Paolo Fabbri

In politica le metafore fanno il lavoro notturno e si vogliono tutte vere. «Peones» e «pontieri», per esempio, sono le figure esatte del movimentato firmamento grillino. Ma il termine più adatto è Traghettatore. Ruolo obbligato quando i governi sono a mezzo servizio, frutto di nozze combinate e di convenienza tra partiti allergici nei valori ma in unione di fattaccio.

Non servono le allegorie militari: armistizio, fine di guerre civili, pacificazioni tra «pezzi di società» o «tribù sociali». Il governo in corso richiama piuttosto i separati in casa, l’unione tra anziani e badanti o le nozze gay con suoceri invadenti. Sono i linguaggi naturalistici e neodarwiniani che ci forniscono le appropriate metafore biologiche. Le campagne elettorali hanno rivelato malformazioni politiche congenite – il grillino – e condotto a un ibrido governativo.

Senza contare i nati morti, i gemelli evanescenti – esseri «papiracei» come Fini, Casini, Monti –, le elezioni hanno prodotto all’interno dei partiti coppie siamesi o altri tipi di chimere, con impronte digitali ideo-compatibili (PD-L). Una progenie interspecifica tra partiti estranei e correnti interne, che riesce solo nella fertilità coatta della cattività o nella fecondazione in vitro. Un inciucio cellulare tra corredi cromosomici che si proclamavano diversi e sono felicemente degeneri. Come i muli e i bardotti, il beefalo (vacca e bufalo), lo zebrallo (zebra e cavallo), il leopone (leopardo e leone), il came (cavallo e cammello) e soprattutto il cognuomo (ottenuto nel 1983 con cellule umane e ovuli di coniglio). Tutti ben portanti, ben oltre la modesta Fattoria degli animali di Orwell.

Difficile quindi definire il cosiddetto «non-self» in questo brodo primordiale senza discriminature assiologiche; più difficile ancora anticipare le infiammazioni, i rischi di trombature e i possibili rigetti, che sono attualmente cronici ma potenzialmente iperacuti.

Meno male che il Traghettatore c’è. Lui si crede necessario: senza passatisti e progressisti tocca infatti ai passatori, cortesi o suscettibili che siano. Come tenere sullo stesso Lettino guelfi e ghibellini dell’insegnamento, gli estremisti del pubblico impiego e chi chiama autonomi gli evasori del privato? I frugalisti e i consumasti? I no-questo e i no-quello? Mentre i governi ponte fanno decreti ponte, il Traghettatore flessibile deve inventarsi tamponi e ammortizzatori nelle strettoie della politica. Turare nasi e orecchie, mettere guanti e sordine, allenare i muscoli del sorriso.

Questo Caronte di anime erranti nelle nebbie e tra le correnti deve farla da semiconduttore: intermedio tra il conduttore televisivo e l’isolante economico, fa passare uno e intercetta altri. Deve rendere sostenibili le reazioni di rigetto – i vari Occupy – aumentando gli immunodepressori. Deve diminuire gli anticorpi e livellare le antimenti e anticoscienze. Inventando formule strabilianti come: «i correntisti da caminetto portano allo sconfittismo»! Senza avere altro potere se non quello del portavoce e/o del portasilenzio.

E senza andare in piazza col sindacato, per non turbare il (PD)L. Perché accetta il Traghettatore? Perché la funzione del partito è comunque l’office seeking? Per la carenza di impieghi sindacalmente garantiti? Perché i suoi percorsi sono brevi e gli basta mantenersi alla superficie dei problemi? In realtà il travet del traghetto lavora duro, almeno quanto l’arrampicatore su vetro. Rischia il disturbo bipolare, ma ha la garanzia dell’approdo perché l’arte di arrangiarsi è nel Dna della nostra politica.

Il trasformismo ricombinante è un chimerismo congenito e i governi italiani sono da sempre ermafroditi potenziali. Allora, serve davvero il Traghettatore? Chissà! Nella nostra politica nessuno è mai morto di contraddizione.

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6 Risposte a Il Traghettatore

  1. Carlo A Borghi ha detto:

    Bravo Fabbri!

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