Fabio Pedone

In un romanzo incentrato sulle eredità nascoste che passano di padre in figlio e sulla memoria, la metafora cardinale è proprio il suo più esatto contrappasso, l’amnesia: quella indotta da intossicazioni di psicofarmaci nel giovane protagonista che si è lasciato alle spalle un paese assurdo per autoesiliarsi in Germania, e quella (più che una bislacca distrazione) che assedia il suo anziano padre. Come in un ingrandimento fotografico un volto in una vecchia immagine di giornale si dissolve in una miriade di punti, così qui l’argentino Patricio Pron, uno dei nuovi scrittori più interessanti di lingua spagnola, sparge con ingannevole asciuttezza una serie di elementi frammentari che concorrono a formare, da una storia individuale, il quadro più ampio della sofferenza di una generazione e del limbo in cui un’altra ancora si agita.

Un figlio affonda le mani in una cartella di documenti raccolti dal padre giornalista riguardanti l’assassinio di uno «sciocco faulkneriano», Alberto José Burdisso, nella piccola città di El Trébol. Indagando su di lui, il padre intendeva in realtà rimontare al momento della scomparsa della sorella di Burdisso, Alicia, sua amica e compagna di militanza inghiottita dalla violenza della dittatura militare nel 1977, a 25 anni. Per quel figlio che sta cercando di snebbiarsi dall’oblio della propria dissipazione sarà l’occasione per riappropriarsi di una memoria che si era voluta annullare, e per scoprire davvero chi era suo padre, attivista politico di una formazione peronista che aveva creduto in una missione di lotta. Missione e lascito che sono tuttora «quelli della trasformazione sociale e della volontà», ma infine si rivelano «inadatti nei tempi in cui ci toccò crescere, tempi di superbia e di frivolezza e di sconfitta».

La missione del giovane diventa allora unire il ricordo al racconto, la volontà di sapere al coraggio di guardare in faccia il terrore, passando dal tacere allo scrivere, cercando le vie per raccontare quel che è accaduto ai genitori quando sono stati loro stessi a non essere capaci di farlo. I materiali ritrovati nel cassetto paterno possono essere il canovaccio per scrivere quel romanzo sui desaparecidos che il genitore non aveva mai avuto la forza di cominciare. Il riflesso psichico collettivo dell’indagine paterna sugli scomparsi genera sogni inquieti che affollano la mente di un protagonista in preda alla febbre, dubbioso rappresentante di una generazione il cui solo scopo sembra essere quello di arrivare a sapere chi fossero davvero i propri padri.

Tutti i nati alla metà degli anni Settanta in Argentina (Pron è nato nel 1975) sono infatti «il premio di consolazione che i loro genitori si concessero per non essere stati capaci di fare la rivoluzione». E la missione di questi giovani uomini sarà conoscere padri che non si possono uccidere perché forse sono già morti, ripetendo quello stesso cammino che li ha travolti nel terrore di una storia che non può essere taciuta. Ma il dialogo con il padre può cominciare solo quando ormai non pare più possibile, in un letto di ospedale, e per tramiti indiretti, grazie ai segnali che consentiranno al figlio non di ascoltare il racconto da una viva voce ma insieme di scoprirlo e di riscriverlo, da sé e in sé; tentando di riparare con la parola ferite che non si possono riparare.

Patricio Pron
Lo spirito dei miei padri si innalza nella pioggia
traduzione di Roberta Bovaia
Guanda, 2013, pp. 197

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