Vincenzo Barca

Desta stupore, ogni volta che ci si avvicina alle isole di Capo Verde, la quantità e la qualità di esperienze che vi hanno preso vita. Qualunque sia l’approccio disciplinare con cui ci si affaccia su quest’arcipelago, difficile persino da localizzare sulle carte geografiche e con una popolazione residente che non supera quella di una media città italiana, si rimane di stucco come dinanzi alla vivacità di un laboratorio di incredibile dinamismo. Alla pattuglia di studiosi e viaggiatori italiani, che si sono avvicinati alle isole per i motivi più vari (primo fra tutti Alberto Sobrero, il cui Hora de bai ha aperto le piste ai curiosi) si aggiunge ora Marco Boccitto: che esplora Capo Verde seguendo la pista della sua musica. Quella peraltro che l’ha resa famosa nel mondo.

La prima parte del libro situa le isole nel loro contesto storico, geografico e politico: tante le specificità dell’arcipelago, dal crogiolo antropologico (una colonia di popolamento dove l’elemento bianco, minoritario, s’è da subito mescolato con i neri provenienti dalla costa d’Africa), alla lingua (un creolo cui oggi viene riconosciuta dignità pari a quella del portoghese ufficiale) sino alla collocazione geografica, che ne ha fatto per secoli uno snodo delle tratte di schiavi (tra Africa, Portogallo e Americhe), e poi uno degli scali atlantici più frequentati per il rifornimento del carbone.

Gettati su questi scogli inospitali, i capoverdiani hanno sempre visto il mare come ostile, sviluppando un nucleo di identità legato alla terra, il carattere cosiddetto «badiu», scontroso e ribelle, da sempre contrapposto alla vocazione più aperta e «affabile» della Capo Verde portuale e cosmopolita. L’altro tratto interessante è quello che vede gli eventi chiave, per i destini delle isole, svolgersi quasi sempre «altrove». A cominciare dalla guerra per l’indipendenza dal Portogallo: i dirigenti della rivoluzione si muovono tra Algeri e Conakry, dove verrà assassinato Amílcar Cabral.

La musica, però. L’associazione che non tarda a scattare è quella con il nome di Cesária Évora che, lanciata internazionalmente con l’album Miss Perfumado (1992) «ha messo Capo Verde sulla carta geografica» e reso familiari generi tipicamente capoverdiani come la morna e la coladera. Sulla morna – ci dice Boccitto – già è un bel garbuglio quello etimologico, per non parlare della filiazione musicale. Qui è tutto un fiorire di itinerari di ritmi (il lundum angolano, la modinha brasiliana, il fado e, ancora più indietro, mazurche e contredanças ottocentesche) che vanno avanti e indietro per il mare rimescolandosi di continuo e allo stesso tempo adattandosi al gusto locale. Il libro diventa così una piccola enciclopedia della musica capoverdiana, coi suoi protagonisti nell’arcipelago e in giro per il mondo, da Dakar a Lisbona, Parigi, Londra, Boston e ovunque l’emigrazione abbia portato i capoverdiani, perpetuando ogni ibridazione, dalle più commerciali alle più sofisticate.

Arrivando al presente, due gli esempi che fa piacere ricordare. Uno è quello di Vasco Martins, «il più duttile e obliquo» dei contemporanei, che sperimenta l’innesto di sonorità sintetiche sulla musica da camera, tenendo sempre presente la tradizione musicale dell’arcipelago. L’altro è Mário Lúcio Sousa, fondatore dello storico gruppo Simentera e attuale ministro della Cultura. Il suo credo, che la musica possa farsi sviluppo, ha portato all’apertura di una rete di teatri e di sale da concerto e alla creazione dell’«Atlantic Music Expo Cabo Verde», che si è tenuto a Praia nello scorso aprile con lo scopo di iscrivere Capo Verde nel circuito mondiale della musica.

Marco Boccitto
Capo Verde un luogo a parte
Storie e musiche migranti di un arcipelago africano

Exòrma, 2013, pp.192
€ 14,50

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Una Risposta a Capo Verde, un luogo a parte

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