Vincenzo Ostuni

Che fine ha fatto TQ, gruppo di intellettuali trenta-quarantenni, le cui prime mosse vennero seguite con clamore dai quotidiani nella primavera del 2011, il seguito con qualche interesse, poi con degnazione, gli ultimi sviluppi passati sotto silenzio (se non da questa rivista)? Hanno pesato, sì, le caldane della stampa, sempre più disattenta, spettacolare, conservatrice. Ma c’è dell’altro.

Va detto: Generazione TQ, che oggi langue, è stata il tentativo meno fallito di articolare proposte collettive radicali – di stampo grosso modo marxiano – e di uscir fuori dal pelago d’irrilevanza, o d’ignavia che ha impeciato gli intellettuali di quella generazione. TQ ha lasciato documenti e forse qualche eredità; eppure ha finito di funzionare. Non perché le sue proposte non siano state realizzate; ma perché neppure sono state ascoltate: le parti con cui TQ avrebbe potuto dialogare le hanno opposto un muro di disinteresse. Si ricordi il bel manifesto TQ sui beni culturali, battezzato da Salvatore Settis su «Repubblica» e poi escisso, come cisti antiliberista, dal dibattito in cui giganteggiava il documento nano, e moderato, del «Sole 24 Ore». Ma c’è ancora dell’altro.

Le forze vitali di TQ, tutti i suoi membri più influenti, se ne sono progressivamente disamorati. Come anche, infine, il sottoscritto. Decisiva l’indifferenza delle controparti: stampa, politica, industria culturale; ma forse per alcuni è troppo tardi per scimmiottare un radicalismo che non hanno mai avuto, cresciuti negli anni Ottanta a retorica antiradicale, pasciuti nei Novanta a fine della storia. Troppe influenze negative, troppo pochi anticorpi. Prima generazione precaria nelle bolge della gerontocrazia, ci siamo fatti un «culo tanto» per un reddito decente, per pubblicare qualche libretto, per sciorinare in tagli secondari di quotidiani maggiori, o almeno in festival letterari, la nostra sfavillante tuttologia postideologica: ora dovremmo anche marciare contro il mercato, che ha già vinto ovunque, e nei resti del cui camembert abbiamo rosicchiato fin qui?

Noi siamo scrittori e – così si esprimeva qualcuno poco prima di confluire in TQ – nostro dovere è creare capolavori. Del resto si occupino i politici di professione, i nevrotici dell’idealismo. A noi cavalcare la tigre dell’arte. Anche se, come un’auto da corsa tappezzata di adesivi del Male, è sempre stato così. TQ ha avuto anche il merito di una visione, oltre che radicale, intellettivamente impegnativa. Primo risultato: alcuni se ne allontanarono presto perché troppo moderati, troppo compromessi; altri perché consapevoli di non rispondere ai pur laschi criteri di qualità letteraria che si andavano promuovendo.

Ma, anche fra chi rimase, qualcuno è a disagio nel vedersi attribuire una difesa della «qualità», quest’incubo zdanoviano; arrossisce all’idea che lo si scambi per un movimentista da strapazzo; teme forse d’essere espulso da editori e giornali come un sottosegretarietto ammonito a più diplomatica mitezza d’accenti. E poi non ammette un grado eccessivo di intellettualismo. Ah, l’antintellettualismo, il culto pseudodemocratico della volgarizzazione non come alto strumento pedagogico ma come unica via alla conoscenza! L’odio – tranne salamelecchi d’obbligo – di qualunque specialismo, di qualunque scrittura che resista alla nostra facilità d’interpretazione, di qualunque discorso che implichi più di due subordinate per periodo!

È l’antintellettualismo la tabe della nostra generazione, il motivo per cui non reagisce alle più triviali apologie del mercato, all’appannarsi dell’editoria generalista in un giulebbe mid-low-cult. Esso coinvolge anche alcuni ottimi scrittori: che i loro capolavori, glielo auguro, rimangano; ma la loro coscienza politica è d’acqua fresca. Forse meritiamo la nostra, o meritano la loro, irrilevanza sociale, cognitiva e spesso, in fondo, estetica.

