Manuela Gandini

La 55° Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia è a passo di gambero, come Umberto Eco definì il pensiero unico nel 2006. È come un VHS che, quando pigi il tasto rewind, mostra tutti i personaggi che tornano indietro velocissimi. Così, partendo dal “Palazzo Enciclopedico” – irrealizzabile progetto del visionario Mario Auriti pensato per racchiudere tutto lo scibile umano a Washington (1950) - il curatore, Massimiliano Gioni, ha voluto sconfinare negli ultimi due secoli e nell’interfaccia dei saperi, inaugurando una sorta di neo-retroguardia. Esprit du temps? Fine delle idee? O il ritratto spento delle paludi psicotiche collettive?

Gioni ha bypassato l’arte e la contemporaneità - secondo quel filone aperto da Carolyn Christov Bakargiev con dOCUMENTA (13) l’anno scorso - toccando le forme di creatività di artisti involontari, artisti professionisti, dilettanti, hobbisti, filosofi creativi, occultisti, saggi, portatori di handicap o malattie mentali. L’idea di creare una sorta di enciclopedia borgesiana che spazia dall’ottocento agli anni duemila, dall’antropologia alla psicanalisi, dall’antroposofia alla performance, può essere di per sé allettante, anche se, per statuto la Biennale dovrebbe esporre la produzione artistica degli ultimi due anni, non duecento.

L’edizione odierna è più simile a un luna park che a una mostra, con le sue 4500 opere, più o meno scenografiche, e i suoi 158 artisti. Le storie degli inconsapevoli partecipanti – coloro che, facendo tutt’altro lavoro, si sono trovati a dipingere per vocazione, cura o irrefrenabile passione - sono intriganti e letterariamente irresistibili, ma alla Biennale le loro opere tutte insieme diventano presenze pesantissime. È bella la storia di Mr. Friz, impiegato di assicurazioni austriaco, che si dilettava a costruire modellini di edifici, ritrovati da Croy e Esler, (artista e critico) da un rigattiere vent’anni fa. È bello vedere le 387 casette mitteleuropee, su un lunghissimo tavolo posto nel padiglione centrale dei Giardini, ma quando queste ripetizioni diventano i segni, gli oggetti, la microquotidianità di altre decine e decine di artisti per caso, ci si sente sprofondare nella spirale del bricolage, tra opere trendy, pittura medianica, esperienze allucinogene, oggetti voodoo e votivi.

Ci sono perle come il Libro Rosso di Carl Gustav Jung, con le sue tavole esoteriche ricche di mondi sovrasensibili, o i disegni che Rudolph Steiner faceva durante le sue conferenze. Ma, nell’esposizione vi è una mancanza di vita che rende mute le “opere”. Mi sarebbe piaciuto, ad esempio, un parallelo tra la situazione finanziaria contemporanea e la concezione steineriana delle banche, enunciata nel giugno del 1908, nella quale il filosofo sosteneva che la vita bancaria avesse frantumato a poco a poco l’individuo. Un’analisi comparativa tra i tempi sarebbe risultata certamente efficace, concreta e utilissima alla critica della contemporaneità. E in questo caso sarebbe stata necessaria la presenza di Joseph Beuys per l’economia, quella di Antonin Artaud per la malattia o quella di Gino De Dominicis per l’invisibilità. Ma tutto questo non c’è.

Le opere invece, tra professionisti e dilettanti, si mischiano e si confondono in una nevrotica frenesia di forme. Tra i Giardini e l’Arsenale si passa dagli ex voto del santuario di Romituzzo, alla hostess gigante di Charles Ray, dai dipinti del circense chiromante Mr. Friedrich Schroder-Sonnenstern, alle ingombranti sculture informi di Hans Josephsohn. E noi, fruitori del grande spettacolo, balziamo su e giù da una creazione all’altra, come le palline d’acciaio di un flipper prima di finire esausti in porta (Stazione S. Lucia). Il viaggio biennalesco - accompagnato da ricche didascalie esplicative, che giustificano le presenze di opere altrimenti indigeribili se non fossero fatte da dilettanti e proposte da Gioni - è per un terzo appassionante e per il resto devastante.

La ricerca sull’invisibile - che coinvolge figure come Augustin Lesange, minatore a cui fu predetto sarebbe diventato pittore; o come Hilma af Klint, ottima pittrice automatica e fondatrice di un gruppo occultista – si estende in una dimensione che diventa ossessiva. Ogni opera annulla la precedente, azzera i confini e cancella la specificità in un pellegrinaggio faticosissimo. È come se, qui e in tutte le megamostre del mondo, trionfasse solo l’idea curatoriale (il brand) a scapito dei singoli artisti. Concentrarsi sulla psichicità delle opere proposte in questa edizione significa distogliere lo sguardo dalle macerie del presente e portare l’attenzione dall’emergenza sociale alla superficie passatista di lidi pompier.

