Giuseppe Gatti

Come sarebbe stato il passato se il futuro fosse accaduto prima? È lo slogan dello steampunk, una pratica culturale che introduce anacronistiche tecnologie a vapore nell’immaginario vittoriano. Da questa suggestione Jussi Parikka inaugura la sua ricognizione nel mondo dell’Archeologia dei Media, un campo teorico-metodologico per lo studio critico dei media, e non solo.

È possibile «pensare media archeologicamente»? Per farlo bisogna armarsi di una forte base teoretica, un philum che secondo Parikka va dai grandi teorici della modernità all’Archeologia del sapere di Foucault sino alla New Film History e alla teoria dei media tedesca, in particolare Zielinksi, Ernst e Kittler.

A quest’ultimo Parikka assegna un ruolo rilevante per aver inserito e ridefinito le teorie lacaniane del soggetto nel campo dei media studies. Promuovendo l’identità fra apparato psichico e tecnologico, l’hardware theory di Kittler è una genealogia dei media e dei suoi effetti sull’uomo in termini di pensiero, memoria e percezioni.

Ma la Stele di Rosetta dell’archeologo dei media non è fatta di basalto, bensì di algoritmi e protocolli storicamente situati. Modernità, cinema e narrazioni ucroniche sono i suoi campi d’indagine. Dagli studi visuali di Friedberg e Crary, alla nuova spettatorialità di Mulvey ed Elsaesser, sino alle teorie contro «l’egemonia del nuovo» di Zielinski e Huhtamo, per Parikka le narrazioni alternative del passato pre-informatico stanno contribuendo a ridefinire l’immaginario «psicotecnologico» attuale. L’Archeologia dei Media promuove quindi una visione del tempo non-lineare e stratificata.

Si occupa anche di «media immaginari», costringendo l’utente/studioso a ridefinire creativamente il rapporto tra fantasmatico e reale, nuovo e obsoleto. In questo senso, la teoria si converte in pratica artistica, politica o, per dirla con Guattari, «ecosofica». Per Parikka, questa «temporalità pieghettata» è legata a nuove forme di relazioni sociali, gestione del corpo e della percezione; una forma di resistenza al paradigma del presente dilatato nell’epoca del capitalismo cognitivo.

È poi particolarmente efficace la parte sulle teorie di Erst, Cubitt e Chun in relazione all’archivio. Punto di snodo fra storia dei media e pratiche di circuit bending (riuso e mashup di media obsoleti), l’archivio si trasforma in macchina del tempo: a cosa servirà un database ben conservato, se non riusciremo ad avviarlo per incompatibilità algoritmica?

Una risposta provvisoria, secondo Parikka, è l’esempio del Fondo Media-Archeologico dell’Università di Humboldt a Berlino: un laboratorio di «giochi media-epistemologici» dove l’interazione fra old/new media e visitatori è parte integrante del lavoro archivistico. Radicalizzando il pensiero foucaultiano, l’archeologo dei media non interviene negli spazi istituzionali, bensì nei protocolli materiali e temporalmente stratificati dei media, luoghi privilegiati per la circolazione del potere.

What is Media Archaeology? è un ottimo testo di partenza per avvicinarsi a questo campo di ricerca. Sebbene Parikka valorizzi l’approccio post-umano e materialista della german media theory opponendolo ad una tendenza all’essenzialismo dello schermo e del soggetto, egli non cade nel trabocchetto di contrapporre una scuola a un’altra. La Media Archaeology apre quindi le porte ai nuovi studi culturali, all’arte e alle scienze, per addentrarsi nel «lato oscuro della cultura digitale»: realtà nebulosa quanto affascinante.

Jussi Parikka
What is Media Archaeology?
Polity Press (2012), 200 pp.

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