Fabrizio Tonello

Dopo l’orgia di sciocchezze lette negli anni scorsi sulla rete come «liberatrice dell’umanità», è una vera boccata d’ossigeno incontrare due libri seri come quelli di Roberto Casati e Howard Rheingold. Entrambi, rifiutando ogni determinismo tecnologico, cercano di mostrare come si possa scegliere tra usi delle tecnologie che distraggono e altri che invece proteggono l’attenzione. In particolare, sottolinea Casati, occorre rivalutare «le potenzialità dei sistemi educativi tradizionali, inerti e low-tech, in un paesaggio sociale in cui la tecnologia, al servizio di colossali catene commerciali di distribuzione, colonizza la vita e conquista facilmente il tesoro dell’attenzione dei discenti».

Sia Casati che Rheingold spiegano che «la tecnologia entra a gamba tesa nelle pratiche e nelle tradizioni», ma come in questo non ci sia niente di intrinsecamente buono o cattivo: per Casati «dipende dalla qualità delle tradizioni e dipende dalla terra promessa». È un peccato che i due autori abbiano scritto i loro libri prima che esplodesse il caso dei sistemi di sorveglianza «totali» creati dal governo degli Stati Uniti approfittando della localizzazione fisica negli Usa di Google, Facebook e Apple: il che avrebbe potuto far loro considerare una dimensione distopica (la società ove tutto è registrato e controllato), come ha fatto Lori Andrews nel suo I Know Who You Are and I Saw What You Did.

Il tema centrale dei due libri è l’attenzione. Rheingold passa in rassegna una quantità di studi sul multitasking, sui nativi digitali, sulle difficoltà di concentrazione che derivano dal bisogno compulsivo di controllare email e messaggi. Ma è ottimista: «è possibile imparare a prestare attenzione» e le tecniche opportune si possono insegnare. Casati sostiene che, come primo passo, la scuola e gli insegnanti non dovrebbero «farsi intimidire dalla normatività automatica» delle tecnologie.

Negli ultimi anni l’Italia è caduta preda di un discorso populista sull’inevitabile «colonizzazione tecnologica dell’istruzione». Primo passo sarebbe quello di rendere la scuola una zona off limits per telefonini e altri gadget elettronici, «uno spazio protetto, in cui lo zapping è vietato per definizione: il che le permetterebbe di non rincorrere il cambiamento tecnologico e, allo stesso tempo, di incubare […] il vero cambiamento, o meglio lo sviluppo morale e intellettuale delle persone».

Il libro di Rheingold (che avrebbe tratto vantaggio dall’avere un titolo meno ingannevole di quello scelto dall’editore italiano) affronta molti altri temi, tra cui quello, sempre presente nella cultura americana, dell’empowerment. In questo la sua ingenuità è a volte sconcertante, come quando afferma che «la partecipazione online – se si sa come fare – può trasformarsi in reale potere»: qui l’autore confonde il cambiamento nei gusti del pubblico, che effettivamente condiziona l’industria culturale, col potere politico o anche solo culturale.

Il libro autopubblicato, il video degli scontri in Turchia girato da un partecipante o l’uso di Facebook da parte dei giovani egiziani, sono esperienze nuove e interessanti, ma in cosa modificano i rapporti di potere nella società? Bertelsmann resterà il più grande editore del mondo, Amazon farà qualche profitto in più offrendo sul proprio sito piattaforme di autopubblicazione e il massimo che possa accadere è che il fortunato autore «scoperto» dalla rete ottenga un lucroso contratto da un grande editore per la sua seconda opera. Sulle speranze tradite dalla «primavera» egiziana è inutile soffermarsi.

I video girati con i telefonini vengono rapidamente integrati dai siti web dei grandi giornali, che hanno un brand riconoscibile e stanno a galla sfruttando il lavoro non pagato di decine o centinaia di aspiranti giornalisti non pagati. L’era dei blog è finita da un pezzo, e quelli che sopravvivono sono diventati a loro volta organizzazioni (come Daily Kos negli Stati Uniti), o sono stati aggregati a siti giornalistici che li usano per moltiplicare i contatti (come fanno «Huffington Post» e «Il Fatto Quotidiano»). Questo può essere gratificante per il singolo autore che si vede pubblicato, e magari controlla ogni ora se ha raccolto più commenti degli altri opinionisti, ma certo non cambia le dinamiche di potere all’interno delle redazioni, né tanto meno quelle fra il sistema dei media e il potere politico.

Roberto Casati
Contro il colonialismo digitale
Istruzioni per continuare a leggere
Laterza, 2013, VI-130 pp.
€ 15,00

Howard Rheingold
Perché la rete ci rende intelligenti
a cura di Stefania Garassini
Cortina, 2013, XIV-416 pp.
€ 28,00

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6 Risposte a Catturati dalla rete

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