L’angelus Novus di Walter Benjamin ha gli occhi rivolti al passato, vorrebbe ricomporre l’infranto, la catena di catastrofi ai suoi piedi, ma un vento fortissimo lo porta verso il futuro. Ecco, è come se questa Biennale non avesse le ali e il vento soffiasse inutilmente.
Nello splendore dell’insegnamento antroposofico, nelle teorie di Georges Ivanovic Gurdjieff, nei mandala buddisti, si aprono visioni di emancipazione dello spirito che qui rimangono drasticamente chiuse. Si ripropone dunque la questione su come l’industria culturale continui a indirizzare l’immaginario collettivo verso un senso di perdita e di mancanza.
In fondo, la Biennale, più che lo specchio della società è una delle possibili narrazioni del presente.

Sul numero 30 di alfabeta2, in edicola, in libreria e in versione digitale, leggi anche
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14 Risposte a I gamberi di Gioni alla Biennale

  1. rosa cavuto ha detto:

    1. alla documenta del 2007 c’erano miniature indiane del 17 sec. e disegni cinesi del 16 sec. in quella del 1997 c’era un manoscritto di pasolini. il curatore si sa è così: per l’occasione tira fuori le sue fonti e riferimenti su cui si è laureato, e poi ne fa discendere il contemporaneo. e il discorso quadra sempre.
    2. si conoscono scuole steineriane disposte ad accettare bambini (anche creativi) con qualche problema mentale e con genitori privi di un cospicuo conto in qualche vituperata banca? si conoscono artisti contemporanei (viventi) o curatori con qualche problema mentale?
    non sarà mica tornato il neo romanticismo?

  2. guido fabrizi ha detto:

    L’ARTE ITALIANA COME LA POLITICA. MindSet, l’ennesimo muro di gomma…

    http://guidofabriziraccontibrevi.wordpress.com/mindset/

    Ho deciso d’intraprendere una protesta formale nei confronti dell’arte contemporanea italiana, più precisamente nei confronti di chi stabilisce cosa abbia o non abbia un valore comunicativo.

    Non penso sia giusto generalizzare dicendo che in Italia l’arte non esiste, affermerei una cosa non vera. Nel nostro Paese il problema sta, come al solito, nella gestione economico-politica clientelare. Tutto deve rientrare all’interno di uno schema prestabilito, invalicabile, che soffoca la pura espressione individuale, a vantaggio esclusivamente dei vari interessi dei soliti burattinai. La “gravità” sta nel fatto che questo marciume intellettuale distorce, nel senso comune, il significato e la funzione sociale, oggi più che mai indispensabile, dell’arte stessa, privando le persone di quei contenuti puri che, da sempre, aiutano l’uomo nell’elaborazione della propria vita.

    A maggio del 2012 ho presentato a Massimiliano Gioni, curatore della Biennale 55 del 2013, un mio lavoro fotografico inedito, intitolato “MindSet”. Dopo alcuni mesi mi è arrivata risposta negativa da parte di Gioni che rifiutava le immagini presentate, pur se valide, motivando che erano fuori dal “concept” della Biennale. Ad inizio aprile 2013 ho visto il video della conferenza stampa e nella presentazione generale veniva menzionato da Gioni stesso, più volte, l’identico concetto da me proposto:

    http://www.youtube.com/watch?v=j1QGHb8v8WA&feature=youtu.be

    Alla luce dei fatti ho reputato opportuno inviare al curatore una richiesta formale, che mi permetta di comprendere meglio le dinamiche di questo incongruente rifiuto:

