Paolo Carradori

Nessuno avrebbe preteso le venti ore di Vexations di Satie, nemmeno le sei feldmaniane del secondo Quartetto per archi ma dal Berio Day, in quella Firenze che il compositore ha frequentato, vissuto, amato, ci saremmo aspettati una programmazione più ampia. Appuntamento comunque imperdibile dove riassaporare tracce significative di un infaticabile esploratore - quale Berio è stato sin dagli anni ‘60 - di un teatro sonoro, depurato dalle retoriche di una vocalità modellata sugli intrecci del melodramma; spesso con la complicità decisiva di un saltimbanco della parola come Edoardo Sanguineti.

La voce non solo come puro elemento strumentale, scelta da subito acquisita dall’avanguardia, ma oltre. La parola che supera la propria valenza logico-semantica e trova nell’espansione dei suoi valori fonetico-musicali, nella vocalizzazione di ogni singola sillaba, uno spazio creativo nuovo. Pericolosamente libero. Lo percorrono con opere diverse Nono, Ligeti, Stockhausen ma in Berio la vocalità è totale. Virtuosismo al servizio di articolazioni linguistiche dove la metamorfosi della parola produce non solo suoni sublimi, sovversivi, ma costruisce un’azione musicale; spesso spiazzante, nell’assenza di processi di identificazione, per lo spettatore/ascoltatore.

Spiazzamento, mischiato ad emozione, che ci avvolge quando nello spazio semibuio del Piccolo Teatro del Comunale irrompe Visage (1961) per suoni elettronici e la voce di Cathy Berberian su nastro magnetico. Già questo termine tecnico profuma, oggi, d’archetipo. Berio compone Visage poco prima di lasciare lo Studio di Fonologia Musicale della RAI a Milano (fondato nel 1955 con Bruno Maderna). L’esperienza elettroacustica di quegli anni, pur nei suoi caratteri pionieristici e artigianali, rappresenta per i due l’accelerazione di quel processo di liberazione da schemi superati che li guiderà verso linguaggi più radicali. Visage ne è manifesto esemplare. Berio definisce l’opera “essenzialmente un programma radiofonico… la sua destinazione non è solo la sala da concerto ma qualsiasi luogo o mezzo che permetta la riproduzione dei suoni registrati”.

Della capacità coinvolgente di Visage, nel suo rigoroso equilibrio tra processi musicali e acustici, ci si rende conto subito. Voce e suoni artificiali si aggirano nello spazio, a tratti pare si solidifichino creando sculture sonore. La voce della Berberian è seducente, aggressiva, ironica, sensuale, drammatica, leggera, inquieta. Parla, canta, ride, piange, urla, sospira. Unica. Facendo nostra un’indicazione dell’autore, “ombre di significato” ci avvolgono.

A-Ronne (1975) per 8 cantanti (su una poesia di Edoardo Sanguineti) si sviluppa nella scarnificazione del testo poetico, nella trasfigurazione di senso che trascina le parole verso significati altri. Poesia generatrice, sia dal punto di vista fonetico che mentale, di grovigli sonori, ritmi, senso musicale e gesto, in una tensione costante. A-Ronne (ovvero dall’A alla Zeta) si sviluppa in tre momenti principio-mezzo-fine che tra loro si confondono e prendono vita da fonti diverse (Il Vangelo, Lutero, Goethe, Eliot, Dante, Marx…). Tutto questo materiale eterogeneo viene come introdotto in un frullatore producendo in modo inaspettato un panorama pulsante di rumori e suoni affascinanti, ironie, che sfiorano il madrigale, la musica antica, il jazz e l’improvvisazione senza mai offrire un approdo sicuro. L’ensemble L’Homme Armé ne da un’interpretazione sontuosa per vitalità, rigore e capacità immaginativa. Tutto sotto la preziosa, impeccabile cura del suono di Tempo Reale che di Berio è memoria storica e laboratorio del futuro.

Con Folk Songs (1964) per mezzosoprano e orchestra si aprono scenari diversi. Un’antologia di undici canti popolari (più o meno) che Berio riscrive, rilegge, armonizza per “rendere omaggio all’intelligenza vocale di Cathy Berberian”. Questa dichiarazione ci fa capire il peso dell’interpretazione. Anna Malavasi è brava, bella l’emissione, buona presenza sul palco. Il problema è culturale. La mezzo soprano si comporta come davanti a un classico repertorio lirico. Con Berio non funziona un granché. Anzi, per niente. Omologare materiali provenienti dagli Stati Uniti, Armenia, Provenza, Sicilia, Sardegna, significa cancellarne le radici culturali, le diverse sfumature, in alcuni casi occultare la manipolazione del senso sul quale il compositore ha lavorato.

Va meglio con Siete canciones populares españolas (1978), trascrizione per orchestra di sette canzoni di Manuel de Falla, dove la Malavasi mette più calore a servizio di melodie fascinose che Berio nella sua ricerca “del canto naturale del popolo” scova nelle partiture del compositore spagnolo.

Berio Day
Firenze – Piccolo Teatro – 28 maggio 2013
L’Homme Armé – direttore Fabio Lombardo
Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino - direttore Giuseppe La Malfa
Tempo Reale – regia del suono Francesco Canavese e Francesco Giomi

76MMF  BERIO DAY II

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