Franco La Cecla

La situazione del nostro paese è assai grave. Alla contingenza economica si aggiunge l’attitudine dimissoria del governo attuale e della classe politica nel suo insieme. L’Italia vive una situazione di stallo, di mummificazione dei propri problemi, un girare a vuoto autoreferenziale di quella che dovrebbe essere la classe dirigente.

Se ci si volge intorno al mondo imprenditoriale, come al mondo della stampa, la visione non è molto più consolante. Un’incapacità di salto in avanti, un’impossibilità di analisi e di proposizione di scenari nuovi. In generale il paese sembra bloccato in un alzheimer politico, industriale, sindacale, editoriale, intellettuale, accademico... Un paese vecchio che non si rende conto che la metà dei suoi cittadini non si identifica più con quella che non è capace nemmeno di essere una classe dirigente di una minoranza.

L’Italia non è nuova a questa esperienza. Cinquanta, sessant’anni fa il paese aveva già vissuto il dramma di non dare spazio a una buona metà dei propri abitanti. Il Sud di allora era dovuto emigrare, abbandonando un territorio ricco di potenzialità e di storia. Oggi lo stesso destino investe il paese intero. I migliori se ne sono andati. Allora deve stupire meno che quello che rimane rappresenta ben poco del paese reale.

Oggi come sessant’anni fa, ma anche come ai tempi della resistenza al fascismo dall’estero della parte migliore del mondo italiano, la speranza viene da fuori. Sono i sette milioni di italiani all’estero, ricercatori, intellettuali, imprenditori, lavoratori della conoscenza e della creatività, a rappresentare oggi la parte migliore del paese. Sono i milioni di studenti Erasmus che, rifiutando l’invecchiamento precoce proposto ai giovani che rimangono in Italia, vivono la stessa rabbia di non rappresentanza dei loro coetanei in Turchia, Egitto, Tunisia. Sono loro i giovani italiani su cui costruire il futuro del nostro paese.

Allora non rimane che prendere atto di questa situazione e fondare fin da ora un governo italiano in esilio (Giie). All’estero ci sono italiani con un’esperienza del mondo e del presente introvabili tra i politici italiani, vecchi e nuovi, pidiellini o grillini che siano. Questi sono accomunati da una visione provinciale e fondamentalmente ignorante di come è cambiato e di cosa è il mondo adesso. Le tematiche ambientali, urbane, neoindustriali, informatiche, di nuova diplomazia e nuovi assetti internazionali sono competenza di coloro che stanno fuori dal nostro paese. È tra loro che bisogna cercare i nuovi ministri dell’Agricoltura, dello Sviluppo Economico, del Welfare, della Condizione Femminile, delle Politiche Giovanili, della Cultura, dell’Ambiente, del Turismo.

È tra loro che bisogna cercare esperti in Unione Europea (sono i giovani Erasmus gli unici che credono davvero nell’importanza di una identità europea. Coloro che sono rimasti in Italia hanno avuto l’anima corrotta dal leghismo di destra e di sinistra, di Nord e di Sud, che ha ucciso l’anima internazionale del nostro paese). Infine è tra quelli che stanno fuori che vanno eletti i responsabili del futuro del paese, dal primo ministro al presidente. Rimbocchiamoci le maniche. Formiamo il nuovo Giie, il governo italiano in esilio. L’Italia è già nostra, perché quelli che sono rimasti a casa dormono o tardano a svegliarsi.

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13 Risposte a Manifesto del governo italiano in esilio

  1. Silvia Jop ha detto:

    sono una giovane donna di trent’anni laureata in antropologia. vivo da sempre in Italia e mi occupo di rifugiati politici, di manicomi abbandonati e spesso rincorro – per raccontarle – esperienze culturali che ritengo particolarmente significative.

    sono rientrata ora alla base dopo tre mesi pieni per le strade e le stazioni di questo paese: ho girato per lungo e largo, per dritto e rovescio: da Messina a Milano, passando per Palermo, Catania, Napoli, Roma, Pisa, Venezia, entrando nei luoghi della cultura che negli ultimi due anni sono stati liberati – teatri, cinema e chi più ne ha più ne metta – vivendo per una manciata di giorni assieme alle donne e agli uomini che li stanno rinascendo. rincorrendo questi luoghi che non sono più semplicemente “spazi” grazie alle vite che gli si stanno dipanando all’interno, ho incontrato movimenti territoriali che stanno curando e riproducendo tessuti urbani ormai in decomposizione: lotte locali che, capaci di guardare le une alle altre, si stanno impegnando a costruire un modo nuovo di abitare che nell’assieme trova il proprio principio fondativo. la Sicilia del No Muos, la Venezia del No Grandi Navi, la Val di Susa della lotta alla Tav e via così.