    Gentile Signor Gioni, mi chiamo Guido Fabrizi, in data 07 maggio 2012 le ho inviato una mail e il 28/06/2012 ho inoltrato formale richiesta di partecipazione sul sito della Biennale, proponendo per l’esposizione 2013 un mio lavoro fotografico, intitolato “Mind Set”: una piccola finestra che si apre ogni sera, nel momento del dormiveglia, quando il preconscio mi permette di entrare in contatto con la parte più sconosciuta di me stesso, percependo immagini che, al risveglio, ricreo immediatamente su di un set fotografico, con un banco ottico a lastre. Dopo qualche tempo dalla mia email ricevetti una sua risposta, nella quale reputava il mio lavoro al di fuori del “concept” della Biennale. Dopo alcuni mesi, ad aprile 2013, ho avuto modo di apprendere dalla conferenza stampa di presentazione della 55ma Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia qualcosa che mi ha fatto immediatamente avvertire un’incongruenza fra le sue motivazioni, per le quali non mi accettava alla Biennale, e i concetti portanti della mostra, da lei esposti in occasione della presentazione. Nel suo intervento ha parlato di espressioni e contenuti strettamente legati all’onorico, con evidente lettura Junghiana, legata a sogni e premonizioni, proponendo mondi pischici anche di outsider, nella loro esperienza individuale, nel tentativo di dare forma ad immagini provenienti dalla mente, in un contesto contemporaneo esterno di ridondanza e saturazione visiva. In particolare mi ha colpito il momento in cui lei ha parlato di “opere che nascono da visioni prima di addormentarsi e che successivamente vengono riprodotte dall’artista”. A questo punto mi sono domandato se fosse stato lei stesso, inavvertitamente, ad uscire dal “concept” della sua mostra, visto che, rispondendomi via mail, negò i medesimi concetti, da me proposti e contenuti nel mio lavoro. Nel tentativo di comprendere questo suo incongruente rifiuto, ho anche inviato le mie immagini a diversi direttori di musei d’arte moderna internazionali, ricevendo stima e consenso. Fra questi c’era il dottor Pietromarchi, responsabile del Padiglione Italia, dal quale però non ho mai ricevuto risposta. A questo punto è nato in me l’inevitabile desiderio di capire se il “non ascolto” sia un atteggiamento peculiare italiano, che non permette di proporsi al di fuori di schemi prestabiliti e invalicabili, o sia dovuto semplicemente ad un pregiudizio per aver aderito alla Biennale 2011, diretta da Vittorio Sgarbi che, dopo aver visto alcuni miei lavori, senza conoscermi, mi invitò ad esporre a Palazzo Venezia a Roma.

    La ringrazio per l’attenzione.

    Guido Fabrizi

    Mail inviata a Massimiliano Gioni e relativa risposta:

    Da:guido@guidofabrizi.com

    Oggetto: c.a. Massimiliano Gioni

    Data: 07 maggio 2012 13:31:49 GMT+02:00

    A:marina.bertaggia@labiennale.org

    Gentile Massimiliano,

    mi chiamo Guido Fabrizi, sono fotografo director, in passato ho lavorato come fotografo d’arte per Franco Maria Ricci e per la Professoressa Angiola Maria Romanini, consigliere del Presidente per i Beni Artistici del Quirinale, per la quale realizzavo campagne fotografiche d’arte in Europa. Da alcuni anni esprimo la mia identità professionale, grazie ad un percorso di studio, nell’ambito della comunicazione sociale soprattutto con ruolo di regia, collaborando con istituzioni e associazioni umanitarie. Attualmente, sono impegnato in un un percorso di scrittura e regia cinematografica. Perdoni le righe autobiografiche, giusto per contestualizzare la mia realtà…L’essere fotografo lo vivo quindi in maniera molto intima e rigenerante. Un modo per guardare con l’obbiettivo, non il mondo esterno, ma la parte più inesplorata dell’inconscio. “Mind Set” è il nome di questa piccola finestra che si apre ogni sera, nel momento del dormiveglia, dove il preconscio, mi premette di affacciarmi verso la parte più sconosciuta di me stesso. Una trasmisione d’immagini visionarie che, al risveglio, ricreo immediatamente su di un set fotografico, fissandole con un banco ottico a lastre. Niente post produzione al computer, ma solo una lastra fotografica, per non alterare la vera percezione di un riflesso lontano. Vorrei presentare una delle immagini di “Mind Set” alla prossima Biennale di Venezia, e volevo chiedere un suo parere, considerando il suo interesse e competenza nei confronti dell’espressione contemporanea.

    La ringrazio e saluto.

    Guido Fabrizi

    Da: submissionart@labiennale.org

    Oggetto: Biennale Arti Visive 2013 – proposta di partecipazione

    Data: 13 novembre 2012 16:07:37 GMT+01:00

    A: guido@guidofabrizi.com

    Gentile Guido Fabrizi,

    La ringrazio per la Sua proposta che però purtroppo non ritengo essere compatibile con il concept dell’Esposizione Internazionale d’Arte da me diretta. Le auguro buona fortuna per i Suoi progetti futuri e Le invio un cordiale saluto.

    Massimiliano Gioni

    Direttore artistico

    55. Esposizione Internazionale d’Arte

    La Biennale di Venezia

  3. guido ha detto:

    Il link dell’immagine che ha scandalizzato Gioni. Un saluto.Guido
    http://guidofabriziraccontibrevi.wordpress.com/mindset/

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