Andrea Fumagalli

Dall’inizio dell’anno sono aumentate le dichiarazioni sulla necessità di allentare le misure di austerity (non di abolirle, si badi bene). A novembre 2012, il capo economista del FMI, Olivier Blanchard ha ammesso che gli effetti recessivi delle politiche di rientro dal debito in alcuni paesi europei sono stati sottostimati.

I primi dati del 2013 hanno confermato che anche la Francia (dopo Portogallo Irlanda, Italia, Grecia e Spagna, ovvero i Pigs) è ufficialmente entrata in recessione dopo il secondo segno negativo consecutivo negli ultimi due trimestri. Ma neanche la Germania se la passa meglio. Il 5 maggio 2013 l’Olanda ha annunciato che rinunzierà al programma di austerità che doveva ridurre il deficit per uno 0,8% del Pil. Pochi giorni prima (25 aprile) il commissario europeo agli Affari Economici Olli Rehn ha affermato che “il rallentamento del consolidamento (riduzione del deficit e debito pubblico, ndr.) è possibile”.

In parole più chiare, le politiche d'austerity possono quindi essere allentate. Sul piano accademico, il fondamento teorico delle validità delle politiche di austerità (che si basava sul lavoro di due insigni economisti di Harvard, Carmen Reinhart and Kenneth Rogoff, in cui si mostra che un rapporto debito/PIL superiore al 90% porta a una fase di recessione) è stato fragorosamente invalidato da economisti dell’Università del Massachusetts (non Harvard) che hanno ravvisato un errore di calcolo nel procedimento di stima e la cui correzione ha portato a risultati opposti (il cd. excelgate che tanto dibattito ha scatenato negli Stati Uniti, ma che è stato occultato del tutto dai media italiani: al riguardo, aspettiamo con ansia un editoriale di Giavazzi e Alesina sul Corriere della Sera).

Insomma, ci sono tutti gli ingredienti per procedere ad un cambio di passo nella governance economico-finanziaria dell’Europa. Stiamo dunque entrando in una nuova fase? Possiamo dire che siamo in una fase di transizione, che probabilmente avrà termine nel prossimo settembre, all’indomani delle elezione tedesche, almeno per quanto riguarda l’Europa.

Da un lato, la stretta creditizia continua a operare sull’economia reale, in modo dipendente dalle dinamiche che si determinano nei mercati finanziari, oggi il centro del processo (instabile) di valorizzazione. Dall’altro, guardando oltre l’Europa, la creazione di liquidità sui mercato asiatici, grazie alla svolta operata dal nuovo governo giapponese (la cd. Abeconomics), subito seguita dalla Korea del Sud e gioco forza dalla Federal Reserve USA, se, per certi aspetti, come nel caso dell’economia giapponese ha spinto la crescita del Pil, tuttavia può creare instabilità nella finanza speculativa (come l’andamento delle borse mondiali in questo periodo testimonia).

All’instabilità finanziaria si aggiunge inoltre l’instabilità sul mercato delle valute, con la possibilità di creare nuovi ambiti di speculazione sul debito estero. A fronte di tale situazione, la Federal Reserve sembra oggi preferire una politica di maggior cautela, con dichiarazioni di riduzione di creazione di liquidità tramite l’acquisto dei titoli di Stato. Ritorna così in auge una politica monetarista?

È presto per dirlo soprattutto se la minor espansione monetaria in Usa è accompagnata dall’allentamento delle politiche di austerity in Europa. Certo è che se negli anni ’70 il trade-off era rappresentato dal nesso disoccupazione – inflazione, oggi sembra essere rappresentato dal nesso crescita economica – instabilità finanziaria con il rischio di scoppio di qualche bolla speculativa (e tutti gli effetti domino che ne derivano).

Difficile dire che la nuova fase sarà comunque caratterizzata da una crescita economica.
Da un lato, perché la gestione di una crisi diventata “norma” è uno degli strumenti più potenti dell’attuale governance sociale e politica, dall’altro perché non sono attualmente presenti condizioni per una stabilità geopolitica e geoeconomica a livello mondiale (che permetterebbe di poter controllare una nuova fase di accumulazione capitalistica) in grado di calmierare gli appetiti speculativi del gotha della finanza.

Siamo così di fronte a nuove problematiche, che rimandano a vecchi nodi:
a) Si riuscirà a costituire quello spazio di idee a livello europeo in grado di avviare un processo costituente non dell’Europa ma piuttosto delle forze politiche anti-austerity, in grado di incidere sulla modulazione della nuova fase che si sta aprendo?
b) Si riuscirà a costituire uno spazio comune di movimento a livello europeo in grado di incidere e modificare gli attuali rapporti di forza, soprattutto in una situazione sociale che sta vivendo il sesto anno di crisi?

Il nuovo scenario che si apre è all’insegna del conflitto tra due poteri costituenti. Quello (antico) della governance finanziaria e monetaria, comunque costretta a modificare, parzialmente ma significativamente, la rotta dell’austerità ottusamente perseguita sino a oggi. E quello sociale e del comune, stretto tra la necessità di aprire interlocuzioni con quella parte della rappresentanza istituzionale più sensibile ad accogliere cambiamenti di rotta (ma non ancora in grado di tramutarsi in egemonia politica) e il mantenimento di istanze di movimento, oggi sempre più messe in difficoltà dal cappio della crisi e incapaci di tramutarsi in egemonia culturale.

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11 Risposte a Siamo di fronte a un cambio di fase?

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