Peter Kammerer*

Nei tempi di cambiamenti epocali emergono delle strane apparizioni che si concentrano in ultimo nell'epifania di un “uomo nuovo”. Così gli anni che seguono la rivoluzione d'ottobre, periodo di guerra civile, di crudeltà inaudite e di sconvolgimenti sociali mai visti prima, avrebbero dovuto far nascere l'uomo comunista, un uomo d'acciaio che avrebbe aperto all'umanità la strada verso una storia del tutto nuova.

La rivoluzione d'ottobre, con la forza materiale di un grande mito, ha mosso ovunque nel mondo milioni e milioni di persone, ha scatenato odio e speranza, prima che un grande oblio, un buco nero anch'esso di dimensioni finora sconosciute, ingoiasse nel giro di pochi anni un mito non più retto da nessuna base materiale. “Il grande ottobre della classe operaia”, scrive Heiner Müller, “un temporale d'estate all`ombra della Banca Mondiale/ una danza di moscerini sulle tombe dei tartari”. Da dimenticare. Dopo il lavaggio di cervello del 1989, la memoria dei vivi si è svuotata. Solo i morti ricordano questa storia. Sono loro che la devono raccontare. E questo vale per tutti i grandi sogni dell'umanità rimasti sepolti con i loro protagonisti sotto le macerie. Ecco la funzione del teatro nella concezione di Heiner Müller: un luogo di dialogo tra vivi e morti.

Zement di Heiner Müller, pezzo teatrale scritto nei primi anni `70 e tratto dal romanzo omonimo di Fyodor Gladkov (1883-1958) uscito nel lontano 1925, oggi è fuori luogo e fuori tempo. Chi vuole interessarsi ancora del travaglio e del parto di una società nuova considerata ormai stramorta? Un anacronismo. Ma da Müller sappiamo che è l'anacronismo a fornire la base indispensabile di ogni tragedia. Dalle stratificazioni del tempo e della storia nasce la crepatura che spacca l'Amleto protagonista della tragedia moderna. Le certezze della rivoluzione richiedono sacrifici umani e la morte del nemico, ma le certezze si sgretolano e la rivoluzione divorerà i propri figli. Il soldato dell'Armata Rossa torna dal fango della guerra civile.

La sua città è diventata un villaggio, la fabbrica di cemento un pascolo di capre, i bambini muoiono di fame. Le donne che avevano pianto alla partenza dei mariti nella guerra non piangono né gioiscono al loro ritorno. Sono impegnate a organizzarsi nei Comitati rivoluzionari per procurare del cibo, per garantire la sopravvivenza. Combattono una lotta contro la fame, contro la violenta repressione bianca e infine contro gli stessi compagni incapaci di rivoluzionare anche il rapporto tra i sessi. Ulisse che ritorna trova una Penelope cambiata, una donna nuova, libera, parte decisiva dell`”uomo nuovo”.

Non è l'unico riferimento al mito greco, né il suo unico rovesciamento. Prometeo, che ha portato agli uomini il fuoco “senza spiegare come applicarlo contro gli dei”, abituatosi alle sue catene e all'aquila torturatrice, “unica compagna in migliaia di anni”, non vuole essere liberato. Ma il nodo centrale dell'intreccio di miti antichi e moderni è costituito dalla lotta di Eracle contro l'Idra, il mostro le cui teste si moltiplicano ogni volta che ne cade una: un capitalismo che si rinnova e cresce a ogni crisi. Chi lotta contro il mostro (Eracle, il proletariato) deve rendersi conto - impresa estremamente difficile - di vivere in una simbiosi difficile (impossibile?) da sciogliere con e dentro al mostro. Ucciderlo significa uccidere la propria dimora, la sfera vitale del tipo di uomo che siamo. Produrre un altro uomo? Sulla scena di Zement giace una pietra, il masso che Sisifo è costretto a spingere verso la cima di un monte. Rotolerà sempre in basso appena avvicinata la meta. È questo non solo il lavoro della rivoluzione, ma anche il suo esito?

Lo spettacolo è in scena al Residenztheater di München, con la regia di Mitko Gotscheff al quale, nel lontano 1983, Müller aveva scritto: “La tua messa in scena del Filottete a Sofia mi ha fatto vedere il dramma con nuovi occhi”. La rappresentazione di Müller richiede una drammaturgia “altra”. Tutta da inventare. Come rendere densità e peso della lingua, come innestare i miti antichi su quelli moderni, come smuovere blocchi pesanti di testo “senza la ghiaia” (Helene Weigel aveva così criticato Müller: “manca la ghiaia”) e infine, come restituire al teatro quella ghiaia molecolare che è il silenzio, “quello del teatro, fondamento della sua lingua”?

Gotscheff fa nascere ogni parola dallo spazio (creato da Ezio Toffolutti), dà colore a ogni sillaba, impone un ritmo e gesti che agganciano lo spettatore al testo, al suo significato. I testi più pesanti - l'orrore di ogni pubblico “normale” - materia di dibattiti infiniti, nella bocca di Valery Tscheplanowa diventano leggeri come fiocchi di neve. Certo, è la sua recita particolare che compie il miracolo, dovuto però anche alla prospettiva scelta dalla regia: parla la figlia morta della rivoluzione. E accade qualcosa di strano. È risaputo che sia Brecht, sia Müller, vogliono dividere il pubblico, distruggere ogni sua unità illusoria.

E questo pubblico – quello di Monaco, quello di un paese che detta la condotta economica a mezza Europa - non può non essere gonfio di illusioni. Invece se ne sta lì, col fiato sospeso, a seguire ragionamenti complessi; si fa spingere sui campi minati della vecchia rivoluzione bolscevica verso la domanda di fondo che poi, alla fine, lo dividerà: quali sono le leggi che determinano la mutazione antropologica che oggi viviamo? Leggi cieche, magari divine, dell'evoluzione della specie? O leggi che consentono agli uomini di cooperare con nuova coscienza di sé nella produzione di una nuova umanità?

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A sostegno del Teatro di Franco Scaldati

*Questo articolo compare anche nella Rivista europea "Catarsi-Teatri delle diversità" (numero 63, Giugno 2013)

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2 Risposte a Zement: I vivi e i morti

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