Forse dovremmo scioglierci e accostarci, come singoli, ai pochi barlumi che si apprezzano in giro, nei teatri occupati, nei movimenti politici. E ricominciare, novecentescamente da soli o in gruppi sparuti, a lanciare ormai flebili urletti d’allarme. Forse invece no: forse è ancora possibile e utile una voce radicale collettiva e qualificata, più omogenea e agguerrita di TQ. Le due chance sono separate da un crinale strettissimo, e alcuni di noi lo percorrono senza realmente decidere da che parte discendere.

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25 Risposte a Che fine ha fatto TQ?

  1. che fine ha fatto TQ? ha detto:

    TQ è sparita non appena i suoi veri iniziatori (Grazioli-Lagioia-Vasta-Antonelli-Desiati) se ne sono tirati fuori. Sono rimasti giusto Ostuni e un altro paio di quelli che si sono aggregati dopo, in una mailing list vuota per anni e a cui nessuno dava retta. Siamo seri, su.

  2. El Roto ha detto:

    Come si può affermare che TQ “oggi langue”? TQ è morta in culla, solo i pochi che ci erano rimasti dentro, come l’autore di questo articolo, fingevano che esistesse ancora.

  3. VE LO DICO IO ha detto:

    che fine ha fatto TQ? dopo che era naufragata, Christian Raimo ha preso i suoi uomini e donne migliori e ha fatto Orwell (che infatti era bello). Il resto è fuffa.

  4. El_Pinta ha detto:

    La cosa che mi stupisce è come l’autore di questo articolo non provi nemmeno ad abbozzare un’analisi non dico autocritica, ma neppure critica del sonoro fallimento di TQ, quanto meno come collettivo, perché a livello di singole esperienze (vedi il citato Orwell) ha senza dubbio prodotto qualcosa di buono

  5. Le Comiche ha detto:

    Saranno ricordati come un gruppo di quarantenni ansiosi di avere un ruolo sociale che nessuna società aveva la minima intenzione di affidargli.
    E Ostuni insiste, ne vuole fare un altro di gruppo che vada in giro a parlare del sistema marcio che non dà fondi alla cultura e attenzione ai romanzi sperimentali dei suoi amichetti che parlano del sistema marcio che non dà fondi alla cultura e attenzione ai romanzi sperimentali dei suoi amichetti…
    Il problema è che siete fuori dal mondo e non avete niente da dire a nessuno, altro che nuovi intellettuali.

  6. […] 5 giu che fine ha fatto TQ? Pubblicato il 4 giugno 2013 · in alfapiù, rivista, società · 14 Commenti […]

  7. […] Sono tutti brutti e cattivi. Questo, in sintesi, sembra essere il giudizio di Vincenzo Ostuni sul fallimento (« meno fallito » di altri fallimenti) di TQ, pubblicato sul numero di Giugno di Alfabeta 2. […]

  8. cosa bozzuta ha detto:

    io lo so! ha perso le chiavi di casa e si è impiccato per la vergogna.

    il povero Tiziano Quadernio era un tipo molto preciso e non poteva ammettere un errore così banale e così umanicchio dentro il suo impeccabile curriculum vitae di sfarinatore di grumi di sale marino.

    O si parlava di Tommaso Querulo?

    Comunque la tabe della vostra generazione è l’intellettualismo, quello che vi impedisce di capire come reagire alle apologie del mercato senza reagire al mercato* sia crearsi una posizione nel mercato equivalente a qualsiasi altra**.

    E poi a cosa ci serve gente che ha sostituito la considerazione brechtiana del “sol chi ha la borsa piena vive piacevolmente” con un terribile “sol chi ha la testa piena vive piacevolmente” che sa molto di Maria Antonietta (“la gente chiede pane? dategli un buon libro!”) nel mentre che si atteggia a Robespierre.

    *e passiamo pietosamente sopra la leggerezza con cui si feticizza una serie di sistemi complessi riunendoli in una parola vuota imposta dal campo che si presume di sfidare.

    **ergo, priva di quella sostanza morale che ne sostiene l’appetibilità sul mercato, ovvero totalmente contraddittoria e in quanto tale priva di utilità, ovvero parassitaria e truffaldina.

  9. […] fine ha fatto TQ? Pubblicato il 4 giugno 2013 · in alfabeta2, di Vincenzo […]

  10. […] contesto là. Il collegamento è omogeneo. La comunicazione interdipendente. In questo articolo: “Che fine ha fatto TQ?”, di Vincenzo Ostuni pubblicato su alfabeta2, si percepisce la sofferenza di chi lo ha scritto, […]

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