal monsone, il che significa che di acqua ce n’è solo quando piove, si possono scoprire le isole verdi delle comunità rurali, spesso comunità di sole donne e bambini, dopo i suicidi di massa a causa dell’indebitamento compiuti dagli uomini negli ultimi anni. Qui si possono toccare e verificare di persona tutti gli insegnamenti di Vandana Shiva: come sia nefasta l’azione delle grandi multinazionali alimentari tipo Monsanto, che modifica geneticamente e brevetta le sementi, e così se ne impadronisce, rivendendole poi ai governi, che a loro volta le rivendono a caro prezzo ai contadini. Nel mio romanzo racconto di una comunità rurale di donne realmente esistente, dove non solo ci si è rimpadronite delle sementi, ma si sono anche riscoperte sementi tradizionali da tempo abbandonate, si è ritornate agli antichi metodi di conservazione in vasi di argilla, e le donne hanno creato una “banca delle sementi” che le scambia e le presta, e sono sementi proprie, migliori e ben più durature di quelle vendute dal governo. A distanza di anni, suonano come veramente profetiche le parole dell’agronomo della comunità, Saatosh che profetizzava, all’inizio del 2008, gravi crisi alimentari anche nelle grandi città occidentali. Questo radicale cambio di orientamento ha portato benessere e vita al villaggio, dove ora ci sono scuole, un ristorante e una stazione radio, essenziale per moltissime campagne sociali o mediche, in un paese dal tasso di analfabetismo altissimo, quasi il 40%. Per inciso, in India un neonato figlio di una madre analfabeta ha il 65% di possibilità di morire entro il primo mese di nascita, e il 49% entro il primo anno di vita. I dati sono dello studio Infant and Child Mortality in India - Level Trends and Determinants, elaborato dall'Indian Council of Medical Research (Icmr, ente del governo). L'indagine mostra invece che una donna istruita - ovvero in possesso di diploma liceale - ha solo il 20% di possibilità che il piccolo muoia entro il primo mese, e appena l'8% entro l'anno. Ma anche la mortalità materna è altissima, ancora 140 ogni 100.000 parti e, del resto, la povertà estrema, la fame e la mortalità infantile restano molto alte: entro il 2015, l'India non riuscirà a raggiungere molti degli "Obiettivi di sviluppo del millennio", fissati dai 191 Stati membri delle Nazioni Unite nel 2000. E’ un segnale giudicato grave dagli analisti perché colpisce una delle più forti economie emergenti; e ricordo che fu per me uno shock leggere sul “Corriere della sera” (8 gennaio 2008) queste parole a firma di Bill Emmott: “Con la Nano (l’utilitaria TATA a 2000 €, N.d.A.) l’India fa un balzo di qualità e diventa superpotenza”: già, una superpotenza con il 40% di analfabeti e più lebbra e fame che nell’Africa sub-sahariana! Sul numero del 20 luglio scorso di Internazionale veniva proposto uno scioccante reportage sulla fame in alcuni Stati dell’India. Ecco alcuni passaggi dell’articolo: “In un’India che progredisce, che ambisce a diventare la quinta potenza mondiale nel 2015 (lasciandosi dietro addirittura l’Inghilterra) e che non vede l’ora di salire sul carro dei potenti, gli indiani muoiono di fame. In India si sta peggio dello Zimbabwe e del Sudan. Un po’ di numeri: In India ci sono 60,8 milioni di bambini rachitici, 53,8 milioni sono sottopeso, 25 milioni deperiti e 8,1 milioni gravemente deperiti. Tutti sotto i cinque anni d’età, ammesso e non concesso che riescano a raggiungerli. (…) Il 70% degli indiani dipende dall’agricoltura e due terzi delle aziende agricole indiane dipendono dai monsoni. Secondo L’Indice Globale della Fame, l’India (in una classifica di 84 paesi) compare al 65esimo posto, addirittura dopo la Corea del Nord”.

Il villaggio descritto nel romanzo non è però un’eccezione: nell’India rurale le donne, per quanto maltrattate, denutrite, stuprate e schiavizzate, sono il vero motore dell’economia delle campagne: questo lo si nota ovunque, ovunque le belle e sorridenti donne indiane, sempre eleganti anche in un villaggio sperduto e polveroso o all’uscita di uno slum, magari con una sari di nylon e i capelli adorni di fiori di plastica, con infiniti monili alle braccia e alle orecchie, portano con andatura leggera e apparente naturalezza il peso del mondo: acqua, carichi di legna, bambini, sacchi di farina. Anche se la loro condizione è difficile ancor prima di nascere: gli aborti selettivi di feti femmine sono milioni, perché il problema della dote è enorme; per questo, spesso, le famiglie più povere cedono le bambine, di frequente ancora pre-pubere, all’uomo adulto disposto a pagare di più, a scopo matrimonio o prostituzione, destinandole così a una vita di soprusi: a giudicare dalla stampa indiana in lingua inglese, la sola cui avessi accesso in India, gli uomini non godono infatti di buona fama: facili alle mani e dediti all’alcol, e sempre protetti dalle madri (è solo da anziane, infatti, che le donne acquisiscono potere, autorità e status, e a quel punto è facile approfittarne). Per non parlare dei moltissimi omicidi “bianchi”, dove le suocere semplicemente eliminano o fanno eliminare le nuore sterili: nel mio romanzo è la storia di Rubina, tratta dalla stampa indiana, che ha tra l’altro un rarissimo lieto fine, con un matrimonio d’amore intercasta; già, perché le caste sono ancora il tessuto che sostiene e compatta la società indiana fin nelle sue fibre più profonde. Un dalit non può calpestare l’ombra di un bramino, o bramano; i dawallaba sono addetti alla consegna dei pasti delle caste più alte fin nei loro uffici: pasti preparati a casa di ciascuno, ovviamente, per essere certi che nessuna mano di persone appartenenti a caste inferiori tocchi il loro cibo; i vakmiri hanno l’esclusiva della pulizia dei cessi domestici (le fognature sono rare) e non possono nemmeno avvicinarsi ai banchi del mercato, ma devono porgere un cestino con dentro il denaro legato a un bastone, e qui verrà deposta la merce acquistata. E così all’infinito, mentre la casta dei bramini – che sono sacerdoti del culto, oltre che esponenti di tutte le professioni liberali – si oppongono violentemente all’abbattimento delle caste e all’applicazione di diritti civili per i dalit, che pure la grande democrazia indiana prevede da lungo tempo. Ma, in India, le contraddizioni sono sempre immense: perché tutto questo convive con la modernità estrema, e c’è chi sostiene (il portavoce della Infosys, gigante informatico indiano, Mohandas Pai) che la prossima rivoluzione informatica avverrà proprio in India, in particolare a Calcutta, dove, accanto a Salt Lake City (IBM, Siemens, Philips), sta già sorgendo Rajarhat, futuro agglomerato avveniristico di centri di ricerca e campus di multinazionali. Ma a chi ama l’India, con tutta la sua meraviglia di infinite cose belle dell’arte e della natura, con le persone e i loro gesti sempre rituali e gentili, con i colori e i suoni, con i suoi quadrati di acqua accanto ai templi multicolore sovrastati da palme, dove si svolge tutta la vita nei suoi gesti quotidiani, a chi ama quel tutto che è l’India, universo globale che contiene, ancora nel presente, la storia umana nella sua totalità e la rappresenta ogni giorno, per quanto si possa sperarlo con tutto l’ottimismo della volontà non sembra, oggi, che questo tipo di sviluppo economico possa anche portare con sé progresso e dignità umani per molte centinaia di milioni di persone che ancora ne sono escluse.

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