    dopo aver raccolto tanta vita, tanta capacità, tante competenze, tante officine culturali e politiche attive e in fermento, rientro alla base e mi trovo sotto gli occhi questo articolo di La Cecla e mi trovo fortemente perplessa. di cosa parla? a chi parla? da dove parla?
    la sensazione che mi comunica è che sia partecipe di una retorica figlia dello stesso sistema in decomposizione che – giustamente – addita e critica.
    il gioco al “dentro e fuori”, la prospettiva di un confine e di un conseguente confinamento che si produce in chi sta di qua e chi sta di là, trovo sia di una sterilità pericolosa.
    e la prospettiva di chi ha scritto questo articolo ne è un esempio a mio avviso calzante.
    percependosi “al di là” – per legittima sopravvivenza – non ha alcuna visione di prospettiva di quel che accade “al di qua”. vede solo i tratti evidenti. dei quali però, perdonatemi, abbiamo parlato e parliamo ormai da almeno un decennio. e ora basta, no? nel senso: il collasso c’è, ma c’è anche dell’altro. vogliamo parlare di questo?
    il paese che ho incontrato in questi tre mesi non rientra minimamente in questa rappresentazione capricciosa di un Italia fatta solo delle ingiustizie – che leggo e giudico in assonanza con l’autore dello scritto in questione – che la classe dirigente di questo paese ha perpetuato sul proprio corpo negli ultimi vent’anni.
    voglio dire: il grado di svilimento, cecità, colpevolezza di una fetta consistente di questa Italia è evidente: il collasso in cui versa oggi la nostra penisola ha dei padri – molto più che delle madri – e su questo non ci piove. ma se continuiamo a passare il nostro tempo a “chiamarci fuori” denunciando l’invivibilità di un luogo, oltretutto guardandolo da lontano, sicuramente non faremo molto.

    vivere oggi in Italia è difficile, è vero. in molti casi l’inaccessibilità delle risorse e l’impossibilità di produrre cose diverse in modo differente portano ad un senso di frustrazione tale da spingerci a fare i bagagli e andare. e va bene così. è un atto legittimo, spesso necessario. ma non bisogna mai perdere la capacità di vedere oltre le rappresentazioni che le retoriche veicolano. altrimenti ci perdiamo: perdiamo tutti tutto.

    paradossalmente, ad oggi, nello spazio incolmabile dello scollamento tra chi abita questo paese e chi lo governa, stanno mettendo radici nuove forme di socialità e autogoverno.

    vi suggerisco di preparare uno zainetto e andare a farvi un bel viaggio per un paese che si chiama Italia e che con la retorica non ha nulla a che vedere.

    • roberto ha detto:

      la cecla parla a nome del governo in esilio, sta all’estero, si è ritirato e si gode il suo esodo pontificando su un paese che non conosce. fa quello che in fondo hanno fatto tutti i timidi illuminati, i moderati di buon senso, i cacciatori di dottrina senza analisi né conoscenza sociale, economica, concreta del paese su cui pontificano hanno fatto per lungo tempo sull’italia. il loro sguardo pè quello esotico dei viaggiatori illuministi o romantici nel bel paese, le rovine, i ruderi, l’antica civiltà passata. con una differenza:che paese rimpiangono? quello degli anni Ottanta, la milano da bere di craxi e berlusconi? quello degli anni novanta dove sindacati e confindustria, il governo amato e il centrosinistra di prodi hanno imposto le leggi sulla precarietà, le riforme della scuola e dell’università, le politiche del rigore e del taglio del costo del lavoro. Oppure ancora parlano del paese del “made in italy”, pizza spaghetti e mandolino dove tutti sorridevano? governo in esilio sei una cosina simpatica, elabora la tua finanziaria, formula i tuoi comandamenti, e giocareli a sulla roulette all’ora del thè. scrivici pure le tue simpatiche poesiole. se poi vorrai farti un giro nel paese su cui pontifichi, cerca di non leggere i giornali mainstream, spegni le televisioni, rinuncia alle retoriche che riproduci e amplifichi. mettiti alla ricerca. non sarà difficile trovare un altro paese, persone e vite che nemmeno immagini. perché non leggi, non ascoltim, non sai niente. sei proprio come chi governa questo paese. sei in esilio? restaci.

    • franco la cecla ha detto:

      in realtà io sto in italia e ci lavoro…

  2. Mattia Toaldo ha detto:

    caro Franco,
    ci è piaciuto molto il tuo articolo e l’idea, qui a Londra, ce l’abbiamo già avuta. Ad aprile abbiamo creato la pagina del Governo italiano in esilio su facebook https://www.facebook.com/Governoitalianoinesilio?ref=hl
    Che te ne pare? Ovviamente è poco quello che possiamo fare nel nostro (poco) tempo libero, ma ogni contributo sarebbe molto ben accetto..

  3. Mattia ha detto:

    Forse se siamo in queste condizioni è anche perchè continuiamo a stare ad aspettare che qualcuno ci salvi. È sempre colpa di qualcun altro, da chi parcheggia la macchina in doppia fila alla mafia. Continuiamo imperterrito a non interrogarci sinceramente sullo stato delle cose, ma se lo facessimo non potremmo dirci altro se non che siamo noi. Noi che restiamo senza fare nulla, noi che scappiamo perchè tanto qui non ti lasciano fare niente. Noi italiani tutti, che rimaniamo tali e con gli stessi difetti anche all’estero. Provinciali, assuefatti a tutto ciò che non va al punto di considerarlo quasi immanente, immutabile. Pertanto, anche questo agognato governo all’estero non potrebbe fare nulla perchè chi lo componesse altro non sarebbe se non qualcuno che abbia deciso di manifestare in maniera diversa (perchè ha voluto o perchè ha dovuto) gli stessi vizi nazionali. Guardiamo invece dentro al paese, agli eroi che ogni giorno continuano a provarci da qui. Ci sono, e sono tanti, pur essendo forse ancor più bistrattati degli altri.
    Ma invece di andare a cercare l’ennesima ricetta facile, prestiamo loro un po’ più d’attenzione perchè è nelle loro forze e nella loro determinazione nonostante tutto che si trova l’unica possibile soluzione

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