Maurizio Ferraris

Un giudizio analitico, secondo Kant, è quello il cui predicato è incluso nel soggetto. Ad esempio, «nessuno scapolo è sposato», oppure «ogni corpo è esteso» (non «ogni corpo è pesante», perché potrebbero esserci dei corpi non pesanti). In Italia e in Francia, «ogni intellettuale è di sinistra» è un giudizio analitico: non ci sono intellettuali che non siano di sinistra, tranne tipi come quello che, mi è capitato di leggere, «vestito di tutto punto, si spara un colpo al cuore sull’altare di Notre-Dame» (come se uno potesse entrare a Notre-Dame in mutande).

In Inghilterra e in parte in Germania, ad esempio, non è così: «X è un intellettuale di sinistra» è un giudizio sintetico, porta con sé un’informazione che non è compresa nel soggetto, perché in effetti possono esserci intellettuali di destra, nelle varianti rivoluzionarie, tradizionaliste, liberal-conservatrici ecc.

Questa differenza ha conseguenze rilevanti. Qualche esempio per restare sul concreto.
1. Nietzsche, Heidegger, Schmitt e Jünger, autori totalmente e apertamente di destra, diventano di sinistra appena attraversano la frontiera italiana o francese. 2. Il ritorno del culto dell’eroe e di un certo futurismo (lo schiaffo, la guerra come igiene del mondo…).
3. La passione per il mito, il fastidio per la ragione, l’odio o almeno la diffidenza per la scienza. 4. L’identificazione fatale tra «emancipazione» (che può anche essere del tutto individuale) e «rivoluzione» (necessariamente collettiva), per cui viene meno la differenza tra Robespierre e Sade.

Quando, «per la contraddizion che nol consente», diventa troppo difficile continuare a dichiararsi di sinistra, si dice che la ragione è uno strumento di dominio e di violenza e – soprattutto, venendo al dunque – che la sinistra è conservatrice. Doppio salto mortale. L’eroe sfida il sentire comune e assume il rischio dell’isolamento. E per amore della verità dice cose di destra, con la clausola che è tanto più di sinistra quanto più è di destra poiché la sinistra è conformista. Tutto questo sembra perfettamente in linea con l’etica dell’eroismo: non è proprio come spararsi a Notre-Dame, ma ci si avvicina, visto che, almeno in teoria, è mettersi contro la propria casta in nome dei propri principi.

Vorrei rassicurare l’eroe: il rischio è puramente teorico, perché la caratteristica fondamentale dell’Italia è di essere un paese di destra. Ci si stupisce sempre, ma è così. Il senso della collettività è largamente superato dall’individualismo e dal familismo amorale. Quando il Pci è stato al suo massimo, non rappresentava che un terzo degli elettori. Dall’Unità a oggi il prevalere di governi di destra non ha paragone, non dico con la Francia e l’Inghilterra, ma con la Germania e la Spagna.

E per i più (intellettuali e non) dichiararsi di sinistra, o almeno non dichiararsi di destra, è stato l’equivalente di dichiararsi cattolici in tanti altri secoli. Più o meno con la stessa convinzione e motivazione di Guicciardini: «El grado che ho avuto con più pontefici m’ha necessitato a amare per el particulare mio la grandezza loro; e se non fussi questo rispetto, arei amato Martin Luther quanto me medesimo».

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11 Risposte a L’eroe di sinistra

  1. Simone Regazzoni ha detto:

    Ma perché si è fissato con l'”eroe” e “l’etica dell’eroismo”? Di chi o che cosa sta parlando? Di Lacan? Di Badiou?

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